Sport

L'antidoping resta al Coni, ma sotto l'ombrello dei Nas

In un convegno al Ministero della Salute il n.1 dello sport italiano, Giovanni Malagò, ha parlato di "cambiamento epocale". I particolari dell'accordo saranno resi noti il 9 febbraio, ma non si esce fuori dal conflitto tra controllore e controllato
di EUGENIO CAPODACQUA

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ROMA - Due strade che si allontanano irrimediabilmente. Una, vecchia, ma contrabbandata come nuova, quella che vede la "rivoluzione" del settore antidoping sbandierata dal presidente del Coni Malagò affidata tutta alla "partnership" con i carabinieri del Nas guidati dal generale Piccinno. L'altra, recente, affidata ad uno sparuto manipolo di politici facenti capo all'onorevole Cova che si batte perché la legge italiana (376/2000) sia finalmente rispettata e attuata in toto, mettendo in piedi quella struttura indipendente e veramente "terza" rispetto al mondo e agli interessi dello sport che possa ridare ad un settore ridotto al lumicino dagli scandali una nuova credibilità. E soprattutto tutelare davvero la salute degli sportivi. Malagò è stato il primo a parlare al convegno organizzato dal Ministero della Salute e si è dileguato subito dopo. Ha parlato della sua buonafede assoluta, di tolleranza zero, di "importanti segnali di discontinuità" rispetto alle strategie antidoping dei suoi predecessori.  Di maggiori investimenti: 2,2 milioni di euro contro 1,6 del passato. E sopratutto - qui starebbe la "rivoluzione" - della joint venture con il Nas i cui particolari si potranno conoscere non prima del 9 febbraio prossimo ma che dovrebbe consistere in una sorta di partnership in cui i militari fungeranno da puntello e probabilmente anche da ombrello ad un'attività antidoping che sostanzialmente manterrebbe invariati organi e organismi. Cioè sempre all'interno del CONI-NADO. Sarà questo il "cambio epocale" tanto declamato dal presidente del Coni? Il generale Piccinno, numero uno dei Nas, lo ha chiamato "accordo di collaborazione" ed ha accennato ad un'intesa in fieri con la Wada, l'agenzia mondiale; Malagò ha definito i Nas "partner ideale". Insomma da un meccanismo in cui controllato e controllore coincidono si passa ad un sistema in cui il controllato è "datore di lavoro" e/o "partner" del controllore. Ferma restandola stima per le singole persone, integerrime fino a prova contraria, quanta indipendenza e terzietà sia possibile in questi termini non è dato sapere. Per certo il passato non conforta. Lo sport, cioè la lobby del Coni, è sempre riuscita ad addomesticare ogni intervento volto ad un controllo indipendente nell'antidoping. Approfittando del disinteresse politico che ha permesso alla fine che l'organismo di controllo ufficiale (NADO) voluto dall'agenzia mondiale (WADA) coincidesse con il CONI stesso. Controllato e controllore allo stesso tempo, appunto. Adesso si profila un ulteriore accordo con un pezzo dello stato. Quello più importante, quello che svolge la quasi totalità delle inchieste  penali. Cosa succederà? E' credibile tutto questo?

Il Coni ancora interlocutore riverito a fronte di scandali e inefficienze che, hanno dimostrato almeno nell'ultimo ventennio e fino ai nostri giorni l'assoluto fallimento della sua politica antidoping. Complicità del sistema a parte, come evidenziato dall'inchiesta di Bolzano che vede sotto accusa due medici federali uno dei quali addirittura deputato alla vigilanza sul doping e un'impiegata della federatletica, bastano poche cifre a illustrare il flop assoluto. Per il Coni  -  è emerso dal convegno - le positività, cioè gli imbroglioni identificati, assommano ad un misero 0,5%. Mentre per la più modesta (e meno finanziata) attività della CVD che si occupa solo dei giovani e degli amatori si arriva ad un più concreto 4,4%. Il tutto mentre sia la medicalizzazione che il consumo di farmaci doping è in costante e drammatico aumento nella società.

L'alternativa a questo tourbillon pseudorivoluzionario che rischia di lasciare tutto come adesso, ci sarebbe. Già pronta. E' la risoluzione che sta portando avanti un manipolo di deputati PD, facenti capo all'onorevole Cova. Vogliono l'abolizione della CVD, la commissione di vigilanza sul doping e il passaggio dei controlli ad una struttura terza, indipendente ed esterna al mondo dello sport. Con gli stessi soldi di cui usufruisce oggi la CVD, dunque a costo zero. Una battaglia che sta passando per la Commissione Cultura e che sta raccogliendo firme di numerosi parlamentari. Strada lunga e tortuosa.    

Spicca in tutto questo l'assenza del ministro della salute Lorenzin proprio mentre dirigenti e tecnici del suo ministero mettono in risalto i terribili rischi sulla salute del doping. Evidenziati dalle cifre dei sequestri: 12 milioni di fiale e compresse sequestrate in Italia in una sola stagione: diuretici, anabolizzanti, ormoni. E se si pensa che riguardano l'1%-2% del "giro" commerciale si può capire meglio la dimensione cosmica del fenomeno esploso su internet e che coinvolge qualcosa come 239 milioni di "farmacie on line". Tutte fraudolente. Un traffico valutato dai Nas attorno ai 50 miliardi di euro a stagione su scala mondiale. E' un problema ancora poco avvertito,  se è vero, come emerso dal convegno, che 240 medici su 600 sono perfino convinti che comperare farmaci taroccati o meno su internet non sia vietato. Spicca anche il relativo disinteresse del governo che invia un dirigente, Panebianco e non il sottosegretario più prestigioso, Delrio. Che già si era espresso a favore della gestione Coni di recente. Tutto già scritto e deciso?
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