Panatta e Bertolucci: “Il nostro tennis libero. Sinner e Berrettini ora non sono mai soli“
di Massimo CalandriRoma – La prima volta che li hanno messi insieme è stato 60 anni fa. Adriano ricorda: «Due bambini o quasi, al Centro federale di Formia, convocati da Mario Belardinelli. Da allora abbiamo condiviso la stessa camera per 10 mesi l’anno, fino a quando mi sono sposato». «Ci eravamo già incrociati nel 1963, torneo a Cesenatico: io dodicenne, lui 13. Mi stava antipatico: così bello, bravo, pariolino…». «Ma quale pariolino, sono figlio di operai». «Vanesio». «Tu, permaloso». Ancora insieme. Panatta e Bertolucci: la storia del tennis italiano. E di una grande amicizia. Di quelle che oggi sarebbe impossibile. «Abbiamo vissuto la vita, per davvero. Da pionieri», dice Paolo.
Per Sinner e Berrettini impossibile una vita come la nostra
«Ora sarebbe impossibile: ma te li immagini, Sinner e Berrettini, comprarsi un biglietto aereo e andare all’avventura per il mondo? L’autista, lo staff: non sono mai soli». Adriano sorride: «Eravamo ragazzi normali, che si divertivano a giocare». Saranno pr…
Roma – La prima volta che li hanno messi insieme è stato 60 anni fa. Adriano ricorda: «Due bambini o quasi, al Centro federale di Formia, convocati da Mario Belardinelli. Da allora abbiamo condiviso la stessa camera per 10 mesi l’anno, fino a quando mi sono sposato». «Ci eravamo già incrociati nel 1963, torneo a Cesenatico: io dodicenne, lui 13. Mi stava antipatico: così bello, bravo, pariolino…». «Ma quale pariolino, sono figlio di operai». «Vanesio». «Tu, permaloso». Ancora insieme. Panatta e Bertolucci: la storia del tennis italiano. E di una grande amicizia. Di quelle che oggi sarebbe impossibile. «Abbiamo vissuto la vita, per davvero. Da pionieri», dice Paolo.
Per Sinner e Berrettini impossibile una vita come la nostra
«Ora sarebbe impossibile: ma te li immagini, Sinner e Berrettini, comprarsi un biglietto aereo e andare all’avventura per il mondo? L’autista, lo staff: non sono mai soli». Adriano sorride: «Eravamo ragazzi normali, che si divertivano a giocare». Saranno protagonisti di Tennis Heroes, una serie di 10 puntate on demand su Sky e Now: raccontando i più grandi interpreti di questo sport. Ricordi, riflessioni, aneddoti. Un doppio vincente. «Siamo più famosi ora di quando abbiamo vinto la Davis», ammette Bertolucci. «Cinquant’anni fa non ci considerò nessuno. Domenico Procacci con Una Squadra ci ha ridato dignità». La gente sta impazzendo per il tennis, soprattutto per Sinner. «Numero uno. Un italiano così quadrato, chi poteva aspettarselo? Avrei capito uno svedese…». Tipo Borg.
Le racchette di legno e le suole improbabili, poi spuntò Borg
«Mezzo secolo fa avevamo quelle cavolo di racchette di legno, le suole a buccia d’arancia che stavi in piedi per miracolo. Poi un giorno è spuntato lui». Borg, appunto. Tocca a Panatta parlare: raccoglie il paragone Bjorn-Jannik. «Sinner è un ragazzo che è stato educato dai genitori in un certo modo: è rimasto semplice, concreto. Bisogna vedere per quanto tempo ne avrà voglia. Quando giocava Borg, nessuno poteva pensare che avrebbe smesso a 26 anni. Invece. Perché quando vinci tante volte di seguito, ti puoi pure rompere le scatole». A lui è bastato trionfare in un’occasione a Roma, e a Parigi. «Quando tutti mi rimproverano, sostenendo che se mi fossi allenato di più avrei in casa tanti altri trofei, rispondo: ma sarei stato più felice? Non sono geloso, non mi importa un fico secco se Jannik fa incetta di successi, anzi: sono contento per lui». C’è chi invece soffre. «Nicola (Pietrangeli, ndr)? Vabbé, ma anche da giovane era così: ognuno ha il suo carattere».
Panatta: “Salvato dal cinismo romano, non mi sono mai preso sul serio”
«Mi ha salvato il sano cinismo romano», racconta Adriano. «Non mi sono mai preso sul serio io, figurati il tennis. Che non mi piace tanto: è diventato esagerazione, fanatismo. I divi, le rockstar, mi hanno dato sempre un po’ fastidio». Ironico. «Anche quando penso alla morte: a 75 anni è normale, pensarci. Lo faccio tutti i giorni, da ipocondriaco, mi basta un mal di testa per dire: ecco, mi sa che non arrivo a domattina». Paolo ascolta, sbuffa. «E’ una suocera, una radiolina: il segreto è farti entrare le sue parole da un orecchio, e farle uscire dall’altro». Però, quanto gli vuole bene: «Perché fondamentalmente è un buono». È il fratello che avrebbe voluto.
Bertolucci maltrattato da un poliziotto canadese per colpa di Adriano
In realtà, è proprio un fratello. Un paio di aneddoti da ragazzi, da ricordare: «Quella volta che in Canada affittiamo un’auto, guida Adriano perché da buon romano si sentiva americano, siamo nel mezzo del nulla, rallenta e va oltre uno stop, non c’è nessuno intorno per miglia. Passa un minuto, suono di sirena: una pattuglia di poliziotti ci ferma, io saluto e faccio lo spiritoso, un agente che era un gigante mi prende per il colletto e mi tira fuori dal finestrino, Adriano scoppia a ridere». Un altro: «Palazzetto dello sport di Omaha, finiamo di giocare e andiamo al parcheggio: solo che nel frattempo erano caduti 3 metri di neve. E non abbiamo più trovato l’auto». Insieme da 60 anni. E ora con Tennis Heroes. Le chiacchierate con loro, le conduce Stefano Meloccaro. Ci sarà da divertirsi.