ROMA - C'è una foto che lo ritrae con una giacca pesante, un giocatore dolorante a terra, sullo sfondo Vujadin Boskov. E' l'immagine di una domenica di campionato del 1993, Fabio Pigozzi allora era il responsabile dello staff sanitario della Roma. Sono trascorsi vent'anni da quell'immagine e il ragazzo con una laurea in medicina in tasca, una specializzazione in medicina dello sport e una seconda ("Perché bisogna sempre provare a essere più preparati, anche se costa sacrificio") in cardiologia, si è trasformato stagione dopo stagione in vero e proprio punto di riferimento italiano e internazionale dell'incrocio tra sport e ricerca scientifica.
Da oggi il Professor Pigozzi, a soli 54 anni, è il nuovo rettore dell'Università Foro Italico, quarto ateneo della capitale, primo del paese in materia di formazione e ricerca scientifica in ambito sportivo. Dopo una carriera divisa tra medicina dello sport, attività accademica e un lungo percorso nella politica nazionale del CONI, dove oggi siede nella giunta presieduta da Giovanni Malagò, e in quella internazionale, dove presiede la Federazione Internazionale di Medicina dello sport, guiderà per sei anni l'Università che proprio col Coni divide i suoi corridoi e le sue aule. "L'Ateneo del Foro Italico - spiega il neorettore - dovrà continuare a garantire la propria eccellenza sul piano della ricerca e della formazione così da rendere sempre più efficace e competitivo l'inserimento dei suoi laureati nel mercato del lavoro".
Già firmati i decreti di nomina dei prorettori: uno sarà il giurista Gennaro Terracciano, mentre il ruolo di vicario spetterà al professor Pierpaolo Mariani, traumatologo dello sport di fama internazionale. Membro del Consiglio Superiore di Sanità e della Health, Medical and Research Committee della Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), il professor Pigozzi ha subito indicato le linee guida del suo mandato: "Il mio lavoro si inserisce in un contesto generale complesso. Non ho certo la bacchetta magica per dire che solo entrando in questo Ateneo i ragazzi saranno in grado di garantirsi un pezzo di futuro. È arrivato il momento di allargare i propri orizzonti professionali. Questa università prepara a reggere il passo con Atenei internazionali che seguono gli stessi studi. Ai ragazzi che incontro quotidianamente qui al Foro Italico dico che una carriera si costruisce col sacrificio, la preparazione e con la convinzione che la parola sport significhi non solo attività fisica".
Si corre il rischio che l'ambizione superi le reali opportunità degli studenti.
"È per questa ragione che a costo di risultare un po' ruvido, riassumo il nostro lavoro in due parole: sacrificio ed eccellenza. Noi dobbiamo puntare a un livello di preparazione che permetta di superare i corridoi del Foro Italico. Altrimenti si rischia di restare una realtà locale, troppo piccola, tanto da perdere anche la nostra unicità nel paese".
Complice anche il suo ruolo alla guida della Federazione Mondiale di Medicina Sportiva, lei insiste molto sul confronto internazionale.
"Guardi, in molti altri paesi partendo dagli stessi studi che proponiamo al Foro Italico, si costruiscono carriere. Noi da un lato lavoriamo sulla preparazione dello studente, sul processo di formazione che si consolida nelle nostre aule. Dall'altro puntiamo a creare continue sinergie con altre Università, Enti del territorio, e con le stesse Federazioni che dal Coni dipendono. Le opportunità si costruiscono aprendo le porte dell'Università".
Una visione ottimistica frenata dalle esigenze di contenimento della spesa a cui sono sottoposte tutte le università. La sua non fa eccezione.
"E su questo punto non mi faccio certo illusioni. Ma ho sei anni a disposizione per comunicare con il mio lavoro l'importanza del binomio sport/cultura. Questo Ateneo deve lavorare sulla sua unicità. Se lei sente parlare i ragazzi nei corridoi, loro questa la definiscono "Università dello sport". È uno slogan efficace che deve essere affiancato da un costante lavoro di sviluppo di tutti gli aspetti propri dell'attività motoria. È così che un'università fa emergere la sua eccellenza e acquisisce forza e appeal per attrarre finanziamenti pubblici e privati. Il futuro dei ragazzi parte da qui".
