✕

Filippo Pietrangeli, l’intervista: “La cravatta della Davis l’ultima scelta di papà”

Nicola Pietrangeli

 

Ascolta l'audio

I ricordi del figlio minore di Nicola: “Non ci ha fatto pesare il suo dolore fisico. La vittoria più bella? La finale con Laver agli Internazionali d’Italia 1961”. Su Sinner: “Non ho il suo numero, potrei aver perso la telefonata”
2 minuti di lettura

ROMA – Filippo Pietrangeli, l’ultima partita di suo padre è stamattina, sul campo che porta il suo nome.

«La camera ardente sul “Nicola Pietrangeli”, al Foro Italico: era il suo desiderio. Aveva vissuto quell’intitolazione come un enorme onore. Enorme perché raro, unico. A quanti sportivi ancora in vita era stato intitolato uno stadio, un palazzetto? A quanti nel mondo era accaduto prima?».

Nella sua Roma.

«In realtà era cittadino del mondo. Amava allo stesso modo Roma, Parigi, Montecarlo, parlava tante lingue e insisteva affinché anche noi figli le imparassimo. Inglese, francese, spagnolo, russo. Ha avuto una vita incredibile. E una morte dolorosa. Mi piacerebbe dire il contrario, ma non se n’è andato serenamente. Anche se con noi ha sempre cercato di essere positivo, di non farci pesare i suoi dolori. Ho il rammarico di non averlo assistito negli ultimissimi istanti della sua vita. Ma so che ha avuto classe anche nella morte. Aveva una classe infinita».

Come ha vissuto l’ultimo anno…

ROMA – Filippo Pietrangeli, l’ultima partita di suo padre è stamattina, sul campo che porta il suo nome.

«La camera ardente sul “Nicola Pietrangeli”, al Foro Italico: era il suo desiderio. Aveva vissuto quell’intitolazione come un enorme onore. Enorme perché raro, unico. A quanti sportivi ancora in vita era stato intitolato uno stadio, un palazzetto? A quanti nel mondo era accaduto prima?».

Nella sua Roma.

«In realtà era cittadino del mondo. Amava allo stesso modo Roma, Parigi, Montecarlo, parlava tante lingue e insisteva affinché anche noi figli le imparassimo. Inglese, francese, spagnolo, russo. Ha avuto una vita incredibile. E una morte dolorosa. Mi piacerebbe dire il contrario, ma non se n’è andato serenamente. Anche se con noi ha sempre cercato di essere positivo, di non farci pesare i suoi dolori. Ho il rammarico di non averlo assistito negli ultimissimi istanti della sua vita. Ma so che ha avuto classe anche nella morte. Aveva una classe infinita».

Come ha vissuto l’ultimo anno, pieno di lutti?

«Ha perso mia madre, Susanna Artero, e un figlio nell’arco di 14 mesi. E se la scomparsa di mia madre era nell’ordine naturale delle cose, per la sua età, quella di mio fratello Giorgio, morto di cancro a 59 anni, ha sovvertito le sue certezze. Gli era sempre parso innaturale che un figlio potesse morire prima di un genitore».

Che padre è stato?

«Molto ingombrante, ma nel senso buono della parola. Assente fisicamente, a lungo, ma presente a suo modo con Marco, Giorgio e me, i suoi tre figli».

L’ironia non l’ha mai abbandonato.

«Mai, nemmeno negli ultimi giorni. Era un barzellettiere patentato, e con mio figlio, che si vanta di aver preso dal nonno, ha trascorso una serata a scambiarsi battute salaci».

Non risparmiava invettive, frecciate.

«Se sentiva necessario fare una critica o dare un giudizio, anche scomodo, non si tirava indietro. Tanti suoi colleghi non hanno digerito la franchezza di quello che lui diceva. Era sempre limpido, trasparente, corretto».

Si è fantasticato sul suo “rosicare” nei confronti di Jannik Sinner: qual è la verità?

«Non era assolutamente invidioso. Affermava una sua verità. “Io ho vinto questo, questo e quest’altro. Quando Jannik vincerà questo, questo, questo e quest’altro, lui sarà il numero uno e io sarò il numero due”. Ma non voleva assolutamente che fosse una gara tra loro. Ha stimato Jannik, gli ha detto quello che gli doveva dire nel momento in cui per lui è stato opportuno dirglielo. E non si è mai nascosto».

Sinner vi ha mandato un messaggio in questi giorni?

«Se ha scritto un telegramma, non è ancora arrivato. Mi hanno chiamato in tantissimi, potrei aver perso la telefonata, non ho il suo numero».

I messaggi che le hanno più fatto piacere?

«Quello di Nadal. E quello del presidente Mattarella. Giorgia Meloni ha usato belle parole».

Qual era la vittoria alla quale era più legato?

«Il successo su Laver nella finale degli Internazionali d’Italia, giocati a Torino, nel 1961. Ha messo tutti i suoi trofei in salone. Sono tanti».

La Davis del ’76, da capitano non giocatore, che posto aveva nei suoi ricordi?

«Centrale, per le circostanze di quel viaggio incredibile in Cile, per l’aura mitica che la Davis aveva allora. Nella bara indosserà la cravatta della Coppa Davis».

Ha voluto una frase sulla lapide?

«Verrà sepolto nel cimitero romano di Prima Porta, nella tomba di famiglia. Una tomba bianca, pulita. Pietrangeli, c’è scritto. Essenziale, come una volée, o come un ace».

Leggi i commenti