Si congeda dai giornalisti con quel suo sorriso gentile, educato. «Mi ha fatto piacere rivedervi. Stasera spero di cavarmela». Roger Federer, il Re. È stato di parola. A 45 anni appena compiuti, nello stadio dedicato ad Arthur Ashe, in una spettacolare esibizione questa notte ha prima battuto Andy Roddick (6-3) e poco dopo, accanto a John McEnroe, ha avuto la meglio sul doppio formato da André Agassi e Roddick (7-5). Sì, Roger se l’è cavata. Ma il meglio lo aveva dato poco prima in una lunga intervista, in cui ha cominciato ricordando i 5 titoli consecutivi vinti agli Us Open, dal 2004 al 2008, e sentite con che finalisti: Hewitt, Agassi, Roddick, Djokovic, Murray. «Probabilmente il ricordo migliore è la partita con Agassi: sentivo sarebbe stata un’occasione importante per lui, e io ero il campione in carica. Credo che l’anno prima avessimo già giocato uno contro l’altro una partita di cinque set, con un vento pazzesco, durata due giorni. Amavo la rivalità con Andre in quel periodo: a…
Si congeda dai giornalisti con quel suo sorriso gentile, educato. «Mi ha fatto piacere rivedervi. Stasera spero di cavarmela». Roger Federer, il Re. È stato di parola. A 45 anni appena compiuti, nello stadio dedicato ad Arthur Ashe, in una spettacolare esibizione questa notte ha prima battuto Andy Roddick (6-3) e poco dopo, accanto a John McEnroe, ha avuto la meglio sul doppio formato da André Agassi e Roddick (7-5). Sì, Roger se l’è cavata. Ma il meglio lo aveva dato poco prima in una lunga intervista, in cui ha cominciato ricordando i 5 titoli consecutivi vinti agli Us Open, dal 2004 al 2008, e sentite con che finalisti: Hewitt, Agassi, Roddick, Djokovic, Murray. «Probabilmente il ricordo migliore è la partita con Agassi: sentivo sarebbe stata un’occasione importante per lui, e io ero il campione in carica. Credo che l’anno prima avessimo già giocato uno contro l’altro una partita di cinque set, con un vento pazzesco, durata due giorni. Amavo la rivalità con Andre in quel periodo: affrontarlo qui a New York fu qualcosa di ancora più speciale».
Agli Us Open non è mai facile.
«Molto difficile, vincere qui. È l’ultimo Slam della stagione, tutti lo vogliono. Tutti sanno giocare sul cemento, e poi ci sono l’umidità, il vento. È sempre stato un torneo durissimo. Quindi, guardandomi indietro, confesso: quella che ho fatto è una cosa incredibile».
Mancherà Jannik Sinner, problemi al ginocchio destro. E Carlos Alcaraz rientra dopo uno stop di oltre 4 mesi a causa di un guaio al polso destro. Lei in carriera non si è praticamente mai fermato: che consiglio si può dare a questi giovani campioni alle prese con troppi infortuni?
«Ogni infortunio è diverso, e alcuni sono semplicemente sfortunati. In altri casi magari hai spinto un po’ troppo, e poi ti ritrovi con qualcosa che deriva dall’accumulo di tanti fattori. Non so quanto siano seri i loro problemi e come siano nati, ma ovviamente il momento peggiore per infortunarsi è subito prima di Parigi, perché poi tutto si accavalla: Roland Garros, Wimbledon, uno dietro l’altro. Io ho sempre cercato di organizzare bene il calendario, assicurandomi di avere abbastanza pause, ma è più facile a dirsi che a farsi. Ho corso anch’io parecchi rischi, aggiungendo magari un paio di tornei in più rispetto a quelli che avrei dovuto giocare, ma in qualche modo sono riuscito a superarli. Credo sia importante anche stabilire delle priorità, decidere cosa conta davvero per te. Per qualcuno può essere la tournée americana, per gli australiani magari Melbourne. Ognuno ha momenti diversi della stagione nei quali vuole raggiungere il massimo della forma, perché chiaramente non puoi essere al top 20 volte all’anno. Credo che anche i tifosi non dovrebbero dimenticarlo. È difficile essere al massimo in ogni singola partita».
