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Nargiso: “Sinner e Alcaraz? Vi spiego perché nel tennis di oggi ci sono tanti infortuni”

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Il commento dell’ex tennista sulla serie di infortuni che stanno investendo i campioni della racchetta
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Diego Nargiso, confessi: negli anni Novanta, il tennis non era così faticoso.

«Ma chi l’ha detto? Si giocava addirittura di più, perché nella tua classifica potevi inserire i migliori 14 tornei dell’anno (non 18, come oggi), per cui finiva che tutti ne giocavano una trentina, ma se avessi raggiunto subito un buon risultato avresti potuto anche prendere fiato. Prima ancora, c’era il meccanismo della “media ponderata”, mischiava qualità e continuità: era il migliore, però troppo complicato da spiegare».

Non vorrà mica dire che Sinner è un fannullone.

«No. Però analizziamo le partite giocate negli ultimi cinque Masters 1000 che ha vinto quest’anno: una lunga serie da due set e un’ora e mezzo al massimo, perché il ragazzo è un fuoriclasse e quella è la sua media. Un match ogni du…

Diego Nargiso, confessi: negli anni Novanta, il tennis non era così faticoso.

«Ma chi l’ha detto? Si giocava addirittura di più, perché nella tua classifica potevi inserire i migliori 14 tornei dell’anno (non 18, come oggi), per cui finiva che tutti ne giocavano una trentina, ma se avessi raggiunto subito un buon risultato avresti potuto anche prendere fiato. Prima ancora, c’era il meccanismo della “media ponderata”, mischiava qualità e continuità: era il migliore, però troppo complicato da spiegare».

Non vorrà mica dire che Sinner è un fannullone.

«No. Però analizziamo le partite giocate negli ultimi cinque Masters 1000 che ha vinto quest’anno: una lunga serie da due set e un’ora e mezzo al massimo, perché il ragazzo è un fuoriclasse e quella è la sua media. Un match ogni due o tre giorni (29 in 72, ndr). Più che fisicamente, forse si può essere stancato mentalmente: perché è difficile restare il numero 1, e mantenere quel livello».

Però, tutti questi infortuni.

«I ragazzi adesso si allenano troppo poco, almeno in confronto a noi. Che durante la stagione avevamo il tempo di programmare, e di solito tra metà novembre e l’Australia a gennaio (senza Atp Finals, Davis) c’erano dalle 4 alle 7 settimane per strutturarti fisicamente. Lavorare, fare quel volume che poi serviva per il resto della stagione. Polso, ginocchio, gomito, spalla? Personalmente, mai avuto guai importanti. Oggi non vedi più quelle “bestie” di un tempo: sono un po’ come i calciatori, che non fanno più i lunghi ritiri ma giocano subito col pallone e poi finiscono per spaccarsi».

Il suo era un altro tennis, Diego. Meno intenso.

«Mica tanto. Stessi tornei, tour, città. Superfici diverse, in alcuni casi anche più “strane”: imprevedibili, impegnative. Gli scambi? Su certi terreni c’era un vinile sintetico che era quasi impossibile rispondere. Però sulla terra potevi andare avanti per ore. Oggi con le scarpe riesci a scivolare sul duro, mentre prima ti saresti rotto i legamenti. Tutto evolve, è vero. I materiali hanno aumentato potenza e velocità: ma anche Ivanisevic, Sampras, Krajicek, Philippoussis e servivano a 220 kmh. Forse si difende meglio, e questo può allungare i tempi. Però alla fine, non vedo tante differenze».

E la proposta di Djokovic? Set vinti al quarto game, niente vantaggi, non più di 2 ore a match.

«Buona idea. Ci sono poche pause, grande intensità ed emozioni: non puoi sbagliare, perché rischi subito di perdere un set. E poi, il tie-break sul 3 pari. Elimini tanti momenti che – per chi sta alla televisione – possono magari risultare noiosi. Però il tennis – penso al Roland Garros, a Wimbledon – è soprattutto tradizione: e allora, non ce lo vedo proprio».

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