BANG! IL COLPO DI PISTOLA. Cavolo, quante cose passano per la testa a un velocista nell'arco di cento metri! In ogni gara che ho disputato mi sono sempre raccontato sciocchezze. Potrà sembrare strano, perché i cento metri volano via in nove secondi e mezzo (dieci se è una giornataccia), ma in quel lasso di tempo riesco a pensare a un mucchio di roba: com'è andata la partenza, se sono partito troppo tardi, chi sta davanti a me, se qualcuno dietro sta facendo qualcosa di stupido, per esempio cercare di battermi. Sul serio, mi passano per la testa un sacco di fesserie mentre corro a tutta birra.
Pum! Scatto dai blocchi ma Richard Thompson, lo sprinter di Trinidad e Tobago che sta nella corsia a fianco, parte come nessuno è mai partito nella storia delle Olimpiadi. Porca miseria. Come c'è riuscito?! Ora non so più in che posizione sono, perché lui mi blocca la visuale di Asafa dall'altra parte.
Tengo gli occhi fissi su di lui per tutto il tempo, mentre distendo le gambe al termine della fase di spinta. Faccio uno, due, tre passi e poi inciampo - metto male un piede e mi piego verso destra - ma mi riprendo in fretta e mantengo la freddezza. Mi era già capitato di partire male o di commettere errori nei primi venti metri, quindi non perdo la calma. Niente panico. Finisci l'accelerazione e poi rilassati. Rilassati, rilassati, rilassati. Dove cavolo è finito Asafa? Tutti gli altri sono lì. Non capisco, come fa a non essere lì? Verso i settantacinque-ottanta metri do un'altra occhiata. Anzi, mi giro proprio a guardare. Devo sapere dov'è Asafa. Dove sei, fratello? Sei tu il favorito, ora che Tyson è fuori. Che combini? Devo continuare a correre o posso rilassarmi? Poi capisco. Oh cacchio... sto per vincere! Perdo completamente la testa, anche se mancano dieci metri al traguardo. Alzo le mani e mi batto il petto: impazzisco, so che nessuno può raggiungermi. È fatta, sono il campione olimpico.
Subito dopo è il caos, proprio come a New York. Mi volto e vedo Asafa che è arrivato quinto, e gli altri che cercavano di raggiungermi mentre correvo intorno alla pista con un dito puntato verso il cielo. Corro verso gli spalti. Una folla di fotografi si raduna intorno alla ricerca dello scatto perfetto. Tiro indietro il braccio come un arciere che tende l'arco e lo punta verso il cielo: mimo un fulmine in onore del mio primo oro olimpico. I flash scattano in contemporanea, sono circondato di gente. I tifosi cercano di toccarmi, ma in tutto quel rumore riesco a sentire mia madre che mi chiama per nome. Vedo il suo volto tra la folla: trabocca d'orgoglio. La raggiungo. "VJ! VJ!" grida tirandomi a sé e mi consegna una bandiera della Giamaica. Faccio un passo indietro, temo che mi scoppi il cuore. "Ehi, sono il numero uno". Vorrei fare un altro giro di pista ma un tizio continua a tirarmi per la canotta.
Grida, si sbraccia, e all'inizio non capisco cosa voglia. Ma poi le sue parole mi colpiscono come un gancio di Mohammed Ali. "Usain, vieni a fare una foto col cronometro e il nuovo record del mondo".
Non avevo pensato minimamente al tempo. Mi ero concentrato solo sulla vittoria: al tempo ci avrei pensato dopo. Non avevo neppure guardato il cronometro, un enorme display a fondo pista, ma ora lo guardo: e lì, accanto alla mia faccia proiettata sul maxischermo mentre tagliavo il traguardo - gioia, sudore e un grido di vittoria - c'è il tempo: 9"69.
Nuovo record del mondo. Pechino 2008.
Però! Non ricordo cosa ho pensato in quel momento. Cosa pensa un atleta quando migliora il proprio record del mondo in una finale olimpica? "Wow", forse, più tutta una serie di emozioni che poi non ricorderà più.