Il tennis è sempre più business: vietato rallentare.
«Ora che i Masters 1000 si disputano su due settimane: è una dinamica nuova e interessante, alla quale credo i giocatori si stiano adattando mentalmente e fisicamente, insieme ai loro preparatori e allenatori. Sono però orgoglioso del fatto di essere riuscito a giocare ininterrottamente da gennaio a novembre. Non ho praticamente mai saltato la stagione indoor, l’Australia o le tournée americane. Più o meno mi sono presentato dappertutto. Naturalmente stavamo sempre molto attenti a quello che sarebbe venuto dopo, e non ho mai voluto fare della mia carriera soltanto una questione di Slam. Mi piacevano altri tornei, il circuito. Da questo punto di vista, ho davvero cercato di considerare tutto una priorità. Ma ovviamente il corpo è la cosa numero uno, a essere sinceri, così come il benessere generale. Perché se continui a giocare continuamente, inevitabilmente a un certo punto ti consumi un po’».
È appena ufficialmente entrato nella Hall of Fame.
«Significa molto per me. Ed è bello, credo, poter guardare indietro ancora una volta: perché la vita scorre veloce, soprattutto quando hai quattro figli. A un certo punto smetti quasi di ricordarti tutto quello che hai fatto, o che hai vissuto. È come entrare in una macchina del tempo: per un attimo tutto rallenta, e puoi davvero guardare indietro ancora una volta. Non è che ne abbia bisogno nella mia vita, ma è bello quando succede, perché la mia vita nel circuito è stata fantastica. Mi è piaciuta da morire».
Ha mai pensato a come sarà ricordato?
«Quando ti ritiri si comincia a parlare molto anche della tua personalità e di quello che hai portato al gioco al di fuori del campo. E questo mi ha un po’ sorpreso. Pensavo che tutto riguardasse il momento, i dritti e i rovesci, le palle break salvate, le vittorie e tutte queste cose. Poi dici: sarà invece per come ti comportavi negli spogliatoi, nei corridoi, magari coi media, coi direttori dei tornei, coi raccattapalle? Per me, se mi guardo indietro, è proprio questo ciò di cui sono più felice: aver attraversato 25 anni nel circuito e avere la sensazione di aver fatto molti amici e che a molte persone manchi. Lo stesso vale per i tifosi. Mi fermano e mi dicono: "Che peccato che non giochi più”. E allora ho dei flashback, e penso che sia stato un periodo incredibile. Lo dico sempre: ho amato tutto questo. È un peccato non poter più essere nel tour, ma è stato un periodo meraviglioso, e mi manca profondamente. E poi ho avuto la possibilità di giocare delle finali dello US Open. Anche solo una sarebbe stata già tantissimo. Perché quando arrivi in una finale di un torneo di questa grandezza, impari così tanto, capisci quanta strada hai fatto e puoi portarti per sempre dentro quel momento. Oggi mi trovo in una situazione molto confortevole, ma sono ancora felice di uscire e di essere, di tanto in tanto, nel mondo del tennis: perché è il collante di tutto ciò che ancora oggi mi circonda. Ho trascorso un periodo meraviglioso, ho avuto molti amici, dai giocatori agli organizzatori. Spero che anche molti dei giocatori che si ritirano possano provare lo stesso sentimento nei confronti di questo sport».
Quanti applausi, entrando in campo. All’Arthur Ashe si sono commossi tutti.
«Ora anche i miei “bambini” sono più grandi e forse possono godersela un po’ di più, vedendo giocare il loro papà. Le ragazze hanno 17 anni e i ragazzi 12 (due coppie di gemelli: Myla e Charlène, Leo e Lenny, ndr): a essere sincero, non credo che ricordino molto dello US Open. È passato tanto tempo dall’ultima volta che ho giocato qui. E quando giocavo, non rimanevo in campo per troppo tempo. Le sessioni serali erano difficili per loro, allora. Era tardi. Quindi spero che sia un’occasione speciale anche per loro.
