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Sinner e Alcaraz, ci siamo già visti: a Torino sesta finale dell'anno tra i due padroni del tennis

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Alle 18 la sfida che consacrerà il re di fine stagione
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Sostiene Jannik ci sia sempre «un piccolo perché». In tutte le cose. «Se non avessi perso a Parigi in quel modo, subito dopo non avrei vinto a Wimbledon». I crampi, l’abbandono di Shanghai: anche quelli hanno un senso. «Poi è arrivato un filotto di vittorie: Vienna, Parigi». E Torino. Quattordici successi consecutivi, compreso quello di ieri con l’australiano De Minaur (7-5, 6-2). Oggi, alle 18, Sinner affronta Alcaraz, appena consacrato numero 1 del mondo.

Sesta finale tra i due Maestri

Atp Finals, il torneo dei Maestri. È la sesta finale della stagione (settima con il torneo esibizione a Riad), tra i due padroni del tennis moderno. Il murciano ne ha vinte 4, quella che ha fatto più soffrire il ragazzo dai capelli rossi è New York. «Se voglio batterlo, devo imparare a servire meglio», aveva giurato a se stesso, la notte amara degli Us Open. Sono passati 70 giorni, Jannik è stato di parola: ora ha una media di prime palle in battuta largamente sopra il 70%, tanti ace e pochissimi dopp…

Sostiene Jannik ci sia sempre «un piccolo perché». In tutte le cose. «Se non avessi perso a Parigi in quel modo, subito dopo non avrei vinto a Wimbledon». I crampi, l’abbandono di Shanghai: anche quelli hanno un senso. «Poi è arrivato un filotto di vittorie: Vienna, Parigi». E Torino. Quattordici successi consecutivi, compreso quello di ieri con l’australiano De Minaur (7-5, 6-2). Oggi, alle 18, Sinner affronta Alcaraz, appena consacrato numero 1 del mondo.

Sesta finale tra i due Maestri

Atp Finals, il torneo dei Maestri. È la sesta finale della stagione (settima con il torneo esibizione a Riad), tra i due padroni del tennis moderno. Il murciano ne ha vinte 4, quella che ha fatto più soffrire il ragazzo dai capelli rossi è New York. «Se voglio batterlo, devo imparare a servire meglio», aveva giurato a se stesso, la notte amara degli Us Open. Sono passati 70 giorni, Jannik è stato di parola: ora ha una media di prime palle in battuta largamente sopra il 70%, tanti ace e pochissimi doppi falli. Nessuno riesce a fargli un break. Oggi il servizio promette di essere la sua arma vincente. «C’è sempre un piccolo perché».

La famiglia: chi c’è chi no

Sugli spalti dell’Inalpi Arena, 13.000 spettatori e biglietti introvabili da settimane, a meno che non vogliate sborsare dai 4.000 euro in su. A tifare per lui ci sarà anche la fidanzata, Laila Hasanovic, incredibilmente paziente: dopo i lunghi allenamenti, Jannik si fermava regolarmente sul campo a chiacchierare con gli sparring (di tennis, di che altro?), e lei in una saletta del Circolo della Stampa ad aspettare. Da domattina andranno in vacanza: Jannik ha bisogno di staccare per almeno una settimana (in assenza anche di Musetti, da mercoledì sarà Berrettini a guidare gli azzurri nell’ultimo atto della Davis, a Bologna), poi ricomincerà la preparazione al Country Club di Montecarlo. Il primo obiettivo sono gli Australian Open a gennaio, e qualche giorno prima una ricchissima esibizione a Seul: con Alcaraz, naturalmente. A Torino c’è anche il fratello di Sinner, Mark, ma non mamma Siglinde e nemmeno papà Hanspeter. «Sono rimasti a casa. Devono fare delle cose più importanti», spiega il campione un po’ deluso, con un candore che fa sorridere. Guarderanno il figlio in tv: anche le dirette dei suoi incontri fanno numeri impressionanti (pure Montalbano si è arreso), chissà oggi che ascolti.

Jannik ha paura solo del buio, lo ha confessato agli alunni di una scuola torinese. La partita di oggi vale molto. Economicamente, certo: 4 milioni e 380.000 euro per il vincitore (imbattuto), un milione e 20.000 per il finalista. Per la classifica Atp — 1.500 punti in palio, torneranno buoni dal prossimo anno — ma soprattutto per il prestigio. «Non si può giudicare l’intero anno da una sola partita. La mia è stata comunque una stagione incredibile». Nonostante i 3 mesi di stop concordati con la Wada. «A quelli non penso più. Ma ho giocato pochi tornei (11) e sono andato tante volte in finale (9)». Sull’indoor non perde da quasi 3 anni, è arrivato a 30 successi consecutivi. «Mi piace giocare senza variabili come il vento, il sole. E qui potrò contare sul tifo del pubblico». Poi ci sarebbe quel servizio, che in realtà è una risposta: a un «piccolo perché». Basterà con Alcaraz? Il murciano ieri ha superato Auger-Aliassime in 2 set (6-2, 6-4): a fare il tifo per lui c’erano Siya Kolisi, capitano degli Springboks che nel pomeriggio avevano battuto l’Italrugby, e alcuni suoi compagni. «Sono molto felice. Spero che in finale 3 o 4 persone tifino per me», ha scherzato Carlitos. E, in italiano, ridendo: «Ci vediamo in finale!»

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