Una cosa è certa: senza Mennea, un gigante, un uomo che ha cambiato lo sport in Italia, che ha unificato i sentimenti della gente, consegnando a una disciplina individuale la popolarità del calcio, il mondo sarà più lento. Era così Pietro il grande, un campione discreto. Pietro con la sua gobbetta di bianco un po' storto, troppo magro (non superò mai i 67 kg), che spuntava fra i neri o fra i sovietici in un mondo diverso dal nostro, pieno di tartan, di speranze, di cronometri innovativi e di metodologie d'allenamento sempre più mirate, raffinate, personalizzate. Usciva dalla curva che ti faceva pensare "ecco questo non ce la fa!" e invece no, mai sottovalutare Pietro, mai darlo per spacciato: entrava sul rettilineo mulinando quelle gambe che non conoscevano il senso doloroso dell'acido lattico, comune a quasi tutti i mortali che s'impegnano in un'attività muscolare intensa, e prendeva cinque anche sei anche sette metri agli avversari, finendo col ditino alzato.
Non diceva mai una parola di più. Quando lo intervistavano, negli anni belli, spesso restava in silenzio, come Celentano ma senza le intenzioni di Celentano. Parlava poco anche durante gli allenamenti. Nel '70 Vittori fece costruire per lui, a fianco della pista dell'Acquacetosa, un capannone di cento e passa metri per consentirgli di allenarsi anche nei giorni di pioggia. Pietro non era come gli altri. Quando lavorava a Formia, agli ordini di Vittori, era speciale in tutto, nelle dimensioni contenute del suo corpo, nella reattività, nella "stiffness" dei suoi piedi, che gli permettevano di resistere a carichi di lavoro disumani (per gli umani). I suoi compagni di lavoro lo amavano e lo detestavano. Il budget che avevano a disposizione era tale che spesso lui mangiava più degli altri. Qualcuno scappava la sera e si andava a fare una bistecca in più.
Spesso Vittori gli tirava le ripetute a bordo di una vespa (caso unico nella storia dell'atletica). Gli altri provavano a stargli dietro, ma spesso scoppiavano. Un paio smisero perché i ritmi di Mennea li costrinsero a odiare l'atletica. Mennea è stato l'alba dell'atletica leggera di Primo Nebiolo, ma senza alcuna spettacolarità meditata. Lui non s'illuminava mai a comando. Era l'atletica spontanea nella quale la Rai riuscì, in quindici anni, con la voce leggendaria di Paolo Rosi, a entrare, entrando a sua volta nelle case degli italiana, raccontando meeting che non esistono più: "Non esco, c'è Mennea", dicevano i ragazzi che avevano sei o sette anni più di lui e che si allenavano come lui sui 100 o i 200 e che qualche volta, soprattutto quando Pietro era meno giovane, lo incontravano al campo o sulle salite di Villa Glori, fra le quali è celebre il "centone" con una pendenza da rampa di garage su cui Pietro correva in 11"8. Pietro è stato la fatica, la ricerca della perfezione impossibile, la cura dei dettagli, l'imposizione di una vita spartana, monacale, concepita nell'esclusiva prospettiva del rendimento atletico.
Mennea è stato il primo atleta al mondo ad essere costruito in pista per i 200 metri moderni. Lui correva i 200 e solo con i ritagli di tempo, o per allenarsi, correva i 100 (di cui però ancora detiene il primato italiano con 10"01, stabilito alle Universiadi di Città del Messico del '79 poco prima di "stampare " il leggendario 19"72 sui 200). Prima di lui, persino con Berruti, Smith e Quarrie, la distanza dei 200 metri era vicaria dei 100, non aveva la loro stessa fama mediatica, era (possiamo dire) una gara secondaria. Dopo no. Dopo i 200 sono diventati una signora dell'atletica. Dopo sono venuti gli specialisti, come Michael Johnson. Mennea avrebbe forse potuto buttarsi sui 400. Fece alcune frazioni di 4x400 sotto il 44". Ma ormai era un po' stanco. Lo spaventava l'idea di faticare ancora di più, a trent'anni suonati. L'ultima sua mossa di "atleta" fu di scrivere, circa un anno fa, al Cio chiedendo l'assegnazione postuma della medaglia di bronzo alla staffetta azzurra 4x100 ai Giochi di Los Angeles dopo la squalifica per doping del quartetto canadese: l'Italia arrivò quarta. Ma era solo un gioco. Lo fece in silenzio. Come tutte le sue cose.