"Facci il fulmine"
Quando tornai al villaggio olimpico ebbi il primo indizio del fatto che la mia vita era cambiata completamente. Quando l'auto in cui viaggiavo accostò davanti all'edificio della Giamaica, vidi che all'ingresso c'era un mucchio di gente. All'inizio pensai che fosse un'esercitazione antincendio o qualcosa del genere, erano tutti in strada ad aspettare chissà cosa.
"Ma che succede?" chiesi a Ricky.
"Credo che siano qui per te, Usain", disse lui.
Aveva ragione. Quando scesi dall'auto, la folla ci venne incontro urlando e chiedendo foto e autografi. Volontari, atleti, amici degli atleti, chiunque: tutti con carta e penna, tutti che gridavano "Foto! Foto!". Non ci capivo più niente. Qualcuno strillò: "Fai la posa del Lightning Bolt!".
La mia vita era cambiata per sempre.
Dopo il record del mondo nei 200, fotografi e tifosi iniziarono a chiedermi quella posa. Ogni volta che tiravo indietro un braccio e con l'altro indicavo il cielo, il pubblico andava in visibilio. Era bello sapere di poter alzare il volume di un intero stadio con un semplice movimento delle dita.
Quella posa finì sulle copertine di tutte le riviste e sulle prime pagine dei giornali. Col passare dei giorni vidi fotografie di gente in tutto il mondo che imitava la mia mossa. Scalatori che indicavano il cielo dalla vetta delle montagne, escursionisti nella giungla amazzonica che si mettevano in posa per gli amici a casa. Persino genitori che fotografavano i bambini mentre facevano il "Lightning Bolt" nella culla. Credetemi, meraviglioso.
Questione di pancia
La mia scuola elementare, la Waldensia Primary School di Sherwood Content, una piccola città del distretto di Trelawny, è il palcoscenico che ha ospitato la mia prima grande sfida. Avevo otto anni ed ero un ragazzino allampanato che correva sempre e non stava mai fermo un momento. Stranamente, però, per quanto corressi di qua e di là, il mio potenziale sulla pista di atletica è emerso solo quando se ne accorse uno degli insegnanti: Mr Devere Nugent, che era un sacerdote ma anche un appassionato di sport. Fu allora che Mr Nugent fece ricorso a un sotterfugio e decise di corrompermi prendendomi per la gola. "Bolt, se riesci a battere Ricardo nel campionato scolastico ti regalo un pranzo in scatola", disse, ben sapendo che per conquistare il cuore di un ragazzino bisogna passare per lo stomaco. Adesso sì che si ragionava. Un pranzo in scatola era roba seria: pollo in salsa jerk giamaicana, yam arrosto (cioè le nostre patate dolci), riso e piselli. All'improvviso avevo un incentivo a gareggiare, c'era un premio in palio e il pensiero di aggiudicarmelo mi riempiva di entusiasmo, come l'emozione di mettermi alla prova in un grande campionato.
Il sole liquido
Abitavamo a Coxeath, un paesino non lontano dalla Waldensia Primary School e da Sherwood Content: era bellissimo, immerso nel verde e circondato da boschi rigogliosi. Era una zona poco popolata, con una o due case ogni tre-quattrocento metri, e la nostra era una casa semplice, a un solo piano, che mio papà aveva preso in affitto. I ritmi di vita erano lentissimi, passavano poche macchine e la strada era sempre vuota. La cosa più simile a un ingorgo stradale a Coxeath era quando un amico ti vedeva passare e usciva in strada per salutarti. Per farvi capire quanto fosse isolato quel posto, sappiate che all'epoca lo chiamavano Cockpit Country, un nome che ricorda i combattimenti tra i galli, perché in passato era stata una roccaforte dei maroon, gli schiavi fuggiti dalle Indie occidentali che si erano stabiliti in Giamaica nel Settecento, che da lì, in epoca coloniale, sferravano attacchi alle fortificazioni degli inglesi. Se la vita di quelle persone non fosse stata così violenta, Coxeath e Sherwood Content sarebbero stati un luogo idilliaco: c'era sempre il sole, faceva caldo, e anche le nuvole non destavano preoccupazione. Ricordo che chiamavamo la pioggia "sole liquido".