Lei ha parlato di sinergia anche col Coni, per uno studente abituato a muoversi in spazi a metà tra Ateneo e Comitato Olimpico è questa la prima strada a cui pensare immaginando un futuro?
"Il rapporto tra le due istituzioni è buono, ma va rafforzato partendo magari da una adeguata divisione di spazi e delle attuali comuni strutture. Abbiamo specificità diverse, ma deve essere unica la visione del futuro dello sport".
Da oggi il Professor Pigozzi, a soli 54 anni, è il nuovo rettore dell'Università Foro Italico, quarto ateneo della capitale, primo del paese in materia di formazione e ricerca scientifica in ambito sportivo. Dopo una carriera divisa tra medicina dello sport, attività accademica e un lungo percorso nella politica nazionale del CONI, dove oggi siede nella giunta presieduta da Giovanni Malagò, e in quella internazionale, dove presiede la Federazione Internazionale di Medicina dello sport, guiderà per sei anni l'Università che proprio col Coni divide i suoi corridoi e le sue aule. "L'Ateneo del Foro Italico - spiega il neorettore - dovrà continuare a garantire la propria eccellenza sul piano della ricerca e della formazione così da rendere sempre più efficace e competitivo l'inserimento dei suoi laureati nel mercato del lavoro".
Già firmati i decreti di nomina dei prorettori: uno sarà il giurista Gennaro Terracciano, mentre il ruolo di vicario spetterà al professor Pierpaolo Mariani, traumatologo dello sport di fama internazionale. Membro del Consiglio Superiore di Sanità e della Health, Medical and Research Committee della Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), il professor Pigozzi ha subito indicato le linee guida del suo mandato: "Il mio lavoro si inserisce in un contesto generale complesso. Non ho certo la bacchetta magica per dire che solo entrando in questo Ateneo i ragazzi saranno in grado di garantirsi un pezzo di futuro. È arrivato il momento di allargare i propri orizzonti professionali. Questa università prepara a reggere il passo con Atenei internazionali che seguono gli stessi studi. Ai ragazzi che incontro quotidianamente qui al Foro Italico dico che una carriera si costruisce col sacrificio, la preparazione e con la convinzione che la parola sport significhi non solo attività fisica".
Si corre il rischio che l'ambizione superi le reali opportunità degli studenti.
"È per questa ragione che a costo di risultare un po' ruvido, riassumo il nostro lavoro in due parole: sacrificio ed eccellenza. Noi dobbiamo puntare a un livello di preparazione che permetta di superare i corridoi del Foro Italico. Altrimenti si rischia di restare una realtà locale, troppo piccola, tanto da perdere anche la nostra unicità nel paese".
Complice anche il suo ruolo alla guida della Federazione Mondiale di Medicina Sportiva, lei insiste molto sul confronto internazionale.
"Guardi, in molti altri paesi partendo dagli stessi studi che proponiamo al Foro Italico, si costruiscono carriere. Noi da un lato lavoriamo sulla preparazione dello studente, sul processo di formazione che si consolida nelle nostre aule. Dall'altro puntiamo a creare continue sinergie con altre Università, Enti del territorio, e con le stesse Federazioni che dal Coni dipendono. Le opportunità si costruiscono aprendo le porte dell'Università".
Una visione ottimistica frenata dalle esigenze di contenimento della spesa a cui sono sottoposte tutte le università. La sua non fa eccezione.
"E su questo punto non mi faccio certo illusioni. Ma ho sei anni a disposizione per comunicare con il mio lavoro l'importanza del binomio sport/cultura. Questo Ateneo deve lavorare sulla sua unicità. Se lei sente parlare i ragazzi nei corridoi, loro questa la definiscono "Università dello sport". È uno slogan efficace che deve essere affiancato da un costante lavoro di sviluppo di tutti gli aspetti propri dell'attività motoria. È così che un'università fa emergere la sua eccellenza e acquisisce forza e appeal per attrarre finanziamenti pubblici e privati. Il futuro dei ragazzi parte da qui".
Lei ha parlato di sinergia anche col Coni, per uno studente abituato a muoversi in spazi a metà tra Ateneo e Comitato Olimpico è questa la prima strada a cui pensare immaginando un futuro?
"Il rapporto tra le due istituzioni è buono, ma va rafforzato partendo magari da una adeguata divisione di spazi e delle attuali comuni strutture. Abbiamo specificità diverse, ma deve essere unica la visione del futuro dello sport".