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Sara Simeoni, i 60 anni lontano dall'atletica: "Dirò tutto in un libro"

Traguardo importante per la grande campionessa azzurra, olimpionica a Mosca ed ex primatista mondiale nel salto in alto. Cambiò il suo sport con Mennea, ma i record le pesavano
di ENRICO SISTI

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BOB DYLAN sarebbe contento di cedere le sue definizioni: "Sara, radiant jewel, mystical wife". "Ma non starete esagerando con le celebrazioni?", brontola scherzoso suo marito Erminio, l'epico Azzaro, anche lui altista e primatista italiano da 2,15 a 2,18 negli anni in cui il salto in alto era ancora e soprattutto una questione di pancia, ventrale, perché Fosbury non aveva ancora spaccato la storia in due, o almeno non del tutto. Sara è uscita, è andata dal parrucchiere, mystical wife: "Tornerà fra due ore, ma un po' si scoccia...". Non ama le ricorrenze, Sara, non le piace questo fatto che il tempo suggerisca eventi, date, che arricchisca il calendario, che si faccia casino, festa, che arrivino torte, applausi, lacrime e qualche candelina in più. Troppa roba. La discrezione è stata la sua forza vitale, il suo fiore all'occhiello, la sua più profonda e autentica natura, l'ha fatta salire in cielo quand'era giovane, l'ha esclusa dal mondo dell'atletica quando smise perché non sorrideva a comando ("non accuso nessuno, ma certo qualcuno non mi ha voluta, sarei potuta diventare presidente federale e invece mi fecero fuori pure dalla Fondazione Onesti. Ma dirò tutto in un libro"). Si sta conservando vera e semplice. La stessa Sara che vinceva allora adesso ha 60 anni ed è mamma di Roberto, 22 anni, anche lui altista, 2,15 da allievo (ha ripreso da poco).

Con la sua sola presenza Sara traduce il senso, la direzione tecnica e culturale dell'atletica italiana, mescola passato, presente e futuro, conquiste e prospettive (la zona veneta è ancora un grande serbatoio per il salto in alto maschile e femminile). Lei e Pietro, arrivati sino a scorticare i vecchi primati del mondo per imporne di nuovi, lei e Pietro che guarda caso (ma non è un caso) condivisero i lunghi giorni di Formia, gli inverni, innervando il talento, assemblando fatica e convinzione in se stessi e ottenendo da tali valori un composto unico, forse irripetibile. Sara che Alessia Trost omaggia dicendo: "Pensando a lei mi sento stupida". Sara il cui record del mondo di 2,01, in quella lontana Brescia del lontano eppure vicinissimo '78, misura poi eguagliata agli Europei di Praga, passò alla storia anche perché non venne ripreso da nessuna telecamera ufficiale. Esistevano soltanto foto in bianco e nero. Poi dagli archivi di Brescia Telenord spuntò un filmato che per fortuna adesso circola in rete: a imperitura memoria di uno dei più corposi salti di qualità della nostra storia sportiva. Sara che nell'80 vinse la medaglia d'oro ai Giochi di Mosca atterrando sul saccone più luminoso della sua vita, anche se le bastò 1,97, esaltando con quel trionfo i due argenti olimpici che lo avrebbero incorniciato per sempre (quelli di Montreal e di Los Angeles): "Ma prima della gara di Mosca mi sentii male".

Aveva paura come Mennea e come Mennea diceva a se stessa: "Sono la primatista del mondo, oddio, e se perdo?". Non perse. Sara le cui amiche si battevano contro di lei, a cominciare dalla Witschas, poi da sposata Ackermann, ultima grande ventralista, la prima donna a superare i due metri, atlete che gareggiavano sospinte dalla fierezza affettuosa, senza isterismi o sguardi feroci, dell'atletica di quei tempi (prima la Gusenbauer, successivamente la Meyfarth e la Bykova). Sara, radioso gioiello, si tenne stretto il record del mondo sino al 2,02 della stessa Meyfarth (settembre '82). In Italia solo Antonietta Di Martino, l'8 giugno del 2007, ossia 29 anni dopo, riuscì a oltrepassarla, quel giorno anche lei di un solo centimetro. Si supera, un risultato, ma non si dimentica quello che c'era intorno, sotto, sopra. Passa tutto tranne questo. Vero Sara? 
 
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