Mi piaceva stare all'aria aperta, andare a caccia, esplorare e correre a piedi nudi. Quelle foreste potevano sembrare inquietanti agli estranei, ma per un bambino erano un luogo sicuro. Non c'era criminalità e non si annidava nessun pericolo tra le canne da zucchero. Sì, c'era un serpente, il boa giallo giamaicano, ma era innocuo, anche se tutti si spaventavano se ne vedevano entrare uno in casa. Una volta sentii dire che un tizio aveva ucciso un boa con un machete, ne aveva gettato la carcassa in strada e poi, per assicurarsi che fosse morto, l'aveva investito con la macchina e gli aveva dato fuoco. Queste erano le tecniche di disinfestazione in uso a Trelawny.
La mia strana famiglia
Adesso vi racconto com'è fatta la mia famiglia. Ho un fratello minore, Sadiki, e una sorella maggiore, Christine, ma abbiamo tutti madri diverse. Potrà sembrare strano, ma a volte in Giamaica le famiglie sono così. Pà ha avuto figli con altre due donne, e quando sono nato io i miei genitori non erano sposati. Ma per la mamma non è mai stato un problema, perciò quando Sadiki e Christine venivano a stare da noi a Coxeath, lei li accoglieva come fossero figli suoi. Anche quando sono cresciuto e ho iniziato a riflettere sull'amore e sul matrimonio, la nostra situazione familiare non mi è mai sembrata strana. Alla fine mamma e papà si sono sposati quando avevo dodici anni, e a irritarmi era solo il fatto di non essere stato scelto come ring boy, l'equivalente del testimone dello sposo. Volevo essere io a consegnare l'anello a papà durante la cerimonia, ma quell'onore toccò a qualcun altro del paese, forse perché io ero troppo piccolo. Non mi ha mai dato fastidio l'idea di avere un fratello e una sorella con madri diverse: mi sembrava una cosa naturale. Comunque, in famiglia siamo molto aperti sul tema delle relazioni e delle amicizie, non siamo per niente bigotti e ci piace parlare di questioni personali. Coi miei genitori non ci sono tabù, e ormai durante le telefonate ho imparato ad aspettarmi che salti fuori l'argomento della loro vita sessuale, soprattutto se a parlare è papà. È assurdo. Magari stiamo discutendo di tutt'altro - del tempo o di macchine - e lui riesce chissà come a spostare il discorso sul sesso. Ricordo che una volta stavo parlando al telefono con entrambi, col vivavoce, e ho detto: " Yo, Pa', come ve la passate?". E lui è partito subito per la tangente. "Ciao, Usain. Qui è tutto ok, io sto bene, tua madre pure... Ormai non facciamo altro che divertirci a letto...". Da non crederci. Non volevo neanche immaginarmela quella scena. "Cosa?! Mamma, digli di smettere!".
Io sono una leggenda
Voglio correre veloce ancora per un altro paio d'anni. Voglio spingermi al limite. Se non riesco a migliorare il mio record sui 100 metri, vorrei poter correre in diciotto secondi e qualcosa nei 200, anche solo 18"99. Altro che Olimpiadi e medaglie, battere quel record sarebbe un successo ancora più grande. Mi piacerebbe sapere che la gente resta a bocca aperta davanti al televisore quando mi vede. Per arrivare a quel risultato mi servirebbe una stagione perfetta, come quella che ho avuto nel 2008. Anche se la finestra delle opportunità si fa sempre più piccola. Più invecchio, più la finestra si restringe e più diventa difficile raggiungere la forma perfetta in previsione di una gara importante. Ma a giudicare da ciò che sono stato capace di fare in passato, non penso che sia un obiettivo irrealistico nella prossima stagione o giù di lì. Seriamente, qualcuno si stupirebbe se ci riuscissi? Chi può impedirmi di correre più veloce? L'unica persona in grado di battermi nei prossimi due anni sono io, e io sono un fenomeno, un rivale da temere, una leggenda per la mia generazione.
