ZURIGO - Nell'era delle documentabilità visiva, prima di srotolare la pellicola di una certa storia dell'atletica sarebbe opportuno avvisare gli utenti: "Attenzione! Le immagini seguenti possono urtare la vostra sensibilità". Oppure, volendo: "Attenzione! Le immagini seguenti potrebbero differire da quanto finora visto, sperimentato, ammirato". Youtube è un magazzino straordinario, ha cambiato il modo di ricorrere alla memoria degli eventi sportivi: una volta esisteva solo lo scritto e qualche testimonianza oculare, ora esiste anche il video che cancella, come uno strofinaccio benedetto, le impurità dei ricordi ritoccati con malizia. Oggi a Zurigo si disputa la finale del salto triplo maschile. Ma cos'è il salto triplo? E' una disciplina tremenda, rovinosa e meravigliosa che tecnicamente e artisticamente ha avuto (o se preferite subito) un picco, stupendo ma atroce, romantico e drammatico, in un arco di tempo ridottissimo: tre giorni dell'agosto 1995. Mondiali di Goteborg. Vincono l'ucraina Inessa Kravets e l'inglese Jonathan Edwards. Riavvolgiamo il nastro e rimettiamoci lì, sui seggiolini dell'Ullevi. Come "event" femminile il triplo è giovanissimo, cinque anni di ufficialità (prima si disputavano gare non incluse nei programmi della Iaaf). Come giovane, anagraficamente, è l'Ucraina che la Kravtes rappresenta: cinque anni pure lei dopo il dissolvimento dell'Unione Sovietica. Se Edwards è passato alla storia come il "gabbiano", Inessa somma in abbozzo ogni tipo di animale dalle zampe lunghe e il corpo esile, quasi inadatto, troppo magra come farà mai...
Inessa stabilisce uno dei più sconvolgenti record del mondo dell'atletica (insieme all'8,90 di Beamon e al 47"60 nei 400 di Marita Koch e i due risultati marziani di Florence Griffith nei 100 e 200 metri) con una semplicità disarmante. Rimbalza come una palla da basket allo stacco, apre il compasso delle sue gambe sottili nello "step", esibisce un "jump" fuori dalla portata delle valutazioni abituali: 15,50. Quarantuno centimetri in più del già consistente primato della russa Birjukova (15,09 nel '93). Si guarda e si dice: non posso rifarlo. Nessuno può rifarlo. Sembra una battuta o la normale conseguenza di una prestazione comunque eccezionale. Effetto dello stupore? No. Verità. Non è stato più ritoccato, nemmeno avvicinato. L'unica a provarci, un po' casualmente per la verità, fu la camerunense Mbango Etone a Pechino nel 2008 (15,39). Sono passati 19 anni e quella distanza, anziché avvicinarsi, si è allontanata. Rari i contatti con i 15 metri delle atlete. Tre giorni prima, il 7 agosto del 1995, sulla stessa pedana, Jonathan Edwards metteva un macigno sulla storia del triplo maschile. Il suo 18,29 (con un 18,43 a Lille ventoso che trema ancora...) è come la spada infilata nella roccia: chi ha la forza di tirarla fuori? Chi può spostare quel macigno di risultato. Le caviglie del religioso gabbiano che non gareggiava mai di domenica e che un giorno raccontò di essersi accorto di essere diventato ateo (forse credeva soltanto nell'atletica...) sono un esempio di funzionamento perfetto della macchina umana, anche se portata all'estremo, anche sotto richieste funzionali quasi disumane. Non si può rimbalzare senza perdere velocità nell'esecuzione di un salto triplo come faceva lui. Non si può.
