ZURIGO – Danno grave per Daniele Greco. Un fenomeno palese e fragile, due fattori che spesso si annullano. Ha passato più tempo a produrre infortuni che a vincere, cosa per cui sarebbe geneticamente portato. E’ l’uomo delle eterne attese, Daniele, uno che garantisce continue e legittime aspettative dalle quali bisogna purtroppo staccarsi, come da un amore non corrisposto, a malincuore. Un triplista costruito, non del tutto spontaneo, grande velocità di entrata (sui 100 vanta un personale di 10”38), potenza espressa con rabbia, ben distribuita fra i quattro appoggi del triplo, inclusa la dinamica chiusura che conclude un “jump”, il terzo dei tre salti, lungo, dorato, magico, che pochi altri possono esibire nel circuito dei grandi.
Tutto vero, tutto bello, tutto azzurro. Se non fosse che Daniele sta sempre male, se non fosse che il suo fisico non risponde quasi mai a sollecitazioni lunghe. Oggi a Zurigo, durante il riscaldamento in pedana, per la qualificazione alla finale degli Europei, non è solo andata in scena una sorta di replica di quanto accaduto a Mosca lo scorso anno: riscaldamento e forfait. No, peggio. Daniele ha riportato la rottura del tendine d’Achille sinistro, quello che lo aveva lasciato perplesso sino alla fine, per il quale avrebbe anche potuto rinunciare agli Europei. Una pena vederlo lì contorcersi nella sabbia. Daniele si era per questo preparato fra i dubbi, aveva fatto colazione fra i dubbi, era andato al campo del “warm up” fra i dubbi, era entrato nella navetta che lo avrebbe portato allo stadio fra i dubbi. E alla fine sono stati i dubbi a vincere, non lui. I dubbi che si sono prima trasformati in catene e poi in disgrazia. Una volta i piedi, una volta i muscoli, una volta i tendini. Perplessità e intime, profonde fragilità si prendono il campione inoculandosi, come sieri, nel suo sangue di cavallo di razza. L'atleta salentino, che ha già lasciato Zurigo, sembra rassegnato: "Ormai me ne sono capitate così tante che non ho nemmeno più la forza di arrabbiarmi".
C’è sempre stato qualcosa che ha trattenuto Greco e gli ha impedito di essere se stesso. Una trama gialla dietro la prestazione dorata. Anche a Zurigo la maledizione del corpo di giada è calata senza pietà, anzi peggio, col dolore nel cuore, un dolore che avvicina il tendine d’Achille all’anima, mescolando la sofferenza fisica a quella spirituale. A Goteborg per conquistare l’oro europeo indoor nel 2013 fece un’eccezione: 17,70 ma anche lì saltando con qualche impaccio, pensate un po’. A Mosca, prima della gara del mondiale all’aperto, nell’agosto scorso, raccontava di aver capito, insieme al suo staff, che gran parte dei suoi problemi, che le ragioni dell’improvvisa rigidità che lo coglieva prima della gara, erano dovuti alla circolazione sconsiderata dei radicali liberi. Oggi la situazione è ancora più drammatica. I radicali sono rimasti ancora liberi e il fisico di questo campione, straziato dai malanni e dunque condannato a preparazioni sempre balbettanti, incomplete, sta mandando chiari messaggi di resa. Peccato. Peccato. Peccato. Triplo peccato.
Tutto vero, tutto bello, tutto azzurro. Se non fosse che Daniele sta sempre male, se non fosse che il suo fisico non risponde quasi mai a sollecitazioni lunghe. Oggi a Zurigo, durante il riscaldamento in pedana, per la qualificazione alla finale degli Europei, non è solo andata in scena una sorta di replica di quanto accaduto a Mosca lo scorso anno: riscaldamento e forfait. No, peggio. Daniele ha riportato la rottura del tendine d’Achille sinistro, quello che lo aveva lasciato perplesso sino alla fine, per il quale avrebbe anche potuto rinunciare agli Europei. Una pena vederlo lì contorcersi nella sabbia. Daniele si era per questo preparato fra i dubbi, aveva fatto colazione fra i dubbi, era andato al campo del “warm up” fra i dubbi, era entrato nella navetta che lo avrebbe portato allo stadio fra i dubbi. E alla fine sono stati i dubbi a vincere, non lui. I dubbi che si sono prima trasformati in catene e poi in disgrazia. Una volta i piedi, una volta i muscoli, una volta i tendini. Perplessità e intime, profonde fragilità si prendono il campione inoculandosi, come sieri, nel suo sangue di cavallo di razza. L'atleta salentino, che ha già lasciato Zurigo, sembra rassegnato: "Ormai me ne sono capitate così tante che non ho nemmeno più la forza di arrabbiarmi".
C’è sempre stato qualcosa che ha trattenuto Greco e gli ha impedito di essere se stesso. Una trama gialla dietro la prestazione dorata. Anche a Zurigo la maledizione del corpo di giada è calata senza pietà, anzi peggio, col dolore nel cuore, un dolore che avvicina il tendine d’Achille all’anima, mescolando la sofferenza fisica a quella spirituale. A Goteborg per conquistare l’oro europeo indoor nel 2013 fece un’eccezione: 17,70 ma anche lì saltando con qualche impaccio, pensate un po’. A Mosca, prima della gara del mondiale all’aperto, nell’agosto scorso, raccontava di aver capito, insieme al suo staff, che gran parte dei suoi problemi, che le ragioni dell’improvvisa rigidità che lo coglieva prima della gara, erano dovuti alla circolazione sconsiderata dei radicali liberi. Oggi la situazione è ancora più drammatica. I radicali sono rimasti ancora liberi e il fisico di questo campione, straziato dai malanni e dunque condannato a preparazioni sempre balbettanti, incomplete, sta mandando chiari messaggi di resa. Peccato. Peccato. Peccato. Triplo peccato.