Potete contarci: il mio tempo non è ancora finito.
Pum! Scatto dai blocchi ma Richard Thompson, lo sprinter di Trinidad e Tobago che sta nella corsia a fianco, parte come nessuno è mai partito nella storia delle Olimpiadi. Porca miseria. Come c'è riuscito?! Ora non so più in che posizione sono, perché lui mi blocca la visuale di Asafa dall'altra parte.
Tengo gli occhi fissi su di lui per tutto il tempo, mentre distendo le gambe al termine della fase di spinta. Faccio uno, due, tre passi e poi inciampo - metto male un piede e mi piego verso destra - ma mi riprendo in fretta e mantengo la freddezza. Mi era già capitato di partire male o di commettere errori nei primi venti metri, quindi non perdo la calma. Niente panico. Finisci l'accelerazione e poi rilassati. Rilassati, rilassati, rilassati. Dove cavolo è finito Asafa? Tutti gli altri sono lì. Non capisco, come fa a non essere lì? Verso i settantacinque-ottanta metri do un'altra occhiata. Anzi, mi giro proprio a guardare. Devo sapere dov'è Asafa. Dove sei, fratello? Sei tu il favorito, ora che Tyson è fuori. Che combini? Devo continuare a correre o posso rilassarmi? Poi capisco. Oh cacchio... sto per vincere! Perdo completamente la testa, anche se mancano dieci metri al traguardo. Alzo le mani e mi batto il petto: impazzisco, so che nessuno può raggiungermi. È fatta, sono il campione olimpico.
Subito dopo è il caos, proprio come a New York. Mi volto e vedo Asafa che è arrivato quinto, e gli altri che cercavano di raggiungermi mentre correvo intorno alla pista con un dito puntato verso il cielo. Corro verso gli spalti. Una folla di fotografi si raduna intorno alla ricerca dello scatto perfetto. Tiro indietro il braccio come un arciere che tende l'arco e lo punta verso il cielo: mimo un fulmine in onore del mio primo oro olimpico. I flash scattano in contemporanea, sono circondato di gente. I tifosi cercano di toccarmi, ma in tutto quel rumore riesco a sentire mia madre che mi chiama per nome. Vedo il suo volto tra la folla: trabocca d'orgoglio. La raggiungo. "VJ! VJ!" grida tirandomi a sé e mi consegna una bandiera della Giamaica. Faccio un passo indietro, temo che mi scoppi il cuore. "Ehi, sono il numero uno". Vorrei fare un altro giro di pista ma un tizio continua a tirarmi per la canotta.
Grida, si sbraccia, e all'inizio non capisco cosa voglia. Ma poi le sue parole mi colpiscono come un gancio di Mohammed Ali. "Usain, vieni a fare una foto col cronometro e il nuovo record del mondo".
Non avevo pensato minimamente al tempo. Mi ero concentrato solo sulla vittoria: al tempo ci avrei pensato dopo. Non avevo neppure guardato il cronometro, un enorme display a fondo pista, ma ora lo guardo: e lì, accanto alla mia faccia proiettata sul maxischermo mentre tagliavo il traguardo - gioia, sudore e un grido di vittoria - c'è il tempo: 9"69.
Nuovo record del mondo. Pechino 2008.
Però! Non ricordo cosa ho pensato in quel momento. Cosa pensa un atleta quando migliora il proprio record del mondo in una finale olimpica? "Wow", forse, più tutta una serie di emozioni che poi non ricorderà più.
"Facci il fulmine"
Quando tornai al villaggio olimpico ebbi il primo indizio del fatto che la mia vita era cambiata completamente. Quando l'auto in cui viaggiavo accostò davanti all'edificio della Giamaica, vidi che all'ingresso c'era un mucchio di gente. All'inizio pensai che fosse un'esercitazione antincendio o qualcosa del genere, erano tutti in strada ad aspettare chissà cosa.
