ROMA - Emile Griffith, ex campione del mondo negli anni '60, è morto a 75 anni, l'annuncio della International Boxing Hall of Fame. Con lui la boxe perde un grande interprete, non solo sul ring. Griffith, nato nelle Isole Vergini, è stato peso welter e medio tra i migliori della storia. Al suo nome, soprattutto per gli sportivi italiani, è legata la trilogia di sfide con Nino Benvenuti negli anni sessanta. Nino tenne l'Italia sveglia, attaccata alla radiolina, in piena notte: un evento epocale che per la nostra boxe, abbastanza spenta di questi tempi, appare ancora più lontano rispetto al quel 1967. Il triestino vinse la prima e la terza sfida, arrendensosi nella rivincita. "Ho perso un grande amico, anzi un fratello. La sua morte è un dolore immenso", dichiara commosso Benvenuti. "E' stato un grande avversario, un campione di correttezza. Ha dato un'immagine pulita alla boxe. Nella graduatoria di tutti i tempi tra i medi - dice - è stato secondo solo a Sugar Ray Robinson e Carlos Monzon. Io come altri ho goduto il vantaggio di essere un peso medio naturale. Lui era più un welter come statura e muscolatura, ma se fosse stato un medio naturale anche lui non lo avrebbe battuto mai nessuno. E' stato più grande di me...".
Ma sarebbe riduttivo fermare la storia di Emile a quella trilogia, essendo egli legato a spaccati indimenticabili della società dell'epoca. La sua carriera iniziata nel 1958, si chiude nel 1977 dopo 112 autentiche battaglie. Basta pensare che tra i suoi avversari c'è quel Rubin Carter, 'Hurricane' (che tra l'altro gli inflisse una dura lezione), nero ingiustamente accusato di omicidio e liberato solo dopo molti anni. Una storia che ispirò Bob Dylan - famossissima una sua canzone - ed uno splendido film magistralmente interpretato da Denzel Washington.
Sul ring si vince e si perde: Griffith perde anche contro Benny Paret, e la rivincità di quel match ne segna per sempre la vita. Paret in occasione della prima sfida pronuncia una parola difficile da accettare nel mondo della boxe, anzi difficile da accettare in assoluto in una società chiusa come quella dell'America del 1962. "Maricon", omosessuale, parole scolpite nella mente e non dimenticate. E' l'inizio di una faida, perchè il match è durissimo: Emile vince con un drammatico ko, Paret muore nove giorni dopo per le conseguenze dei colpi incassati. Non se lo perdonerà mai Griffith, che tanti anni dopo fa coming out, dichiarando la propria omosessualità nelle pagine del libro "Nine, Ten... and Out! The two worlds of Emile Griffith', scritto con il canadese Mark Leduc.
Griffith prolunga molto, probabilmente troppo, la sua attività agonistica, affrontando altri grandissimi interpreti del pugilato come Carlos Monzon. Ma una volta giù dal ring la sua storia assume caratteristiche simili a quella di tanti grandi ex pugili che faticano ad amministrare gli ingenti guadagni. Magari qualche procuratore di pochi scrupoli fa la sua parte, ma va detto Griffith, che ha il senso della famiglia, più che pensare a se stesso manda quasi tutto a St. Thomas, nelle Isole Vergini. Alla madre che adora, ma anche ai suoi quattro fratelli ed alle quattro sorelle.
Il morbo di Alzhaimer successivamente spegne quei meravigliosi riflessi. Il sussidio dei servizi sociali basta solo per mangiare e pagare l'affitto, ma è totalmente insufficiente per le cure mediche. Una situazione difficile, ma Nino Benvenuti non si dimentica di lui. "Si può dire che senza Griffith la mia fama non sarebbe stata così estesa. Mi ha dato l'opportunità di andare in America, di sfidarlo, di conquistare il Mondiale. E' stata una tappa fondamentale della mia carriera", dichiara Nino, che non si ferma alle parole organizzando una serie di eventi, tra cui la vendita di un libro accompagnato da inedite fotografie della loro triologia di sfide, per aiutarlo. Emile viene a Roma, Nino gli rende la visita andando a New York: serate con gente dello spettacolo, vecchi campioni, semplici appassionati. Tutto per allietare gli ultimi anni di vita a quell'uomo che aveva un pugno duro ma anche lo sguardo dolce e la voce delicata.
Ma sarebbe riduttivo fermare la storia di Emile a quella trilogia, essendo egli legato a spaccati indimenticabili della società dell'epoca. La sua carriera iniziata nel 1958, si chiude nel 1977 dopo 112 autentiche battaglie. Basta pensare che tra i suoi avversari c'è quel Rubin Carter, 'Hurricane' (che tra l'altro gli inflisse una dura lezione), nero ingiustamente accusato di omicidio e liberato solo dopo molti anni. Una storia che ispirò Bob Dylan - famossissima una sua canzone - ed uno splendido film magistralmente interpretato da Denzel Washington.
Sul ring si vince e si perde: Griffith perde anche contro Benny Paret, e la rivincità di quel match ne segna per sempre la vita. Paret in occasione della prima sfida pronuncia una parola difficile da accettare nel mondo della boxe, anzi difficile da accettare in assoluto in una società chiusa come quella dell'America del 1962. "Maricon", omosessuale, parole scolpite nella mente e non dimenticate. E' l'inizio di una faida, perchè il match è durissimo: Emile vince con un drammatico ko, Paret muore nove giorni dopo per le conseguenze dei colpi incassati. Non se lo perdonerà mai Griffith, che tanti anni dopo fa coming out, dichiarando la propria omosessualità nelle pagine del libro "Nine, Ten... and Out! The two worlds of Emile Griffith', scritto con il canadese Mark Leduc.
Griffith prolunga molto, probabilmente troppo, la sua attività agonistica, affrontando altri grandissimi interpreti del pugilato come Carlos Monzon. Ma una volta giù dal ring la sua storia assume caratteristiche simili a quella di tanti grandi ex pugili che faticano ad amministrare gli ingenti guadagni. Magari qualche procuratore di pochi scrupoli fa la sua parte, ma va detto Griffith, che ha il senso della famiglia, più che pensare a se stesso manda quasi tutto a St. Thomas, nelle Isole Vergini. Alla madre che adora, ma anche ai suoi quattro fratelli ed alle quattro sorelle.
Il morbo di Alzhaimer successivamente spegne quei meravigliosi riflessi. Il sussidio dei servizi sociali basta solo per mangiare e pagare l'affitto, ma è totalmente insufficiente per le cure mediche. Una situazione difficile, ma Nino Benvenuti non si dimentica di lui. "Si può dire che senza Griffith la mia fama non sarebbe stata così estesa. Mi ha dato l'opportunità di andare in America, di sfidarlo, di conquistare il Mondiale. E' stata una tappa fondamentale della mia carriera", dichiara Nino, che non si ferma alle parole organizzando una serie di eventi, tra cui la vendita di un libro accompagnato da inedite fotografie della loro triologia di sfide, per aiutarlo. Emile viene a Roma, Nino gli rende la visita andando a New York: serate con gente dello spettacolo, vecchi campioni, semplici appassionati. Tutto per allietare gli ultimi anni di vita a quell'uomo che aveva un pugno duro ma anche lo sguardo dolce e la voce delicata.