MOSCA - Alto maschile da brividi. Tre arrivano a 2,41: il canadese Drouin, l'ucraino Bondarenko e il qatarino Barshim. L'ucraino volante allenato dal padre ex-decatleta (tre settimane fa a Londra ha sfiorato un 2,47 che avrebbe cancellato Sotomayor) ha passato a quasi tutte le misure. In pratica ha saltato solo due volte: ma il 2,41 non lo spaventa, l'ha già saltato. Primo salto sbagliato, secondo perfetto. Esce Drouin. Barshim sbaglia anche lui la prima prova e decide di tenersi le altre due per la misura successiva (tanto è in svantaggio su Bondarenko per numero di salti): Il qatarino sbaglia due volte a 2.44. Stiamo gareggiando alle soglie del record di Sotomayor, Bondarenko e Barshim gli stanno svolazzando intorno. Ma quando Barshim esce Bondarenko trionfa con 2,41: facendo solo quattro salti. E ora? Prova il record del mondo a 2,46. In curva migliaia di ucraini arrivati, quasi tutti dalla sua città natale, Kharkiv, oppure residenti a Mosca. Silenzio. Come alla partenza di una finale dei 100. Sbaglia la prima prova, pure la seconda ma col busto era passato. Brividi terminali. Al terzo ci crede ma non ha più elasticità e prende con le mani l'asticella. Comunque lo farà. Ce l'ha. Non è stato oggi. Sarà domani. Sarà alla prima occasione. Grande atleta. Elevazione da marziano.
Susana Hejnova consacra una stagione straordinaria, in cui è stata sempre la più forte, vincendo la finale dei 400 hs da padrona assoluta. La ceca è semplicemente devastante dai 250 in poi: sul rettilineo rimane ampia senza mollare una sola frequenza e dà dieci metri alle rivali americane (Demus e Muhammad), ritoccando ancora la sua miglior prestazione mondiale stagionale (52"83). Fra gli uomini è invece un arrivo al fotofinish: vince di un centesimo Gordon, Trinidad e Tobago, sull'americano Tinsley, secondo come a Londra (47"69 e 47"70). Quasi scontata doppietta kenyana nei 3000 siepi: oro a Kemboi (8'06"01) e argento Kipruto (8'06"37). Terzo il francese Mekhissi-Benabbad (8'07"86). Il triplo femminile, con l'ucraina Saladuha un po' acciaccata, va alla colombiana Ibarguen (14,85, miglior prestazione del 2013), davanti alla russa Koneva (14,81) e alla Saladuha (14,65). Nei 1500 che hanno chiuso la giornata dominio della favorita, la 23enne etiope naturalizzata svedese Aregawi, suo il miglior tempo dell'anno (3'56"60): corsa tranquilla, accelerazione terminale (per le altre) negli ultimi duecento metri.
Nei 200 femminili le semifinali hanno confermato un dato non ufficiale ma di buon senso: è probabile che le medaglie della finale di domani siano già assegnate. Resta solo da capire quale delle quattro aspiranti (evidente la loro superiorità rispetto alle altre) resterà fuori dal podio. Il solco fra le prime quattro del lotto (la giamaicana Shelley-Ann Fraser-Pryce, già oro nei 100 e miglior tempo nei 200 nel 2013, l'americana Allyson Felix, l'ivoriana Ahoure, già argento nei 100, e la nigeriana Okagbare, la ragazza allenata in California da John Smith) appare decisamente incolmabile. Ancora meno incerta, ma si sapeva, la gara dei 200 maschili (domattina le batterie, nel pomeriggio le semifinali, sabato la finale). Bolt sarà nell'ultima batteria, la settima. Attenti al nostro Demonte. Il campione giamaicano non ha praticamente rivali. Sarebbe quasi una gara da non correre. Anche perché, salvo un raptus, non soltanto è sicuro che Bolt vincerà ma è anche abbastanza certo che non vincerà con un tempo clamoroso. Non ci sono le condizioni psicologiche e anche l'aspettativa del mondo è bassa.
