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Sinner e la luce intermittente: per fare i conti con Alcaraz non basta essere se stesso

Jannik Sinner 
Da quando l’azzurro è tornato, lo spagnolo non è mai stato così dominante: ha capito che per alzare l’asticella doveva cambiare
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Eclissi di Sinner. La finale delle finali non ha sancito tanto che Carlitos Alcaraz sia il numero 1 del tennis mondiale, quanto che Jannik sia il numero 2. Qualche cosa in lui si è smarrito e non sarà facile ritrovarlo. Non è tanto che abbia perso 2 finali di Slam su 3. O 4 finali su 5 se si aggiungono Roma e Cincinnati. È che non ha vinto questa. Non è un gioco di parole, è semmai il secondo gioco del terzo set, quello in cui un’ombra è scesa su Sinner e, fondendosi con il colore sbagliato della sua divisa, lo ha sprofondato nello stesso pozzo che aveva accolto la luna nel cielo d’Italia. Poi il satellite si è riacceso, lui no. Nel primo set era stato preso a pallate da Alcaraz. Nel secondo aveva recuperato con un gioco efficace e diligente. L’inizio del terzo era un taglio di mazzo e, come nei precedenti, aveva concesso una palla break, ma gli era ballata sotto gli occhi la possibilità di annullarla. Bastava poco, un passo avanti, il coraggio o forse meglio la sfrontatezza di tirare…

Eclissi di Sinner. La finale delle finali non ha sancito tanto che Carlitos Alcaraz sia il numero 1 del tennis mondiale, quanto che Jannik sia il numero 2. Qualche cosa in lui si è smarrito e non sarà facile ritrovarlo. Non è tanto che abbia perso 2 finali di Slam su 3. O 4 finali su 5 se si aggiungono Roma e Cincinnati. È che non ha vinto questa. Non è un gioco di parole, è semmai il secondo gioco del terzo set, quello in cui un’ombra è scesa su Sinner e, fondendosi con il colore sbagliato della sua divisa, lo ha sprofondato nello stesso pozzo che aveva accolto la luna nel cielo d’Italia. Poi il satellite si è riacceso, lui no. Nel primo set era stato preso a pallate da Alcaraz. Nel secondo aveva recuperato con un gioco efficace e diligente. L’inizio del terzo era un taglio di mazzo e, come nei precedenti, aveva concesso una palla break, ma gli era ballata sotto gli occhi la possibilità di annullarla. Bastava poco, un passo avanti, il coraggio o forse meglio la sfrontatezza di tirare uno schiaffo. Al volo. Invece ha scelto di lasciarla rimbalzare per colpire in sicurezza, di potenza e, in teoria, precisione. Fuori. E per un passo Jannik perse la corona. Il Sinner numero 1 non avrebbe consentito ad Alcaraz di riprendersi. L’avrebbe lasciato a litigare con sé stesso a fondo campo come già stava facendo alla fine del secondo set. Una volta ripresa l’onda l’avrebbe cavalcata vincendo in quattro. Gli sono mancati i colpi per farlo: le prime palle di servizio, soprattutto, ma anche certi incroci stretti che risultavano irrecuperabili, certe chiusure tranchant, come quello schiaffo al volo che avrebbe detto ad Alcaraz: non è ancora tempo per tornare in partita o per tornare numero 1.

Alcaraz ha imparato a diventare altro

I colpi non nascono nel braccio, ma nella testa e in quella di Sinner ieri, e da qualche tempo, la luce è intermittente. Stravince, poi fatica più del dovuto, infine trova Alcaraz. E lì è, e sarà per molto tempo a venire, il problema. Per batterlo bisogna usare le sue stesse armi, cioè qualcosa che non si ha. Aver paura dell’errore è la strada più probabile per commetterlo. Meglio un colpo ridicolo, di uno che apre la strada a un punto avversario. In questa lunga serie di sfide Sinner ha sempre pensato che gli bastasse essere sé stesso, Alcaraz ha capito che gli serviva diventare altro e di più. Ha usato l’altro come un meccanismo che gli alzava l’asticella, non è mai stato così dominante come gli è successo da quando Jannik è tornato dalla squalifica. E se l’altro ha imparato dalla sconfitta di Parigi, lui ha tratto molto di più da quella di Wimbledon.

Sinner ora deve fare un passo avanti

Non è difficile trovare intollerabile il modo in cui Alcaraz sta in campo, il suo abbigliamento, il suo ghigno soddisfatto, il continuo tentativo di sedurre la sorte o di prenderla con la forza, ma questo non è il suo segreto, è la sua dote evidente. Se non puoi imitarla, non puoi infischiartene, devi farci i conti. Puoi perfino dileggiarla, mai trascurarla. E devi fare quel passo avanti, anche se non è in te, perché con quel che è in te puoi soltanto arrivare secondo. Che è fantastico: quattro finali Slam giocate, due vinte, montepremi che basterebbero per centinaia di vite, rivincerai magari a Torino, o in Arabia Saudita. Forse. Se sarai, anche soltanto un po’, un altro.

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