Agassi: “Ecco come Cahill ha cambiato Sinner. Adoro Jannik e Alcaraz, è un tennis per gladiatori”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Open. Andre Agassi parla senza filtri alla vigilia della Laver Cup a Londra, dove è capitano del team Mondo campione in carica con Fritz e De Minaur in prima fila: "È il mio secondo anno, la prima volta in trasferta, e l’arena è spettacolare. Penso che sia uno dei grandi eventi dell’anno”. Il leggendario “Kid of Las Vegas”, 56 anni, otto Slam, 60 tornei vinti di singolare e tre Coppe Davis, primo tennista dell'era moderna ad aver completato il "Career Super Slam", incontra Repubblica e alcuni giornalisti inglesi nella maestosa cornice di Greenwich, a est di Londra, alla vigilia di questo prestigioso torneo di esibizione in cui sfiderà, tra gli altri, l’Europa di Alcaraz, Zverev e Cobolli.
Agassi, chi è il…
LONDRA - Open. Andre Agassi parla senza filtri alla vigilia della Laver Cup a Londra, dove è capitano del team Mondo campione in carica con Fritz e De Minaur in prima fila: "È il mio secondo anno, la prima volta in trasferta, e l’arena è spettacolare. Penso che sia uno dei grandi eventi dell’anno”. Il leggendario “Kid of Las Vegas”, 56 anni, otto Slam, 60 tornei vinti di singolare e tre Coppe Davis, primo tennista dell'era moderna ad aver completato il "Career Super Slam", incontra Repubblica e alcuni giornalisti inglesi nella maestosa cornice di Greenwich, a est di Londra, alla vigilia di questo prestigioso torneo di esibizione in cui sfiderà, tra gli altri, l’Europa di Alcaraz, Zverev e Cobolli.
Agassi, chi è il suo giocatore preferito qui alla Laver Cup?
“Difficile rispondere, perché apprezzo davvero il modo in cui ciascuno di loro cerca di valorizzare al massimo ciò che è”.
Chi è più simile a lei allora?
“Oh, cavolo! Come si fa a rispondere a una domanda del genere? Io colpivo la palla in maniera molto lineare. La prendevo molto presto. Non mi piaceva difendere. Avevo un grande senso d’urgenza fin dall’inizio dello scambio. Guardi uno come De Minaur, che riesce a prendere la palla presto, indirizzarla e prendere il controllo dello scambio, ma allo stesso tempo ha una velocità straordinaria in difesa. Poi prendi Zverev, con quel rovescio bellissimo che ammiro moltissimo. Ma allo stesso tempo non lo usa come usavo io il mio, perché ha leve molto lunghe e gioca da una posizione più arretrata. Quindi ci sono tantissime differenze, ma allo stesso tempo la mentalità è la stessa. Tutti cercano un modo per ottenere il massimo da se stessi, e questo sembra non cambiare mai”.
Cosa pensa delle partite a cinque set che finiscono tardissimo come a New York? Si è discusso molto sull’opportunità di mantenerle.
“Credo assolutamente che dovremmo mantenerle. Con un po’ di fortuna è possibile vincere una partita al meglio dei tre set, ma non in un match di cinque set. In questo caso, devi davvero conquistartela. E credo che debba esserci una distinzione tra vincere gli Slam e nelle altre settimane dell’anno. Non vuoi che qualcuno attraversi semplicemente un momento di forma eccezionale per un’ora e mezza e riesca così a superare un paio di partite difficili. Certo, non vuoi nemmeno finire così tardi. È spiacevole. Mi sono trovato in quella situazione molte volte. Agli US Open abbiamo già introdotto una separazione tra semifinali e finale. Una volta si giocava sabato e domenica, adesso c’è un giorno di pausa. La cosa più difficile è il ritmo, non il recupero. Questi ragazzi oggi sono più grossi, più forti, giocano più indietro, sono più alti, hanno leve più lunghe. Giocano con più margine e coprono una porzione maggiore di campo. Quindi gli scambi inevitabilmente diventano più lunghi. Abbiamo introdotto lo shot clock, quindi stiamo facendo quello che possiamo, ma rimane comunque una roba da gladiatori. E a me piace”.
