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L’altalena Sinner-Alcaraz come i successi dei Beatles, essere primi è un dettaglio

Alcaraz e Sinner 

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La ragioneria del primato è un pezzo del racconto del fenomeno azzurro. Lui però lo guarda con distanza e misura: non vale uno Slam
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Quando i Beatles arrivarono in classifica in America con I Want to Hold Your Hand, rimasero in testa per sette settimane — era fine inverno del 1964 — prima di essere scalzati da sé stessi. She Loves You si arrampicò al secondo posto e poi al primo, e i due pezzi andarono avanti così per parecchio tempo, alternandosi, senza che i critici avessero un criterio per stabilire quale fosse migliore. Il pubblico, meglio ancora, se li godeva: primo e secondo, secondo e primo, francamente a chi importava.

Un’altalena da Hit Parade

Ora che Sinner e Alcaraz sono seduti su questa altalena da Hit Parade, viene da domandarsi quale sia la nostra relazione con una classifica stabilita da un computer, quattro calcoli in fila per tre diviso per due. L’importanza per Sinner…

Quando i Beatles arrivarono in classifica in America con I Want to Hold Your Hand, rimasero in testa per sette settimane — era fine inverno del 1964 — prima di essere scalzati da sé stessi. She Loves You si arrampicò al secondo posto e poi al primo, e i due pezzi andarono avanti così per parecchio tempo, alternandosi, senza che i critici avessero un criterio per stabilire quale fosse migliore. Il pubblico, meglio ancora, se li godeva: primo e secondo, secondo e primo, francamente a chi importava.

Un’altalena da Hit Parade

Ora che Sinner e Alcaraz sono seduti su questa altalena da Hit Parade, viene da domandarsi quale sia la nostra relazione con una classifica stabilita da un computer, quattro calcoli in fila per tre diviso per due. L’importanza per Sinner è chiara: si tratta del suo lavoro. È per noi che rimane un mistero, perfino dentro la cornice di un’esaltazione collettiva fuori scala per un campione mai avuto, supplente di un’Italia che nel calcio non va ai Mondiali e di una Ferrari senza titolo da diciott’anni.

Il saliscendi del ranking

Il primo posto nel tennis non è la stessa cosa che nel calcio. Non dà uno scudetto. Nessuno è mai sceso in strada a festeggiarlo. Eppure siamo circondati da un impazzimento di calcoli che ci raccontano in tempo reale come Sinner sale, come Sinner scende, cosa bisogna augurarsi che accada e cosa no, sebbene non porti né titoli né brividi, non vale uno Slam e dà meno emozione di una volée, di una smorzata o di un passante.

Il numero uno per Sinner

La ragioneria del primato è diventata invece un pezzo del racconto di questo fenomeno italiano. Sinner è stamattina il nuovo numero uno ma lunedì sarà virtualmente il due, senza che possa dirsi un tennista peggiore di oggi. Lui resta più sensato di tutti noi dentro questa baldoria. Conserva distanza e misura, dice che «sono conseguenze di come uno gioca». Lo definisce giustamente «un risultato incredibile», lo ha raggiunto senza avere punti da sommare per tre mesi. Come se fosse primo in serie A con 10 partite da recuperare. Per i criteri del ranking, fra 12 mesi sarà un vantaggio. Per lui. Ma a noi davvero può importare un’etichetta da computisteria?

Jannik Sinner (agf)

La lezione di Velasco

C’importa casomai perché dice qualcosa della nostra cultura sportiva, costruita sulla svalutazione dei numeri due, sull’idea che il secondo sia il primo dei perdenti. In sella a un cavallo bianco, per fortuna, un giorno è venuto da lontano un signore argentino per insegnarci come si perde prima di insegnarci come si vince. Così, tra una lezione e l’altra, Julio Velasco spiegò da un salotto dei Giochi di Tokyo che il secondo non è quella roba là, ma il migliore al mondo tranne uno.

Non sempre si ricordano solo i primi

Del resto non è affatto vero che si ricordano solo i primi. Non sempre. Dopo oltre cent’anni ci tramandiamo la memorabile squalifica di Dorando Pietri alla maratona olimpica di Londra senza ricordare chi la vinse al posto suo. Fu Neil Armstrong a scendere per primo dall’Apollo 11 per muovere un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità, ma il film Toy Story ha reso indimenticabile Buzz Lightyear, battezzato Aldrin, il numero due di quella missione. Jürgen Klopp al Borussia disse di non voler allenare la squadra migliore al mondo, ma una che lavorasse per batterla. La grandezza di Sinner e Alcaraz è nel restare Sinner e Alcaraz comunque. Da primo e da secondo, da secondo e da primo. Oggi uno, domani l’altro, si impara a essere sé stessi con il tempo. Lo dicono i Beatles in un pezzo che andò al numero uno. O forse al due. Chi se ne importa.

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