Sos per Sinner e Alcaraz, il tennis ha bisogno di un break
di Angelo CarotenutoUn problema al polso tormentò Andre Agassi per un anno intero e ha messo fine alla carriera di Dominic Thiem. Se Carlitos Alcaraz si prende tutto il tempo di questo mondo per rientrare, saltando pure Cincinnati dopo quattro mesi senza una partita, è perché il corpo conosce ragioni che la ragione non conosce. Non ne conosce il tennis contemporaneo, compresso sotto vuoto come una confezione di caffè macinato con i suoi calendari senza buchi e con i tornei che si sono dati al gigantismo, i Masters 1000 fino a dodici giorni e gli Slam aggiungendo alle due settimane un prologo di esibizioni. In campo sembrano tutte e tutti molto felici, finché non passa il cameriere con il conto.
Sinner e il suo avversario misterioso
Jannik Sinner gioca con una specie di timer sotto pel…
Un problema al polso tormentò Andre Agassi per un anno intero e ha messo fine alla carriera di Dominic Thiem. Se Carlitos Alcaraz si prende tutto il tempo di questo mondo per rientrare, saltando pure Cincinnati dopo quattro mesi senza una partita, è perché il corpo conosce ragioni che la ragione non conosce. Non ne conosce il tennis contemporaneo, compresso sotto vuoto come una confezione di caffè macinato con i suoi calendari senza buchi e con i tornei che si sono dati al gigantismo, i Masters 1000 fino a dodici giorni e gli Slam aggiungendo alle due settimane un prologo di esibizioni. In campo sembrano tutte e tutti molto felici, finché non passa il cameriere con il conto.
Sinner e il suo avversario misterioso
Jannik Sinner gioca con una specie di timer sotto pelle. Il suo più grande avversario è per buona parte invisibile e tutto sommato ancora misterioso per l’opinione pubblica. Gli tiene compagnia minaccioso, silenzioso, ma quando si manifesta con problemi intestinali come l’anno scorso a Cincinnati, sotto forma di crampi come a Shanghai o sotto il sole del Roland-Garros, allora non gli lascia scampo. Prima di perdere contro qualcuno, Sinner perde contro la fragilità di questo tempo.
I dolori di Tsitsipas e Rune
Sascha Zverev gira con una macchinetta che gli misura il livello del diabete. Lorenzo Musetti ha cominciato a scricchiolare dopo gli sforzi fatti per salire al numero 5. Jack Draper si è appena messo a piangere in campo non per una sconfitta, ma per il ritorno di un dolore al braccio che gli sta mangiando la fiducia e la classifica. Holger Rune ha dovuto operarsi al tendine d’Achille. Stefanos Tsitsipas ha scoperto per colpa della schiena che si possono avere 27 anni, sembrare l’erede di Federer e Nadal, e domandarsi se riuscirà mai più a finire una partita senza dolore. Matteo Berrettini potrebbe scrivere addirittura un manuale sulla ferocia del tennis, e se il corpo regge tutto questo la bestia entra nella testa.
Il rischio burnout
Naomi Osaka si è fermata quando si è accorta di non riuscire più a separare le partite dalle esigenze intorno. Ashleigh Barty se n’è andata definitivamente da numero 1 perché la nipotina veniva prima. Amanda Anisimova ha avuto il merito di dare un nome a tutto questo, burnout e salute mentale. Solo pochi anni prima Mardy Fish si era ritirato agli US Open per un attacco di panico ancora coperto dallo stigma.
Lo sport è un mestiere usurante
È diventato così sfacciatamente brutale, il tennis, da aver cancellato la vergogna di dirlo. Se il successo arriva troppo presto, come con Emma Raducanu e Bianca Andreescu, spacca qualcosa di più delicato dei polsi, delle schiene o degli addominali. Il catalogo è così vasto che siamo davanti a un mestiere usurante, a una generazione che convive con il suo gioco amato come si fa con un creditore. Ogni settimana devi pagare la rata di qualcosa, sapendo che quello torna, torna e chiede ancora.
Il vecchio tennis era una fatica ludica
Se il gioco fosse rimasto quella faccenda di gesti bianchi e buone maniere che i pionieri in pantaloni di flanella consumavano tra le terrazze di qualche riviera, oggi le stelle della racchetta passerebbero ancora i pomeriggi d’agosto a sorseggiare gin tonic in qualche pineta. Solo cinquant’anni fa, il tennis di Adriano Panatta poteva permettersi di essere una catena di veroniche e mondanità, con un’idea della fatica quasi ludica. Onestamente, chi ce lo vede oggi Sinner andare in vacanza tra Forte dei Marmi e Porto Rotondo con Paolo Villaggio, come in un road movie di mirabolanti avventure, incontri fortuiti, grandi magnate e bevute, e diventare comunque il numero 4 del mondo?
Si è perso il culto della pigrizia
Vitas Gerulaitis passava dai club di New York al circuito, McEnroe incontrava Andy Warhol a Studio 54 e in mezzo a loro Guillermo Vilas scriveva poesie. Non è il quadro nostalgico di una stagione irripetibile, ma la foto di un’era dove il tennis si accompagnava al culto della pigrizia. Si fa fatica a riconoscere lo stesso sport in questa specie di altoforno biologico indifferente al cambiamento climatico, un mostro che consuma le cartilagini e incendia i tendini prima che la giovinezza sia finita. Mentre i tabelloni dell’estate americana rischiano di perdere i loro pezzi pregiati, sulla carne del tennis pesano trent’anni di servizi a 200 km all’ora, con racchette supersoniche e su quel cemento che ha spodestato quasi del tutto ogni altra superficie.
Sinner e gli allarmi del suo corpo
Così, anziché sentire disco dance come Ilie Nastase, Jannik Sinner è costretto a stare in ascolto dei segnali d’allarme che gli manda il corpo. In mezzo a un mucchio di ventenni che già camminano con il ghiaccio sulle ginocchia, all’età di 39 anni Novak Djokovic sta invocando partite più brevi, da quattro game a set, proprio lui che ha vissuto da asceta, con un’alimentazione senza glutine e con una vocazione new age che lo ha spinto ad abbracciare gli alberi e poi lo ha messo nei guai durante il Covid. Verrebbe da compatirle tutte e tutti, queste ragazze e questi ragazzi finiti dentro una macchina che prima o poi strizza le ossa, i muscoli e i pensieri. Se non infilassero nelle loro settimane di riposo qualche esibizione ben pagata in Medio Oriente.