Alla fine della carriera non ha mai voluto giocare un match “dell’addio”, come invece tanti altri campioni.
«Sì, non volevo forzare le cose. È andata semplicemente come è andata. Dopo Wimbledon, quell’estate del 2022, già in vacanza sentivo che era finita. Il ginocchio non ce la faceva più. Era stanco. E la mente non riusciva più ad avere la pazienza di aspettare altri due anni per vedere cosa sarebbe successo. Quindi concludere alla Laver Cup di Londra fu la cosa giusta da fare. E poi non volevo andare immediatamente a ogni torneo per fare il mio addio, così ho lasciato che tutto arrivasse in modo naturale, È semplicemente la vita: la vita con la famiglia e la vita in viaggio. Non volevo cercare queste occasioni a tutti i costi».
Ma se per magìa Federer tornasse oggi nel tabellone principale degli Us Open, chi vorrebbe affrontare?
«Forse Alcaraz. Credo che sia entusiasmante. Non ho mai avuto la possibilità di giocare contro di lui. Lo stesso vale per Sinner. Ci siamo allenati insieme soltanto un po’, quando loro stavano emergendo. Quindi, purtroppo, mi sono perso in parte quella generazione. Ci sono parecchi giocatori che non ho mai affrontato proprio a causa dei miei problemi al ginocchio. Ovviamente sarebbe bello anche giocare contro Novak. È ancora lì, continua ad andare avanti, continua a resistere. Sono felice di rivedere Carlos, e che sia riuscito a tornare in tempo. Vedremo come si sentirà. Gli auguro il meglio».
Nel doppio misto le sarebbe piaciuto giocare con Serena Williams (“Ma è troppo legata a Roddick”). Ha mai pensato a tornare in campo con una wild card, come ha fatto lei? In fondo, avete la stessa età.
«No, no, no, no: assolutamente. Grazie per avermelo chiesto, ma non se ne parla. Troppi ostacoli, troppi impegni. Riesco a malapena a trovare il tempo per giocare qualche esibizione, figurarsi il tour. E il corpo ha finito. Però sono molto felice di come mi sento. Va tutto bene. Ora sono soltanto un tifoso. Mi godo il tennis guardandolo».
Djokovic riuscirà mai a vincere il suo 25° Slam?
«Ho la sensazione che ogni volta che Novak entra in un torneo, e a maggior ragione in uno Slam, abbia una possibilità. Ho una grandissima considerazione, ho visto quello che è capace di fare: non una volta sola, non soltanto qui o là. Lo ha fatto ovunque e ai massimi livelli. Ho sempre pensato che finché è nel tabellone, ci sia una possibilità. E credo che sia anche uno dei motivi per cui continua a giocare: deve davvero credere di poterlo ancora fare. Sono d’accordo. Abbiamo giocato contro quasi cinquanta volte, su tutte le superfici e sui campi più importanti. È stato un piacere affrontarlo. Un giocatore incredibile, un combattente straordinario. Ha capito il suo gioco, è diventato più grande, più forte e più bravo. È incredibile che continui ancora. Ne sono molto impressionato».
È stata dura prepararsi per questa esibizione?
«Ho capito di essere felice di non sottoporre più il corpo a quella fatica continua di un tempo. Non sentire il bisogno di essere là fuori a difendere, lottare su ogni punto. La preparazione è consistita soprattutto nel tornare a colpire più palle da tennis, perché quando ti ritiri, molto rapidamente passano giorni, settimane e mesi nei quali, all’improvviso, giochi pochissimo. Quindi devi fare in modo che tornare in campo diventi una priorità. I miei figli stanno crescendo, quindi ho anche più occasioni per giocare con loro. E poi, a seconda di dove siamo, sapere che c’è una luce in fondo al tunnel, rappresentata da una partita di doppio, una di singolare o qualunque altra cosa, ti dà un motivo per tornare in campo. In realtà è molto utile. Sono andato molto in palestra. Mi piace allenarmi con mia moglie e con i miei amici quando stiamo insieme, quindi ho fatto molto di questo, ma non è la stessa cosa che giocare a tennis. Quando non giochi per un po’, hai dolori muscolari incredibili».
