ZURIGO - C'è un gene, o un genio, che va oltre. A quasi 41 anni (40 anni, 10 mesi, 24 giorni) Jo Pavey (Davis da ragazza) non ha mai la sensazione di essere arrivata al traguardo meno glorioso: smettere. Vecchi mai. Ha vinto i 10 mila approfittando dell'età, ignorandola. Dicono tante cose, dicono che 26 giri di pista diventano 50 quando non sei più pischello. E se fosse il contrario? Se invece finissero prima? Quando la sua più celebre connazionale Paula Radcliffe vinceva la stessa gara, nella stessa manifestazione, dodici anni fa a Monaco di Baviera, Jo aveva già 29 anni. L'esperienza, col tempo, le ha dato sostanza nel gestire le gare, anche quella di ieri, il destino della chimica le continua a garantire freschezza: "Non riesco ancora a crederci", dice. Però lo sanno tutti che sono bugie. Ci crede eccome. Accanto a lei c'era una francese che ovviamente poteva essere sua figlia, Clemence Calvin, più giovane di 16 anni, più veloce di 20 secondi in stagione, roba che se uno si mettesse lì col bilancino a fare banali calcoli aritmetici non avrebbe senso neppure iscriversi.
Il tempo finale è un dettaglio (32'22"39), ci sono partite che vanno vinte e basta, poi magari torniamo a discutere di cronometro. Jo è la più anziana campionessa europea della storia dell'atletica (ha tolto il primato a Fabrizio Donato!). Ragazze senza tempo come lei esaltano il sistema e un po' creano disagio: una volta sarebbe stato inimmaginabile avere atleti così longevi, se una ragazzina si fosse fatta battere da una matusalemme si sarebbe ritirata. Oggi no. La cultura dell'allenamento, il perfezionamento del "su e giù" di carico e recupero, l'alimentazione, gli stili di vita, il bisogno di restare giovani che è ormai diventato un codice esistenziale ("voglio morire adolescente", dice l'atleta immaginario Johnny Depp e quanti cinquantenni possono dargli torto?), aumentano i frequentatori della terra di mezzo, in cui non sei più anagraficamente un giovane ma non sei ancora pronto per mollare la presa. "Sono i dolori a dirmi cosa fare", dice Jo. Il che non significa smettere ma dosare, sapere cosa mettere nel paniere di giornata, magari una ripetuta in meno. Jo aveva vinto dieci giorni fa il bronzo nei 5000 ai Giochi del Commonwealth.
Per gioco il capitano del Team Gb Goldie Sayers aveva arringato la ciurma provocandola: "Che gara fareste se vi dicessero che è l'ultima?". Qui si parla di storia in movimento. La prima volta che Jo vestì la maglia della nazionale la sua attuale compagna di squadra Morgan Lake era appena nata (1997). Jo ha partecipato a quattro olimpiadi, non è mai stata una donna da podio, per tre volte è arrivata fra le prime dieci: "E questo è il coronamento dell'avventura"- Non chiedetegli di lasciar perdere che mette il muso. Per il giro d'onore, con i braccio il figlio Jacob di quattro anni, è stata affiancata dal marito e dai genitori e dalla piccola Emily. Una foto di famiglia di giorni felici che non finiscono mai. Il peso delle primavere non esiste: "Bisogna imparare ad ascoltare il proprio corpo: non sbaglia mai". Ora, immaginando di emulare le due doppiette inglesi di Mo Farah a Londra e Mosca, l'aspettano i 5000. Qualcuno dice che potrebbe rinunciare. Ma è difficile che prevalga l'istinto conservativo. In questo momento la fatica non c'è e se c'è è ben compensata dall'entusiasmo: benzina favolosa. E poi chi la conosce, come suo marito Gavin, bene precisa: "Anche perdere per lei, a questo punto, sarebbe vincere".
Il tempo finale è un dettaglio (32'22"39), ci sono partite che vanno vinte e basta, poi magari torniamo a discutere di cronometro. Jo è la più anziana campionessa europea della storia dell'atletica (ha tolto il primato a Fabrizio Donato!). Ragazze senza tempo come lei esaltano il sistema e un po' creano disagio: una volta sarebbe stato inimmaginabile avere atleti così longevi, se una ragazzina si fosse fatta battere da una matusalemme si sarebbe ritirata. Oggi no. La cultura dell'allenamento, il perfezionamento del "su e giù" di carico e recupero, l'alimentazione, gli stili di vita, il bisogno di restare giovani che è ormai diventato un codice esistenziale ("voglio morire adolescente", dice l'atleta immaginario Johnny Depp e quanti cinquantenni possono dargli torto?), aumentano i frequentatori della terra di mezzo, in cui non sei più anagraficamente un giovane ma non sei ancora pronto per mollare la presa. "Sono i dolori a dirmi cosa fare", dice Jo. Il che non significa smettere ma dosare, sapere cosa mettere nel paniere di giornata, magari una ripetuta in meno. Jo aveva vinto dieci giorni fa il bronzo nei 5000 ai Giochi del Commonwealth.
Per gioco il capitano del Team Gb Goldie Sayers aveva arringato la ciurma provocandola: "Che gara fareste se vi dicessero che è l'ultima?". Qui si parla di storia in movimento. La prima volta che Jo vestì la maglia della nazionale la sua attuale compagna di squadra Morgan Lake era appena nata (1997). Jo ha partecipato a quattro olimpiadi, non è mai stata una donna da podio, per tre volte è arrivata fra le prime dieci: "E questo è il coronamento dell'avventura"- Non chiedetegli di lasciar perdere che mette il muso. Per il giro d'onore, con i braccio il figlio Jacob di quattro anni, è stata affiancata dal marito e dai genitori e dalla piccola Emily. Una foto di famiglia di giorni felici che non finiscono mai. Il peso delle primavere non esiste: "Bisogna imparare ad ascoltare il proprio corpo: non sbaglia mai". Ora, immaginando di emulare le due doppiette inglesi di Mo Farah a Londra e Mosca, l'aspettano i 5000. Qualcuno dice che potrebbe rinunciare. Ma è difficile che prevalga l'istinto conservativo. In questo momento la fatica non c'è e se c'è è ben compensata dall'entusiasmo: benzina favolosa. E poi chi la conosce, come suo marito Gavin, bene precisa: "Anche perdere per lei, a questo punto, sarebbe vincere".