MELBOURNE – Wimbledon, Roland Garros, Us Open: due volte. E ieri, gli Australian Open. Ora che a 22 anni e 272 giorni è il più giovane tennista ad avere vinto tutti e 4 i Major, c’è un altro conto che Alcaraz deve regolare: con la storia, e con Don Budge. Ha tolto il primato al tennista americano, che però ci era riuscito nello stesso anno, il 1938: Grande Slam, si dice. Dopo di lui, Rod Laver: nel 1962 e nel 1969. Da allora, ci hanno provato in tanti. Hanno fallito tutti. Se c’è qualcuno che davvero ce la può fare, è Carlitos.
"Uno Slam per volta”
«Speriamo. Prima o poi». Perché non adesso? «Calma. Uno Slam per volta. Sto già pensando al prossimo: Parigi, nel mese di giugno». Allora la sua era una bugia, quando giurava che — pur di vincere a Melbourne — si sarebbe “accontentato” di perdere in finale negli altri tre tornei. Ride. «Mentivo. Però non ho intenzione di mettermi pressione da solo». Djokovic dice: è già una leggenda. «Grazie, no. Una leggenda non si costruisce in 3-4 stagioni. È vero: nel frattempo ho vinto 7 Slam, 25 titoli, quasi 70 settimane da numero 1. Se mi ritirassi in questo momento, forse molta gente mi chiamerebbe così. Ma per me, leggenda è un giocatore che anno dopo anno va agli stessi tornei, con la stessa ambizione, fame, voglia. E genera, nelle persone che guardano il tennis, un sentimento diverso. Riparliamone fra 5 o 10 anni: se useranno per me ancora questo termine, sarò orgoglioso». C’è poi un’altra cosa che vorrebbe vincere, per lui preziosissima: «La Coppa Davis per la Spagna. Anche dei tornei Masters 1000 che ancora mi mancano, d’accordo. Ma l’Insalatiera, per il mio Paese…».
"Odio perdere”
Gli Australian Open erano l’obiettivo più importante. Lo ha colto senza incertezze: anche nell’emozionante semifinale con Zverev, quando era sul punto di ritirarsi per i crampi, giura di non avere mai perso la fiducia. «Odio perdere. E per tre settimane, in inverno, mi sono preparato con grande attenzione. Quelli della mia squadra conoscono i sacrifici che abbiamo fatto: mi sono stati molto vicino, perché nelle prime partite non ero soddisfatto e loro mi hanno calmato. Ho imparato a godere di ogni singolo momento, ad avere pazienza. Anche se all’inizio della pre-stagione non è stato semplice». Il clamoroso addio a Juanki Ferrero, lo storico allenatore. «Qui a Melbourne non ho mai pensato a lui. Mi sono concentrato solo su me stesso, il mio gioco. Qualcuno aveva dei dubbi, ho dimostrato che si sbagliava».
I cambiamenti nello staff
Samuel Lopez si è rivelato un grande tecnico. Ma il segreto è anche l’allegria, la leggerezza che circonda la squadra. A proposito: ieri è stata una lunga notte di festa. E anche in quello, Alcaraz non si risparmia mai. Stamani, il tradizionale shooting fotografico col trofeo d’argento: si è anche messo in tasca un premio da due milioni e mezzo di euro. Nella classifica Atp allunga ulteriormente su Sinner: l’azzurro potrà presto cominciare a recuperare qualcosa, perché lo scorso anno in questi giorni era scattato lo stop di tre mesi concordato con Wada. Però Carlitos va veramente forte. E nel ranking, da oggi, c’è Novak che sale al terzo posto. «Lui sì, che è una leggenda. Un’ispirazione, non solo per i tennisti: la serietà e la qualità con cui lavora, il modo in cui ha giocato la finale. Nel primo set è stato incredibile. Nel secondo, ha fatto qualche errore e così ho cominciato ad avere fiducia, a credere che la partita sarebbe cambiata se fossi rimasto solido e positivo. Nel tennis basta un punto, per cambiare tutto. Un colpo, una sensazione».
Un nuovo tatuaggio
Rafa Nadal era presente in tribuna. Faceva certe facce di puro divertimento, dopo i vincenti del murciano. «Ha cominciato a vedermi giocare che avevo 13 anni, ma non aveva mai assistito a una mia finale in uno Slam. È stato un vero onore». Sembrava quasi passaggio di consegne, tra due marziani che hanno scritto — o stanno scrivendo — la storia dello sport mondiale. Certo che il Grande Slam sarebbe proprio un’impresa, dopo più di mezzo secolo. «A chi non piacerebbe? Lavoriamo per realizzare i nostri. Ora però lasciatemi assaporare il gusto di questo trionfo». Dice che lo celebrerà con un tatuaggio. «Un piccolo canguro, non so ancora se sulla gamba destra o sinistra. Ma vicino a quelli di Wimbledon e del Roland Garros». Presto rischia di non esserci più posto, Carlitos.