Nell’ultima finale Atp, i protagonisti erano due atleti dalla pelle nera: Fils e Tiafoe. Quanto è importante la loro presenza (insieme a Shelton) nel tennis odierno, e quello che hanno fatto in passato le sorelle Williams?
«È molto importante. Credo che sia bello e che sia un faro di speranza per molte persone. Lo stesso vale per la dimensione geografica: il tour è dominato da Europa e Stati Uniti, ma mi piacerebbe vedere l’Africa, l’Asia e il Sudamerica diventare ancora più forti, perché abbiamo un circuito davvero globale. Credo che il tennis stia davvero facendo un buon lavoro in questo senso. Quello di Fils e Tiafoe è un buon segnale. Trasmette un messaggio straordinario e spero che accada sempre più spesso».
Per la prima volta nella storia – l’ultima occasione è qui, a New York – nell’anno solare si rischia di non avere almeno in semifinale un tennista che gioca il rovescio a una mano.
«Forse è per questo che mi sono allenato con Musetti: per assicurarmi che sia pronto e magari trasmettergli un po’ di saggezza (sorride). Naturalmente mi piace vedere i giocatori con il rovescio a una mano fare bene. Quando ero ragazzo, il 90 per cento dei miei allenatori giocava il rovescio a una mano: se lo fa il tuo allenatore, è più probabile che anche tu finisca per giocarlo così. Oggi la maggior parte degli allenatori ha il rovescio a due mani, ed è semplicemente più facile insegnare a un bambino a usare due mani sul lato del rovescio. Uno dei miei figli sta passando dal rovescio a due mani a quello a una mano, e vedo quanto sia difficile per lui colpirlo e controllarlo. Certo, alla fine acquisisci il controllo, ma ci vuole tempo, e oggi non abbiamo tempo. Tutto deve succedere immediatamente. Se fai dei cambiamenti tecnici, ci vuole troppo tempo ed è troppo frustrante. Tanto vale rimanere con quello che hai. Credo che anche questa sia una delle ragioni per cui vediamo così tanti giocatori con il rovescio a due mani. Poi bisogna aggiungere la tecnologia delle racchette e delle corde, il fatto che si lavori meno sulle transizioni e sul gioco di volo. Ai miei tempi, forse, facevo un 50 e 50 tra volée e gioco a rete da una parte e gioco da fondo dall’altra. Prima della mia epoca, probabilmente era l’80 per cento gioco a rete e il 20 per cento esercizi da fondo campo. Oggi siamo al 90-10, giusto? Quasi tutto da fondo. Ecco perché credo che il rovescio a due mani ti permetta, soprattutto con la posizione aperta e le scivolate, come abbiamo visto fare a Rafa e Novak, di difenderti in modo incredibile da quel lato. Perché prima avevamo la sensazione che con il rovescio a due mani fossi più limitato sul lato del rovescio e che quello a una mano rappresentasse un vantaggio. Ma sembra che non sia più naturalmente così. Non so se col rovescio a due mani ci si infortuni di più: si sente sempre parlare del polso sinistro, per un destro, e di quel movimento di frustata che alla fine può creare problemi. Ma non credo che questo impedirà a qualcuno di giocare il rovescio a due mani. Penso che l’accumulo di tutti questi fattori abbia portato a vedere molti più rovesci a due mani. Credo che, da giovani, sia semplicemente un colpo più facile da imparare. Ma continuo a sperare che non sia la fine».
E il Re se ne va, con un sorriso ancora.