Quando il francese Teddy Tamgho, ai mondiali di Mosca del 2013, dopo 17 anni, si catapultò oltre i 18 metri (ed era soltanto il terzo uomo e riuscirci dopo Edwards e l'americano Kenny Harrison), gli parve di toccare il cielo con un dito, un cielo di sabbia raccolta in un buca. Una buca celeste. Dicono che le colonne d'Ercole del salto triplo, i 18 metri per gli uomini e i 15 per le donne, siano confini mentali. Tre uomini oltre i 18, di più oltre i 15 fra le donne (22), ma soltanto tre negli ultimi cinque anni. Regresso della disciplina o cosa? Quale che sia la risposta esatta, ammesso che ne esista una, la storia racconta che Edwards e Kravets sono ancora lì, intoccabili e meravigliosi, con i loro salti fatti di niente, di pura leggiadria. Resero facile una disciplina che assassina tendini e muscoli (povero Greco), logora dentro e fuori, si allena fra difficoltà spesso insormontabili, balzando, balzando, con pesi sulle spalle, lottando per tutta la vita contro la forza di gravità e le tue debolezze che vorresti far scomparire. E quando credi di aver riempito per bene il serbatoio vai in gara e scopri di essere a secco di benzina e di testa. Guardate su youtube: ma prima abbiate l'accortezza di confessare a voi stessi: sono gesti irripetibili. Edwards, Kravets e l'uomo sulla luna. Una volta sola nella vita. Per chissà quanto.
Inessa stabilisce uno dei più sconvolgenti record del mondo dell'atletica (insieme all'8,90 di Beamon e al 47"60 nei 400 di Marita Koch e i due risultati marziani di Florence Griffith nei 100 e 200 metri) con una semplicità disarmante. Rimbalza come una palla da basket allo stacco, apre il compasso delle sue gambe sottili nello "step", esibisce un "jump" fuori dalla portata delle valutazioni abituali: 15,50. Quarantuno centimetri in più del già consistente primato della russa Birjukova (15,09 nel '93). Si guarda e si dice: non posso rifarlo. Nessuno può rifarlo. Sembra una battuta o la normale conseguenza di una prestazione comunque eccezionale. Effetto dello stupore? No. Verità. Non è stato più ritoccato, nemmeno avvicinato. L'unica a provarci, un po' casualmente per la verità, fu la camerunense Mbango Etone a Pechino nel 2008 (15,39). Sono passati 19 anni e quella distanza, anziché avvicinarsi, si è allontanata. Rari i contatti con i 15 metri delle atlete. Tre giorni prima, il 7 agosto del 1995, sulla stessa pedana, Jonathan Edwards metteva un macigno sulla storia del triplo maschile. Il suo 18,29 (con un 18,43 a Lille ventoso che trema ancora...) è come la spada infilata nella roccia: chi ha la forza di tirarla fuori? Chi può spostare quel macigno di risultato. Le caviglie del religioso gabbiano che non gareggiava mai di domenica e che un giorno raccontò di essersi accorto di essere diventato ateo (forse credeva soltanto nell'atletica...) sono un esempio di funzionamento perfetto della macchina umana, anche se portata all'estremo, anche sotto richieste funzionali quasi disumane. Non si può rimbalzare senza perdere velocità nell'esecuzione di un salto triplo come faceva lui. Non si può.
Quando il francese Teddy Tamgho, ai mondiali di Mosca del 2013, dopo 17 anni, si catapultò oltre i 18 metri (ed era soltanto il terzo uomo e riuscirci dopo Edwards e l'americano Kenny Harrison), gli parve di toccare il cielo con un dito, un cielo di sabbia raccolta in un buca. Una buca celeste. Dicono che le colonne d'Ercole del salto triplo, i 18 metri per gli uomini e i 15 per le donne, siano confini mentali. Tre uomini oltre i 18, di più oltre i 15 fra le donne (22), ma soltanto tre negli ultimi cinque anni. Regresso della disciplina o cosa? Quale che sia la risposta esatta, ammesso che ne esista una, la storia racconta che Edwards e Kravets sono ancora lì, intoccabili e meravigliosi, con i loro salti fatti di niente, di pura leggiadria. Resero facile una disciplina che assassina tendini e muscoli (povero Greco), logora dentro e fuori, si allena fra difficoltà spesso insormontabili, balzando, balzando, con pesi sulle spalle, lottando per tutta la vita contro la forza di gravità e le tue debolezze che vorresti far scomparire. E quando credi di aver riempito per bene il serbatoio vai in gara e scopri di essere a secco di benzina e di testa. Guardate su youtube: ma prima abbiate l'accortezza di confessare a voi stessi: sono gesti irripetibili. Edwards, Kravets e l'uomo sulla luna. Una volta sola nella vita. Per chissà quanto.