"Ma che succede?" chiesi a Ricky.
"Credo che siano qui per te, Usain", disse lui.
Aveva ragione. Quando scesi dall'auto, la folla ci venne incontro urlando e chiedendo foto e autografi. Volontari, atleti, amici degli atleti, chiunque: tutti con carta e penna, tutti che gridavano "Foto! Foto!". Non ci capivo più niente. Qualcuno strillò: "Fai la posa del Lightning Bolt!".
La mia vita era cambiata per sempre.
Dopo il record del mondo nei 200, fotografi e tifosi iniziarono a chiedermi quella posa. Ogni volta che tiravo indietro un braccio e con l'altro indicavo il cielo, il pubblico andava in visibilio. Era bello sapere di poter alzare il volume di un intero stadio con un semplice movimento delle dita.
Quella posa finì sulle copertine di tutte le riviste e sulle prime pagine dei giornali. Col passare dei giorni vidi fotografie di gente in tutto il mondo che imitava la mia mossa. Scalatori che indicavano il cielo dalla vetta delle montagne, escursionisti nella giungla amazzonica che si mettevano in posa per gli amici a casa. Persino genitori che fotografavano i bambini mentre facevano il "Lightning Bolt" nella culla. Credetemi, meraviglioso.
Questione di pancia
La mia scuola elementare, la Waldensia Primary School di Sherwood Content, una piccola città del distretto di Trelawny, è il palcoscenico che ha ospitato la mia prima grande sfida. Avevo otto anni ed ero un ragazzino allampanato che correva sempre e non stava mai fermo un momento. Stranamente, però, per quanto corressi di qua e di là, il mio potenziale sulla pista di atletica è emerso solo quando se ne accorse uno degli insegnanti: Mr Devere Nugent, che era un sacerdote ma anche un appassionato di sport. Fu allora che Mr Nugent fece ricorso a un sotterfugio e decise di corrompermi prendendomi per la gola. "Bolt, se riesci a battere Ricardo nel campionato scolastico ti regalo un pranzo in scatola", disse, ben sapendo che per conquistare il cuore di un ragazzino bisogna passare per lo stomaco. Adesso sì che si ragionava. Un pranzo in scatola era roba seria: pollo in salsa jerk giamaicana, yam arrosto (cioè le nostre patate dolci), riso e piselli. All'improvviso avevo un incentivo a gareggiare, c'era un premio in palio e il pensiero di aggiudicarmelo mi riempiva di entusiasmo, come l'emozione di mettermi alla prova in un grande campionato.
Il sole liquido
Abitavamo a Coxeath, un paesino non lontano dalla Waldensia Primary School e da Sherwood Content: era bellissimo, immerso nel verde e circondato da boschi rigogliosi. Era una zona poco popolata, con una o due case ogni tre-quattrocento metri, e la nostra era una casa semplice, a un solo piano, che mio papà aveva preso in affitto. I ritmi di vita erano lentissimi, passavano poche macchine e la strada era sempre vuota. La cosa più simile a un ingorgo stradale a Coxeath era quando un amico ti vedeva passare e usciva in strada per salutarti. Per farvi capire quanto fosse isolato quel posto, sappiate che all'epoca lo chiamavano Cockpit Country, un nome che ricorda i combattimenti tra i galli, perché in passato era stata una roccaforte dei maroon, gli schiavi fuggiti dalle Indie occidentali che si erano stabiliti in Giamaica nel Settecento, che da lì, in epoca coloniale, sferravano attacchi alle fortificazioni degli inglesi. Se la vita di quelle persone non fosse stata così violenta, Coxeath e Sherwood Content sarebbero stati un luogo idilliaco: c'era sempre il sole, faceva caldo, e anche le nuvole non destavano preoccupazione. Ricordo che chiamavamo la pioggia "sole liquido".