Non diceva mai una parola di più. Quando lo intervistavano, negli anni belli, spesso restava in silenzio, come Celentano ma senza le intenzioni di Celentano. Parlava poco anche durante gli allenamenti. Nel '70 Vittori fece costruire per lui, a fianco della pista dell'Acquacetosa, un capannone di cento e passa metri per consentirgli di allenarsi anche nei giorni di pioggia. Pietro non era come gli altri. Quando lavorava a Formia, agli ordini di Vittori, era speciale in tutto, nelle dimensioni contenute del suo corpo, nella reattività, nella "stiffness" dei suoi piedi, che gli permettevano di resistere a carichi di lavoro disumani (per gli umani). I suoi compagni di lavoro lo amavano e lo detestavano. Il budget che avevano a disposizione era tale che spesso lui mangiava più degli altri. Qualcuno scappava la sera e si andava a fare una bistecca in più.
Spesso Vittori gli tirava le ripetute a bordo di una vespa (caso unico nella storia dell'atletica). Gli altri provavano a stargli dietro, ma spesso scoppiavano. Un paio smisero perché i ritmi di Mennea li costrinsero a odiare l'atletica. Mennea è stato l'alba dell'atletica leggera di Primo Nebiolo, ma senza alcuna spettacolarità meditata. Lui non s'illuminava mai a comando. Era l'atletica spontanea nella quale la Rai riuscì, in quindici anni, con la voce leggendaria di Paolo Rosi, a entrare, entrando a sua volta nelle case degli italiana, raccontando meeting che non esistono più: "Non esco, c'è Mennea", dicevano i ragazzi che avevano sei o sette anni più di lui e che si allenavano come lui sui 100 o i 200 e che qualche volta, soprattutto quando Pietro era meno giovane, lo incontravano al campo o sulle salite di Villa Glori, fra le quali è celebre il "centone" con una pendenza da rampa di garage su cui Pietro correva in 11"8. Pietro è stato la fatica, la ricerca della perfezione impossibile, la cura dei dettagli, l'imposizione di una vita spartana, monacale, concepita nell'esclusiva prospettiva del rendimento atletico.
Mennea è stato il primo atleta al mondo ad essere costruito in pista per i 200 metri moderni. Lui correva i 200 e solo con i ritagli di tempo, o per allenarsi, correva i 100 (di cui però ancora detiene il primato italiano con 10"01, stabilito alle Universiadi di Città del Messico del '79 poco prima di "stampare " il leggendario 19"72 sui 200). Prima di lui, persino con Berruti, Smith e Quarrie, la distanza dei 200 metri era vicaria dei 100, non aveva la loro stessa fama mediatica, era (possiamo dire) una gara secondaria. Dopo no. Dopo i 200 sono diventati una signora dell'atletica. Dopo sono venuti gli specialisti, come Michael Johnson. Mennea avrebbe forse potuto buttarsi sui 400. Fece alcune frazioni di 4x400 sotto il 44". Ma ormai era un po' stanco. Lo spaventava l'idea di faticare ancora di più, a trent'anni suonati. L'ultima sua mossa di "atleta" fu di scrivere, circa un anno fa, al Cio chiedendo l'assegnazione postuma della medaglia di bronzo alla staffetta azzurra 4x100 ai Giochi di Los Angeles dopo la squalifica per doping del quartetto canadese: l'Italia arrivò quarta. Ma era solo un gioco. Lo fece in silenzio. Come tutte le sue cose.