Sinner, la nobiltà di una sconfitta in una trappola annunciata
di Gabriele RomagnoliLe ha giocate tutte, fino in fondo. Ne ha giocate troppe, fino allo stremo. L’ultima è stata la sintesi ambivalente di questo sforzo che doveva finire così: con una partita impossibile, una sliding door che si chiude, una magnifica incompiuta. È una delle più leggendarie sconfitte dello sport italiano, insieme con il crollo di Dorando Pietri a un passo dal traguardo della maratona di Londra 1908 e alla rimonta subita sul 3 a 0 dal Milan contro il Liverpool nella finale di Champions del 2005: Sinner- Cerundolo 6-3, 6-2, 5-1 e poi il vuoto a un passo dalla vetta. A seguire, i 20 giochi più significativi della carriera di Jannik. Non i più memorabili, se a lui e a tutti verrà concessa la grazia dell’oblio, ma i più carichi di senso, quelli che gli attribuiscono un grande merito, una discreta colpa e la possibilità, poiché gli è generosa la vita, di imparare la lezione.
Roland-Garros, Sinner sfinito a bordo campo e su…
Le ha giocate tutte, fino in fondo. Ne ha giocate troppe, fino allo stremo. L’ultima è stata la sintesi ambivalente di questo sforzo che doveva finire così: con una partita impossibile, una sliding door che si chiude, una magnifica incompiuta. È una delle più leggendarie sconfitte dello sport italiano, insieme con il crollo di Dorando Pietri a un passo dal traguardo della maratona di Londra 1908 e alla rimonta subita sul 3 a 0 dal Milan contro il Liverpool nella finale di Champions del 2005: Sinner- Cerundolo 6-3, 6-2, 5-1 e poi il vuoto a un passo dalla vetta. A seguire, i 20 giochi più significativi della carriera di Jannik. Non i più memorabili, se a lui e a tutti verrà concessa la grazia dell’oblio, ma i più carichi di senso, quelli che gli attribuiscono un grande merito, una discreta colpa e la possibilità, poiché gli è generosa la vita, di imparare la lezione.
Roland-Garros, Sinner sfinito a bordo campo e sulla racchetta: il momento del crollo al terzo set
Si è lasciato prendere a pallate
La giornata esige consolazione, quindi è dal lato positivo che bisogna cominciare la valutazione. Soltanto gli uomini d’onore si presentano al duello pur sapendo di avere la pistola scarica. Guardano l’avversario, si allontanano per il numero di passi prescritti, si girano, tirano invano e aspettano la pallottola letale per cedere lì, sul campo. Conoscendo le scontate conseguenze potrebbero restarsene a casa, chiuderla da sé, non esporsi al pubblico, alla sua compiacente, pur sadica pietà mentre vengono eliminati da un rivale che, se solo avessero avuto un proiettile in canna, non avrebbe avuto il tempo di accorgersi che era già tutto finito. Così Sinner poteva non tornare da quello spogliatoio dove si era ritirato per sfogare il necessario e constatare l’irreparabile. Poteva accorciare il tormento e non esibire l’impotenza. Invece ha tenuto fede all’impegno pur non avendo più fede nel suo esito. Si è lasciato prendere a pallate da Cerundolo. A differenza del fratello Francisco, che due anni fa, sempre a Parigi, contro un malandato Djokovic, fu spaventato dall’ombra del successo e infatti al quinto set perse, Juan Manuel ha continuato semplicemente a giocare come si fa con un mezzo avversario: palle alte, una di qua, una di là, ritmo sincopato e attesa (breve) dell’errore. Sinner gliene ha regalati in sequenza, cercando scorciatoie impraticabili, ma non facendo mai uscire dalle righe l’ipotesi del miracolo, festeggiando l’oasi di un punticino nel deserto e dando un volto e un corpo a un concetto in occidente così poco diffuso: la nobiltà della sconfitta. Il suo grande merito è stato quello di averla abbracciata, pur avendola detestata, di essersi concesso al sacrificio e averlo sperimentato per arrivare ai propri limiti.
Felice e contento, poi qualcosa dentro di lui s’inceppa
Era evitabile questo pur ammirevole risultato? Proprio nei limiti sta la risposta. Sinner dice di conoscerli e di tenerli gelosamente per sé. Ha intrapreso una marcia fin qui inarrestabile da quando il 7 marzo a Indian Wells, nei trentaduesimi, ha battuto Svrcina 6-1, 6-1. Il destino, quando vuole essere didascalico, disegna un cerchio e 6-1, 6-1 ha perso ieri gli ultimi due set. In mezzo, per quasi tre mesi, ha vinto tutto. Di nuovo: troppo. Voleva, lo si è già detto, recuperare il tempo perduto l’anno scorso causa squalifica. Non ha resistito all’esca della vittoria in casa di Alcaraz a Madrid (non bastava averlo battuto in presenza a Montecarlo?) e a quella della riconquista dell’Italia e delle sue istituzioni a Roma. Aveva dichiarato che la tappa più importante di questa maratona tennistica era Parigi, l’anello mancante, ma Parigi val bene una sosta. Il Roland Garros era una trappola annunciata. Si sapeva (negazionisti del clima a parte) che avrebbe fatto un caldo infernale. Si sapeva che si sarebbe giocato, sempre, al meglio dei 5 set. Al meglio dei 3, anche ieri avrebbe vinto. Quel che non sappiamo, che soltanto lui sa, è che cosa succede a Jannik a un certo punto della favola. Sembra per sempre felice e contento e invece qualcosa dentro di lui s’inceppa. È già capitato, qualche volta si è ripreso e qualche altra no. Ricapiterà. L’anca, il succo di cetriolini, la fatica, sono schermi o concause. C’è un una mina invisibile. Come disinnescarla? Banalmente, il calcolo delle probabilità suggerisce che facendo meno passi si abbiano meno possibilità di calpestarla. Sarebbe stato nobile anche vincere, a Parigi.