TORINO – Ho la sensazione che ci siano ancora tante cose buone che posso fare, in questo sport». Matteo Berrettini, 29 anni: l’uomo che nel 2021 ha cambiato la storia del tennis italiano. «Un italiano in finale a Wimbledon: sembrava impossibile. Ora, guardatevi intorno: siamo solo noi». Sorride. È dimagrito, i capelli lunghi. «Invecchio, i ricci aumentano».
E i capricci?
«Non più. Prima me la prendevo, mi facevo invadere dalle difficoltà. Reagisco sempre ai problemi, mi rimbocco le maniche: ma adesso le cose mi scivolano addosso. Più passa il tempo, più ti rendi conto che hai bisogno di equilibrio. Fuori e dentro. Ci vuole coraggio, perché quando sei a bordo continui comunque a giocare: sponsor, tornei, soldi. Invece, a un certo punto è importante fermarsi: respirare, rendersi conto che la vita è una sola e non vale la pena rovinarsela. Mettere davanti le cose importanti, poi cogliere quello che uno si è meritato».
Cosa si merita oggi, Berrettini?
«Tante soddisfazioni ancora. Però ris…
TORINO – Ho la sensazione che ci siano ancora tante cose buone che posso fare, in questo sport». Matteo Berrettini, 29 anni: l’uomo che nel 2021 ha cambiato la storia del tennis italiano. «Un italiano in finale a Wimbledon: sembrava impossibile. Ora, guardatevi intorno: siamo solo noi». Sorride. È dimagrito, i capelli lunghi. «Invecchio, i ricci aumentano».
E i capricci?
«Non più. Prima me la prendevo, mi facevo invadere dalle difficoltà. Reagisco sempre ai problemi, mi rimbocco le maniche: ma adesso le cose mi scivolano addosso. Più passa il tempo, più ti rendi conto che hai bisogno di equilibrio. Fuori e dentro. Ci vuole coraggio, perché quando sei a bordo continui comunque a giocare: sponsor, tornei, soldi. Invece, a un certo punto è importante fermarsi: respirare, rendersi conto che la vita è una sola e non vale la pena rovinarsela. Mettere davanti le cose importanti, poi cogliere quello che uno si è meritato».
Cosa si merita oggi, Berrettini?
«Tante soddisfazioni ancora. Però rispettando il mio corpo, e la mia testa: sono andato troppi anni al galoppo. Jannik è irraggiungibile. Ma si può fare bene lo stesso».
A cominciare da martedì, con le finali di Davis a Bologna.
«Quest’estate mi sono domandato: una volta messo tutto a posto, per quali motivi ricomincio a giocare? Risposta: tornare a divertirmi, a godere di questo mondo così caotico ma dove c’è pure della gioia. E tornare a godermi la Davis, a fine anno. Eccomi».
In azzurro mancheranno Sinner e Musetti. Lei e Sonego vi state allenando qui, c’è grande entusiasmo.
«Nonostante tutto, nessuno si spaventa. Anzi. Siamo tutti giocatori esperti, il doppio sta facendo cose incredibili, Flavio Cobolli ha avuto la miglior stagione della carriera, Lorenzo Sonego e Luciano Darderi sono dei grandi giocatori. E io mi sento abbastanza esperto. Non abbiamo paura, siamo pronti a combattere. Sarà una Davis molto equilibrata, però noi abbiamo qualcosa in più: il senso del gruppo, questa energia che ci unisce».
Tutti sono fondamentali, che scendano in campo o meno.
«Nel 2023 mi ero fratturato la caviglia agli Us Open, avevamo appena perso 3-0 dal Canada. Ho chiamato “Filo” (Filippo Volandri, ndr), gli ho detto: “Vengo, la squadra ha bisogno di una scossa”. Sono entrato negli spogliatoi, la faccia sorpresa dei ragazzi: “Ora andiamo in campo e spacchiamo tutto”. E poi sono andato a fare l’ultrà a Malaga. Mi piace, il gioco di squadra: potrei fare il capitano dell’Italia, quando Volandri dirà basta e io mi sarò ritirato come giocatore, verso i 60-65 anni (ride)».
Quanti infortuni: le è mancata la fortuna, anche nel 2025.
«Con tanti stop and go non è facile mantenere la fiducia. Non ho giocato diversi mesi, eppure sono 56 nel ranking. Ci sono state cose positive, prima dei problemi agli addominali: devo ripartire da lì. Come lettura della partita, mi sento molto più bravo e maturo rispetto a qualche anno fa. In questo momento sto bene, ho tanta voglia di fare».
Che belle Finals.
«Jannik è impressionante in tutto, in particolare per come è centrato: con Zverev aveva cominciato così così, poi ha inserito la marcia e addio».
Qui a Torino, lei aveva esordito nel 2021: subito l’infortunio, Sinner che prende il suo posto.
«La più grande delusione della mia carriera a livello emotivo, una ferita che non si è ancora chiusa. Questo è un torneo che ti devi meritare, il frutto del lavoro di un anno. Ma esserci comunque, mi dà una spinta per il futuro: non so se ci tornerò da giocatore, ma so che faccio parte di questo mondo. Allenandomi con Sinner mi sono reso conto che colpire una pallina da tennis è sempre la cosa che mi rende più vivo».