Di solito i grandi "crono" sono anche il frutto dell'agonismo, di un po' di incertezza, delle rivalità in pista, sono figli dell'applicazione della parte migliore delle energie nervose di un atleta, quelle che non tolgono ma aggiungono. Gare come questi 200 che correrà Bolt qui a Mosca non obbligano il favorito a richiamare chissà quali riserve temperamentali. Potrebbero insidiarlo soltanto i suoi connazionali Weir, Ashmeade e Livermore (insidiarlo vuol dire non lasciargli dieci metri di vantaggio). Il resto, semplicemente, non c'è. Un'occhiata in casa americana è meglio forse non darla. Verrebbero al pettine nodi drammatici. Nodi come Tyson Gay, per esempio, che non è nato duecentista e non ha mai amato la distanza. Quando ha provato a diventarlo (quest'anno), allenando più seriamente la distanza (e poi s'è capito perché....), è stato trovato positivo in più di un'occasione e verrà squalifcato. Capitolo chiuso. Un altro nodo è il fatto che l'atletica americana non abbia più prodotto un vero duecentista, un velocista specializzato nella doppia distanza, da Wallace Spearmon Jr. in poi (sembrava lo fosse Xavier Carter, ma si è spento in un attimo). Spearmon è ancora in gara (partirà nella quinta batteria) ma ormai è un atleta da 20"10, ben lontano dai tempi in cui correva stabilmente a 19"80 con un rettilineo alla Mennea e con un primato personale di 19"65.
Isaiah Young è un ragazzo che quando iniziò non aveva uno straccio di tecnica di corsa ed era grasso: faceva 11" nei 100. Lo volevano mandare a casa: "Và a studiare", gli dissero. Poi si mise a dieta, riunciò al pollo fritto (letteralmente) e si accorsero che migliorava nella resistenza alla velocità: provò un 200: 22". Ossia doppiava il tempo dei 100. Adesso è sceso a 19"86. Ma non sembra poter correre sempre a quella velocità. E ogni tanto, al college, lo beccano ancora col pollo fritto in bocca. E per punizione i suoi coach gli fanno fare "un bel 3000" per finire l'allenamento il giorno dopo. Il terzo è Curtis Mitchell, per la prima volta quest'anno sotto i 20" (19"19). Per mancanza d'avversari è possibile che la finale dei 200 maschili possa essere la replica di quella dei 100: tutti e quattro i giamaicani dentro. Poi i tre americani senza pretese potrebbero farcela: cui si potrebbe aggiungere l'olandese Martina o magari, se corre bene, l'inglese Adam Gemili. Ai 200 parteciperà anche Liguelin Santos, il dominicano bronzo nei 400 (argento a Londra). Lemaitre avrebbe aggiunto ai 200 un po' di pepe "bianco". Ma il francese si è stirato nella finale dei 100 e ha chiuso la stagione.
Domani, oltre quella dei 200 femminili, finali anche del martello femminile, del lungo maschile (da seguire Menkov e Rivera), del peso maschile, dei 5000 maschili (Farah cerca la seconda doppietta consecutiva dopo quella di Londra) e della 4x400 maschile (oggi Italia fuori).
Susana Hejnova consacra una stagione straordinaria, in cui è stata sempre la più forte, vincendo la finale dei 400 hs da padrona assoluta. La ceca è semplicemente devastante dai 250 in poi: sul rettilineo rimane ampia senza mollare una sola frequenza e dà dieci metri alle rivali americane (Demus e Muhammad), ritoccando ancora la sua miglior prestazione mondiale stagionale (52"83). Fra gli uomini è invece un arrivo al fotofinish: vince di un centesimo Gordon, Trinidad e Tobago, sull'americano Tinsley, secondo come a Londra (47"69 e 47"70). Quasi scontata doppietta kenyana nei 3000 siepi: oro a Kemboi (8'06"01) e argento Kipruto (8'06"37). Terzo il francese Mekhissi-Benabbad (8'07"86). Il triplo femminile, con l'ucraina Saladuha un po' acciaccata, va alla colombiana Ibarguen (14,85, miglior prestazione del 2013), davanti alla russa Koneva (14,81) e alla Saladuha (14,65). Nei 1500 che hanno chiuso la giornata dominio della favorita, la 23enne etiope naturalizzata svedese Aregawi, suo il miglior tempo dell'anno (3'56"60): corsa tranquilla, accelerazione terminale (per le altre) negli ultimi duecento metri.
