ROMA - "Di Pietro ho un ricordo lungo una vita, che non posso dimenticare. Lo vidi correre per la prima volta ai Campionati italiani giovanili, sulla pista di Ascoli Piceno, nel 1968, nei 300 metri: lì capii che era un talento naturale, una forza della natura. Lo conobbi nel 1970, quando il suo allenatore Mascolo lo portò a Formia". Carlo Vittori, l'uomo che ha lanciato tanti campioni dell'atletica, Marcello Fiasconaro e soprattutto Pietro Mennea, parla del campione di Barletta, scomparso questa mattina a Roma.
Vittori riconosce a Mennea il merito di avere rivoluzionato il mondo della velocità, ma anche il modo di allenarsi, di preparare i grandi appuntamenti. "Pietro - riconosce Vittori - ha tracciato la vita metodologica del training, affermando con i fatti i timori che un velocista si potesse allenare poco, magari solo perchè era stato dotato da madre natura. Pietro ha invece dimostrato che, allenandosi in maniera meticolosa, poteva migliorare. Le doti che gli riconosco sono l'impegno e la testardaggine: era davvero un martello pneumatico. Un esempio? Se per caso arrivavo con 5' di ritardo all'allenamento, si faceva trovare con il dito indice che batteva sull'orologio. E questo accadeva anche dopo nove o 10 anni di attività".
Un uomo che amava lo sport, tanto da trasformarlo in una ragione di vita. Un campione dentro e fuori la pista. "Ma forse anche di più . Aveva un eccesso di senso della responsabilità; secondo me questa era addirittura una sua debolezza, che lo spingeva ad andare oltre. Mennea avrebbe dovuto vincere anche le Olimpiadi del '76 (a Montreal, ndr): una settimana dopo a Viareggio, infatti, stabilì il record italiano con un tempo inferiore a quello dell'olimpionico Don Quarrie".
Pietro Mennea uomo, ma anche "macchina umana nel vero senso della parola, con la sua componente temperamentale, caratteriale e psichica", spiega Vittori. "Che - sottolinea - gli ha permesso di sfruttare strade nuove e considerate impercorribili, nel periodo in cui i tempi passavano dal rilevamento manuale a quello elettronico. Si arrabbiò molto quando realizzò il record italiano a Smirne, durante i Giochi del Mediterraneo, in 20"65, poi arrotondato a 20"70".
Vittori riconosce a Mennea il merito di avere rivoluzionato il mondo della velocità, ma anche il modo di allenarsi, di preparare i grandi appuntamenti. "Pietro - riconosce Vittori - ha tracciato la vita metodologica del training, affermando con i fatti i timori che un velocista si potesse allenare poco, magari solo perchè era stato dotato da madre natura. Pietro ha invece dimostrato che, allenandosi in maniera meticolosa, poteva migliorare. Le doti che gli riconosco sono l'impegno e la testardaggine: era davvero un martello pneumatico. Un esempio? Se per caso arrivavo con 5' di ritardo all'allenamento, si faceva trovare con il dito indice che batteva sull'orologio. E questo accadeva anche dopo nove o 10 anni di attività".
Un uomo che amava lo sport, tanto da trasformarlo in una ragione di vita. Un campione dentro e fuori la pista. "Ma forse anche di più . Aveva un eccesso di senso della responsabilità; secondo me questa era addirittura una sua debolezza, che lo spingeva ad andare oltre. Mennea avrebbe dovuto vincere anche le Olimpiadi del '76 (a Montreal, ndr): una settimana dopo a Viareggio, infatti, stabilì il record italiano con un tempo inferiore a quello dell'olimpionico Don Quarrie".
Pietro Mennea uomo, ma anche "macchina umana nel vero senso della parola, con la sua componente temperamentale, caratteriale e psichica", spiega Vittori. "Che - sottolinea - gli ha permesso di sfruttare strade nuove e considerate impercorribili, nel periodo in cui i tempi passavano dal rilevamento manuale a quello elettronico. Si arrabbiò molto quando realizzò il record italiano a Smirne, durante i Giochi del Mediterraneo, in 20"65, poi arrotondato a 20"70".