Mi piaceva stare all'aria aperta, andare a caccia, esplorare e correre a piedi nudi. Quelle foreste potevano sembrare inquietanti agli estranei, ma per un bambino erano un luogo sicuro. Non c'era criminalità e non si annidava nessun pericolo tra le canne da zucchero. Sì, c'era un serpente, il boa giallo giamaicano, ma era innocuo, anche se tutti si spaventavano se ne vedevano entrare uno in casa. Una volta sentii dire che un tizio aveva ucciso un boa con un machete, ne aveva gettato la carcassa in strada e poi, per assicurarsi che fosse morto, l'aveva investito con la macchina e gli aveva dato fuoco. Queste erano le tecniche di disinfestazione in uso a Trelawny.
La mia strana famiglia
Adesso vi racconto com'è fatta la mia famiglia. Ho un fratello minore, Sadiki, e una sorella maggiore, Christine, ma abbiamo tutti madri diverse. Potrà sembrare strano, ma a volte in Giamaica le famiglie sono così. Pà ha avuto figli con altre due donne, e quando sono nato io i miei genitori non erano sposati. Ma per la mamma non è mai stato un problema, perciò quando Sadiki e Christine venivano a stare da noi a Coxeath, lei li accoglieva come fossero figli suoi. Anche quando sono cresciuto e ho iniziato a riflettere sull'amore e sul matrimonio, la nostra situazione familiare non mi è mai sembrata strana. Alla fine mamma e papà si sono sposati quando avevo dodici anni, e a irritarmi era solo il fatto di non essere stato scelto come ring boy, l'equivalente del testimone dello sposo. Volevo essere io a consegnare l'anello a papà durante la cerimonia, ma quell'onore toccò a qualcun altro del paese, forse perché io ero troppo piccolo. Non mi ha mai dato fastidio l'idea di avere un fratello e una sorella con madri diverse: mi sembrava una cosa naturale. Comunque, in famiglia siamo molto aperti sul tema delle relazioni e delle amicizie, non siamo per niente bigotti e ci piace parlare di questioni personali. Coi miei genitori non ci sono tabù, e ormai durante le telefonate ho imparato ad aspettarmi che salti fuori l'argomento della loro vita sessuale, soprattutto se a parlare è papà. È assurdo. Magari stiamo discutendo di tutt'altro - del tempo o di macchine - e lui riesce chissà come a spostare il discorso sul sesso. Ricordo che una volta stavo parlando al telefono con entrambi, col vivavoce, e ho detto: " Yo, Pa', come ve la passate?". E lui è partito subito per la tangente. "Ciao, Usain. Qui è tutto ok, io sto bene, tua madre pure... Ormai non facciamo altro che divertirci a letto...". Da non crederci. Non volevo neanche immaginarmela quella scena. "Cosa?! Mamma, digli di smettere!".
Io sono una leggenda
Voglio correre veloce ancora per un altro paio d'anni. Voglio spingermi al limite. Se non riesco a migliorare il mio record sui 100 metri, vorrei poter correre in diciotto secondi e qualcosa nei 200, anche solo 18"99. Altro che Olimpiadi e medaglie, battere quel record sarebbe un successo ancora più grande. Mi piacerebbe sapere che la gente resta a bocca aperta davanti al televisore quando mi vede. Per arrivare a quel risultato mi servirebbe una stagione perfetta, come quella che ho avuto nel 2008. Anche se la finestra delle opportunità si fa sempre più piccola. Più invecchio, più la finestra si restringe e più diventa difficile raggiungere la forma perfetta in previsione di una gara importante. Ma a giudicare da ciò che sono stato capace di fare in passato, non penso che sia un obiettivo irrealistico nella prossima stagione o giù di lì. Seriamente, qualcuno si stupirebbe se ci riuscissi? Chi può impedirmi di correre più veloce? L'unica persona in grado di battermi nei prossimi due anni sono io, e io sono un fenomeno, un rivale da temere, una leggenda per la mia generazione.
Potete contarci: il mio tempo non è ancora finito.