Nei 200 femminili le semifinali hanno confermato un dato non ufficiale ma di buon senso: è probabile che le medaglie della finale di domani siano già assegnate. Resta solo da capire quale delle quattro aspiranti (evidente la loro superiorità rispetto alle altre) resterà fuori dal podio. Il solco fra le prime quattro del lotto (la giamaicana Shelley-Ann Fraser-Pryce, già oro nei 100 e miglior tempo nei 200 nel 2013, l'americana Allyson Felix, l'ivoriana Ahoure, già argento nei 100, e la nigeriana Okagbare, la ragazza allenata in California da John Smith) appare decisamente incolmabile. Ancora meno incerta, ma si sapeva, la gara dei 200 maschili (domattina le batterie, nel pomeriggio le semifinali, sabato la finale). Bolt sarà nell'ultima batteria, la settima. Attenti al nostro Demonte. Il campione giamaicano non ha praticamente rivali. Sarebbe quasi una gara da non correre. Anche perché, salvo un raptus, non soltanto è sicuro che Bolt vincerà ma è anche abbastanza certo che non vincerà con un tempo clamoroso. Non ci sono le condizioni psicologiche e anche l'aspettativa del mondo è bassa.
Di solito i grandi "crono" sono anche il frutto dell'agonismo, di un po' di incertezza, delle rivalità in pista, sono figli dell'applicazione della parte migliore delle energie nervose di un atleta, quelle che non tolgono ma aggiungono. Gare come questi 200 che correrà Bolt qui a Mosca non obbligano il favorito a richiamare chissà quali riserve temperamentali. Potrebbero insidiarlo soltanto i suoi connazionali Weir, Ashmeade e Livermore (insidiarlo vuol dire non lasciargli dieci metri di vantaggio). Il resto, semplicemente, non c'è. Un'occhiata in casa americana è meglio forse non darla. Verrebbero al pettine nodi drammatici. Nodi come Tyson Gay, per esempio, che non è nato duecentista e non ha mai amato la distanza. Quando ha provato a diventarlo (quest'anno), allenando più seriamente la distanza (e poi s'è capito perché....), è stato trovato positivo in più di un'occasione e verrà squalifcato. Capitolo chiuso. Un altro nodo è il fatto che l'atletica americana non abbia più prodotto un vero duecentista, un velocista specializzato nella doppia distanza, da Wallace Spearmon Jr. in poi (sembrava lo fosse Xavier Carter, ma si è spento in un attimo). Spearmon è ancora in gara (partirà nella quinta batteria) ma ormai è un atleta da 20"10, ben lontano dai tempi in cui correva stabilmente a 19"80 con un rettilineo alla Mennea e con un primato personale di 19"65.
Isaiah Young è un ragazzo che quando iniziò non aveva uno straccio di tecnica di corsa ed era grasso: faceva 11" nei 100. Lo volevano mandare a casa: "Và a studiare", gli dissero. Poi si mise a dieta, riunciò al pollo fritto (letteralmente) e si accorsero che migliorava nella resistenza alla velocità: provò un 200: 22". Ossia doppiava il tempo dei 100. Adesso è sceso a 19"86. Ma non sembra poter correre sempre a quella velocità. E ogni tanto, al college, lo beccano ancora col pollo fritto in bocca. E per punizione i suoi coach gli fanno fare "un bel 3000" per finire l'allenamento il giorno dopo. Il terzo è Curtis Mitchell, per la prima volta quest'anno sotto i 20" (19"19). Per mancanza d'avversari è possibile che la finale dei 200 maschili possa essere la replica di quella dei 100: tutti e quattro i giamaicani dentro. Poi i tre americani senza pretese potrebbero farcela: cui si potrebbe aggiungere l'olandese Martina o magari, se corre bene, l'inglese Adam Gemili. Ai 200 parteciperà anche Liguelin Santos, il dominicano bronzo nei 400 (argento a Londra). Lemaitre avrebbe aggiunto ai 200 un po' di pepe "bianco". Ma il francese si è stirato nella finale dei 100 e ha chiuso la stagione.
Domani, oltre quella dei 200 femminili, finali anche del martello femminile, del lungo maschile (da seguire Menkov e Rivera), del peso maschile, dei 5000 maschili (Farah cerca la seconda doppietta consecutiva dopo quella di Londra) e della 4x400 maschile (oggi Italia fuori).