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Pugilato, Di Rocco sul trono d'Europa. Ndiaye, pari e polemiche

Il superleggero umbro batte nettamente l'inglese Daws e diventa il primo boxeur italiano di origine gitana a conquistare una corona continentale. Non ce la fa invece il pugile di origine senegalese, premiato da un verdetto benevolo che gli offre una nuova chance contro il francese Rebrasse
di LUIGI PANELLA

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ROMA - Storie di boxe che si intrecciano sul ring di Brindisi. Una è a lieto fine, quella di Michele Di Rocco, che diventa campione d'Europa dei pesi superleggeri: 31 anni, umbro, è primo italiano di origine gitana a fregiarsi di un titolo continentale dopo aver battuto nettamente ai punti l'inglese Lenny Daws. L'altra resta sospesa. Mouhamed Alì Ndiaye, senegalese diventato italiano per matrimonio, un passato anche da 'Vu cumprà', fallisce l'assalto contro il francese Christoph Rebrasse: il match finisce pari, significa che nei prossimi mesi i due (essendo il titolo dei supermedi vacante) si riaffronterranno. Il verdetto però lascia una scia di polemiche, destinate a proseguire, da parte nel clan del transalpino. 

Partiamo dalla note liete, con un Di Rocco semplicemente perfetto nella gestione dell'incontro contro Lenny Daws. Il pugile londinese, con un buon record di incontri ed un livello discreto di avversari incontrati, partiva con un vantaggio di parecchi centimetri di allungo, ma nessuno se ne è accorto. Sin dalle prime fasi infatti, è infatti Di Rocco ad anticipare con il suo rapidissimo jab sinistro l'avversario, mostrando doti tecniche nettamente superiori. Daws, estremamente schematico nella sua azione, praticamente propone solo colpi di sbarramento, ma a parte un buon destro nell'undecimo round, non crea mai problemi all'umbro, che non perde il controllo della situazione neanche quando nel secondo round accusa un taglio all'arcata sopraccigliere destra. Mai una azione banale per Di Rocco, che raramente porta colpi isolati e propone serie pregevoli. L'unico piccolo rammarico, è l'arrivo di questa corona europea con un certo ritardo rispetto a potenzialità finalmente espresse in pieno. La sconfitta - l'unica - con Lauri nel 2007 - sembrava aver pregiudicato il cammino, ma la rivincita con lo stesso varesino lo scorso anno è di fatto stata il viatico per questa vittoria. Non rendono peraltro giustizia i cartellini dei giudici: due e quattro punti di margine, pochi per quello che si è visto. "Saluto tutti i gitani d'Italia", è il grido di Di Rocco a fine match.

Le note dolenti invece vengono da Alì Ndiaye. A 33 anni, il pugile di origine senegalese non si gioca bene la sua chance. Salito sul ring troppo teso, non esprime praticamente mai la sua boxe, sciolta ed al tempo stesso dotata di buona potenza. Rebrasse invece, sin dalle prime fasi, prende il centro del ring facendo valere la bontà del suo diretto sinistro, spesso in corso di match doppiato dal destro. Ndiaye, che piega le gambe su un gancio del francese già al secondo round, non entra mai nel match: un jab sinistro portato con poca convinzione, larghe sventole di destro facilmente intuibili e oggettivamente meno efficaci della boxe per linee interne del co-sfidante. Solo nell'ottavo e nell'ultimo round, quello della classica forza della disperazione, Ndiaye dà la sensazione di poter mettere in difficoltà Rebrasse. Poco per sperare in un verdetto favorevole, e invece... Mentre il finnico Perajoki vede sette punti di margine per il francese (forse troppi, ma cinque a nostro avviso c'erano tutti), gli spagnoli la vedono diversamente: Palomo vede un pareggio, Vazquez Marcos addirittura un punto per Ndiaye. Le veementi, in alcuni frangenti poco garbate, proteste del clan francese sono l'inevitabile contorno. Del resto questo tipo di verdetti, sfacciatamente casalinghi, non fanno bene alla boxe. Ma questa è storia vecchia.
 
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