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Mennea, quel record preparato per dieci anni

di ENRICO SISTI

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Erano arrivati a Città del Messico da quasi due settimane per acclimatarsi, prendere coscienza dei luoghi, abituarsi all'altura. In Italia Pietro ascoltava Tu sei l'unica donna per me di Alan Sorrenti. L'organizzazione delle Universiadi, ossia Primo Nebiolo in persona, agevolò un po' le cose sistemando batteria, semifinale e finale dei 200 in tre giorni diversi. Giorni belli e concitati. Come se tutti se lo sentissero, dentro, dove di solito non si guarda e non sempre si ascolta, che stava per succedere qualcosa di grosso. Durante gli allenamenti di rifinitura Pietro sbalordì persino se stesso correndo delle ripetute sugli 80 metri anche a 7"82. Poi vinse i 100 in 10"01. Era l'occasione perfetta. "Professore, questa è la volta buona!", disse Pietro a Vittori. E saltò un gradino a piè pari, come un bambino felice, in attesa di chissà quale Babbo Natale, di chissà quale regalo dalla sua atletica. Quel memorabile 19"72, nuovo record del mondo, quel 200 metri da bianco mascherato da nero, che solo 17 anni dopo Michael Johnson riuscì a ritoccare ma non a cancellare del tutto (è ancora primato europeo), Vittori lo definì "il record più meritato che si possa immaginare". Un record che testimoniava la fatica accumulata per arrivare sin lì, che trasudava l'impegno, che parlava la lingua dei forti e che in un certo senso "andava rispettato per la sua coerenza statistica". Alle spalle di quella giornata nuvolosa, di quel 12 settembre del 1979, in uno stadio mezzo vuoto di Città del Messico, c'erano dieci anni di tabelle redatte a Formia, quelle di Pietro, fitte di numeri, considerazioni, appunti, progetti, e anche quelle degli altri, soprattutto di tanti atleti stranieri altrettanto esemplari per come sapevano esprimersi su quella distanza. La preparazione per quel risultato fu straordinaria. Al punto che poco tempo dopo, nella sua Barletta, Pietro fu in grado di stabilire anche il primato mondiale a livello del mare (19"96).

La finale fu facile da vincere, ma non fu certamente facile, né in fondo prevedibile, vincere in quel modo, con tanta agiata leggerezza, stracciando i presenti e l'intero passato della disciplina. Pietro era in quarta corsia. Doveva guardarsi dal polacco Dunecki ma la verità è che il suo avversario più insidioso aveva talmente tanta poca confidenza ed era così convinto che alla fine non l'avrebbe spuntata che la sua partenza fu un disastro. Quasi annunciato. Pietro sbandò leggermente, come se non riuscisse a contenere la forza centrifuga in uscita di curva, mise quasi il piede destro sulla riga che separava quarta e quinta corsia: cosa che ne avrebbe provocato la squalifica. Ma l'aria era intrisa di ben altri profumi, altri sogni invadevano la pista. Vittori aveva lasciato Pietro al campo di riscaldamento. Il coach per poco non si perse la gara. Si accomodò trafelato sulla tribunetta bassa dalla quale vide la gara malissimo, non riuscì neppure a prendere i passaggi col suo cronometro. Ne sarebbe stato informato soltanto in un secondo momento, grazie al video del Prof. Fracchia, il più grande collezionista di filmati dell'atletica mondiale. Ai 100 Pietro passò in 10"25. Il documento visivo di Fracchia permise anche di far luce sull'errata misurazione del vento effettuata dagli strumenti sistemati in campo. I documenti ufficiali hanno tramandato un vento ufficiale di +1,8 m/s, ossia un vento al limite (il limite per l'omologazione di un risultato è un vento a favore di +1,9 m/s). Le immagini invece parlavano di un'altra verità: di bandierine dei giudici sul rettilineo completamente ferme. Poco importa tuttavia: la storia stava comunque andando più veloce del vento.
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