Solo la prima volta a Melbourne si era sdraiato in campo, ma vuoi mettere l’erba col cemento? Per il secondo Slam a New York e il terzo di nuovo in Australia aveva piegato appena la testa all’indietro chiudendo un poco gli occhi verso il cielo. Un anno fa gli venne invece una specie di ghigno strafottente, era il primo italiano che si prendeva Wimbledon, divaricò un poco le gambe e gli scappava da ridere.
C’è stato bisogno di arrivare a questa quinta gioia per vedere Sinner nella posa dei più grandi, davanti ai reali d’Inghilterra nel box e a tutto quel rosario di liturgie che il torneo di tennis più vecchio del mondo sgrana ogni anno da un secolo e mezzo. Bjorn Borg si inginocchiava, Roger Federer si rotolava, Jannik si è lasciato andare di sc…
Solo la prima volta a Melbourne si era sdraiato in campo, ma vuoi mettere l’erba col cemento? Per il secondo Slam a New York e il terzo di nuovo in Australia aveva piegato appena la testa all’indietro chiudendo un poco gli occhi verso il cielo. Un anno fa gli venne invece una specie di ghigno strafottente, era il primo italiano che si prendeva Wimbledon, divaricò un poco le gambe e gli scappava da ridere.
C’è stato bisogno di arrivare a questa quinta gioia per vedere Sinner nella posa dei più grandi, davanti ai reali d’Inghilterra nel box e a tutto quel rosario di liturgie che il torneo di tennis più vecchio del mondo sgrana ogni anno da un secolo e mezzo. Bjorn Borg si inginocchiava, Roger Federer si rotolava, Jannik si è lasciato andare di schiena come quando a Ferragosto si guardano le stelle dalla spiaggia, chiudendo così una piccola galleria di citazioni chissà quanto volontarie. Un tuffo a rete alla Becker, un come on alla Hewitt, una controsmorzata alla McEnroe dopo tre ore e 46 minuti per andare al match point. Dopo si è pure arrampicato in tribuna come Pat Cash.
Una serie di gesti fuori dal Canone Sinner, giunti per restituire misura a una vittoria che noi cominciamo a trattare come ordinaria. È il destino dei campioni che durano. A un certo punto l’impresa si consuma e resta l’abitudine.
Il tennis che eccelle non stupisce più
Fino a cinque anni fa, un italiano in finale in uno Slam era un’apparizione. Quella domenica di luglio del 2021 ci parve una circostanza storica da tramandare. Matteo Berrettini diventava il primo a giocarne una sull’erba e la Nazionale di Mancini era qualche chilometro più in là per il titolo europeo. Ora non stupisce né il calcio che sbanda né il tennis che eccelle. Sinner ha cambiato il modo in cui l’Italia vive un campione. Ha trasformato l’eccezione in un’aspettativa.
La vittoria più prestigiosa del tennis contro il numero due del mondo sembra una conseguenza logica. È una cosa enorme e raccapricciante al tempo stesso. Sinner ha alzato così tanto il livello delle attese che dai nostri divani rischiamo di perdere la percezione della rarità. Intorno alla seconda ora di gioco, stava servendo la prima con percentuali simili a quelle della semifinale contro Djokovic, e dalla prima stava cavando un numero di punti non molto distante dallo standard. Aveva commesso la metà degli errori gratuiti di Zverev, 13 a 26, e non gli avrebbe concesso una palla break fino al minuto 162, come dire una partita di calcio intera, compresa di supplementari, recupero e calci di rigore. Tra parentesi, l’avrebbe poi cancellata con un memorabile atto di coraggio, un rovescio lungolinea e una smorzata quand’eravamo sul 3-3 del terzo set. Aveva pure avuto un set point prima di perdere al tie-break, e solo una volta aveva permesso a Zverev di arrivare ai vantaggi sul suo turno di battuta.
Eppure, per il solo fatto di soffrirne il servizio, essere un set pari dopo averlo battuto nove volte negli ultimi nove confronti, nella nostra testa ha cominciato a ronzare la domanda che diventa titolone di giornale dopo una delle rare sconfitte: Sinner, che succede? Niente, che deve succedere. È la banale quotidianità dello sport. Si suda, si fa fatica, ogni tanto addirittura si perde, perché nell’altra metà del campo c’è un’altra persona, un’altra squadra, che ha fatto gli stessi sacrifici tuoi.Qualcosa di simile era capitato con Federica Pellegrini. Per oltre dieci anni, nei 200 stile libero, una finale mondiale o olimpica con lei sembrava la condizione normale del nuoto italiano, uno sport in cui fino al 2000 non era mai arrivato un oro ai Giochi.
La modalità Zanardi
Abbiamo smesso progressivamente di percepire quanto fosse raro arrivare sempre lì. Per due set e mezzo Sinner ha semplicemente giocato una finale di Wimbledon contro il numero due del mondo. Siamo noi ad aver scambiato l’equilibrio per un allarme. Sinner era in modalità Zanardi. «Quando ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più». Ma i cinque secondi certe volte durano due ore. Decisamente troppe per la nostra impazienza da tifosi.