Però diversi giocatori si sono infortunati. Molti hanno saltato gli Us Open. Pensa che bisognerebbe cambiare qualcosa? Alcaraz ha parlato della possibilità di prendersi delle pause.
“Penso che le pause, o una cosiddetta "off-season", facciano bene. E non soltanto ai giocatori, ma anche ai tifosi. Penso che sia bello avere qualcosa da aspettare con entusiasmo. Detto questo, alcuni di questi ragazzi si infortunano anche, francamente, per quanto è diventato violento il loro modo di giocare e per quanto sono diventati forti. Guarda uno come Sinner, che riesce a colpire la palla con una potenza del genere da entrambi i lati. Guarda Alcaraz: è esplosivo, ha una rapidità incredibile, sia nelle gambe sia nelle mani. Ci sono zone molto delicate del nostro corpo che possono infiammarsi piuttosto rapidamente. Quindi bisogna sempre gestire queste cose. Ed è anche per questo che puoi dire che questi ragazzi stanno facendo cose straordinarie”.
Rispetto ai suoi tempi, quanto è cambiato questo sport? Ci sono ancora dei parallelismi?
“Penso che nel tennis ci siano dei cicli. Credo che gli atleti oggi siano migliori. Credo che il gioco sia migliore. Credo che la tecnologia sia più avanzata. Il peso della palla, la difesa, il recupero: oggi è tutto migliore. Detto questo, ci sono alcuni giocatori del passato che potrebbero tranquillamente inserirsi nel tennis moderno e creare situazioni molto interessanti. Pensa a Becker o a Safin, per esempio. Giocatori capaci semplicemente di avanzare, costringere l’avversario a muoversi, a sollevare la palla, a cercare qualche soluzione. Ci sono determinati modi in cui il gioco cambia e penso che, con il passare del tempo, quel pendolo continui a spostarsi. Ma ogni sport migliora”.
Ma il calendario del tennis impone troppe richieste ai giocatori?
“Sembra davvero molto impegnativo. Di fatto non abbiamo una vera off-season, quindi mi piacerebbe che ci fosse, non soltanto per gli atleti ma anche per i tifosi. Non credo che abbiamo bisogno di guardare il tennis tutto l’anno. Davvero. Credo che ci sia qualcosa di bello nell’aspettare con entusiasmo l’inizio di una stagione e poi avere il recupero, la preparazione, l’avvicinamento e infine l’esecuzione. In questo modo, lo sport riesce a esprimersi più pienamente. Quindi sì, mi piacerebbe vedere un cambiamento in quella direzione”.
Ha menzionato Sinner. Naturalmente avete avuto lo stesso allenatore, Darren Cahill. Secondo lei cosa ha dato Cahill a Sinner? E se dovesse andarsene, visto che sembra che possa farlo presto, che cosa mancherebbe a Sinner?
“Darren è, secondo me, un allenatore leggendario. Non conta sempre quello che dici, a volte conta quello che non dici. Penso che sia importante capire e riuscire a comunicare a una persona che cosa le permette di esprimere il meglio del proprio gioco e come possa farlo con la massima continuità nel tempo. In altre parole, riuscire a ottenere il 100% anche quando sei all’80%. Sinner è uno dei migliori nel riuscire a colpire la palla senza assumersi rischi inutili. Anche se i suoi colpi sembrano così potenti e rischiosi, per lui in realtà non lo sono. Quindi cammina sempre su quella linea di confine in maniera molto calcolata, e credo che questo abbia molto a che fare con Darren. Penso che il cambiamento al servizio abbia molto a che fare con Darren. Penso che il fatto che ora venga maggiormente a rete e sappia meglio cosa fare quando ci arriva abbia molto a che fare con Darren. Credo che tutte queste cose siano importanti. Allo stesso tempo, penso anche che ogni rapporto tra allenatore e giocatore abbia una sua durata. Un allenatore davvero bravo, alla fine, arriva quasi a rendere superfluo il proprio lavoro. Prima o poi insegni ciò che sai, insegni al giocatore cosa lo rende forte. E anche tu impari da lui. Per un certo periodo questo rende migliore anche te. Ma poi arriva un momento in cui le cose possono cambiare e una voce nuova può portare qualcosa di diverso. Può essere una decisione dell’allenatore oppure del giocatore. Ma loro due sono stati straordinari l’uno per l’altro”.