Mo Farah, l'uomo senza punti deboli. Più forte anche dei sospetti
di ENRICO SISTIA Pechino l'ennesima doppietta 5000-10000 del britannico: non esiste tattica di gara che possa metterlo in difficoltà, ed anche le sinistre ombre doping riguardanti il suo tecnico Salazar sono state spazzate via
Mancano duecento metri per entrare definitivamente nella storia, cento per imboccare il rettilineo che conclude una lunga stagione, cominciata a Londra quattro anni fa e forse anche prima. Davanti a lui c’è Ndiku, capelli tinti di rosso, vaga somiglianza col viso di Bolt. Finora il kenyano non ha mollato un centimetro e sono metri che sta spingendo, cercando di fare il vuoto e anche se non ce l’ha fatta non ha mai smesso di provarci: Mo Farah dovrà correre come un velocista per conquistare l’ennesima medaglia d’oro. Ci riesce: "Sono state due finali molto, ma molto complicate", ammetterà. A qualunque ritmo, 5 mila e 10 mila sono terra sua. Mo Farah non si batte. Può perdere da Kiprop nei 1500, non nelle distanze più lunghe. Il 5 mila di Pechino è stato di gran lunga il più lento della storia dei mondiali di atletica. Si è rischiato di chiudere sopra i 14’ (13’50”38). Roba da alt…
Mancano duecento metri per entrare definitivamente nella storia, cento per imboccare il rettilineo che conclude una lunga stagione, cominciata a Londra quattro anni fa e forse anche prima. Davanti a lui c’è Ndiku, capelli tinti di rosso, vaga somiglianza col viso di Bolt. Finora il kenyano non ha mollato un centimetro e sono metri che sta spingendo, cercando di fare il vuoto e anche se non ce l’ha fatta non ha mai smesso di provarci: Mo Farah dovrà correre come un velocista per conquistare l’ennesima medaglia d’oro. Ci riesce: "Sono state due finali molto, ma molto complicate", ammetterà. A qualunque ritmo, 5 mila e 10 mila sono terra sua. Mo Farah non si batte. Può perdere da Kiprop nei 1500, non nelle distanze più lunghe. Il 5 mila di Pechino è stato di gran lunga il più lento della storia dei mondiali di atletica. Si è rischiato di chiudere sopra i 14’ (13’50”38). Roba da altri tempi, da figurine dei campioni dello sport. Una finale talmente tattica che per quattro chilometri si è proceduto a ritmi da maratona, dopo un primo giro da riscaldamento (1’13”). Ma l’ultimo giro di Mo Farah è stato corso in 52”. Onestamente, per spuntarla su questo scricciolo magico non sanno più cosa inventarsi. Vai piano e quello ti piazza un 400 finale da lasciare esterrefatti, vai forte e quello ti sta dietro, vai a strappi e quello non ci casca, tenti con le parole ("è battibile", dicevano di lui sino a ieri) e quello fa finta di accusare improvvise sordità bilaterali. Nonostante i suoi 32 anni Mo Farah è superiore a tutti e soprattutto ha una soluzione per qualunque tipo di problema agonistico o tattico.
"Ora i Giochi di Rio, il prossimo anno sarà speciale, insieme con le olimpiadi avrò anche un altro figlio". Ha fatto doppietta a Londra 2012, doppietta a Mosca 2013, doppietta a Pechino 2015. “Triple-double”: mai successo prima. Legittimi il selfie che scatta con i tifosi dietro e il dito in bocca a mo’ di biberon. A Daegu 2011 si dovette inchinare nei 10 mila all’etiope Jeilan, minimo cedimento in quattro anni di puro e imbarazzante dominio. E pensare che per mesi il 2015 di Mo Farah era stato pieno di nuvole, solo da poco spazzate dal vento. Era finito nel mirino angosciante dei sospetti: le accuse contro il suo coach Salazar lo avevano messo al centro di una possibile indagine per doping, legata al suo gruppo di allenamento, al Nike Project in Oregon, indagine che non è mai scattata perché non sono emersi elementi a suo carico, al di là di vaghe allusioni. «Mi dovrà spiegare», dichiarò alla stampa temendo che il suo coach potesse travolgerlo. Farah è stato prima interpellato e successivamente difeso dalla sua federazione, che non voleva perderlo ma al tempo stesso non voleva rischiare di essere infangata, in caso di “provetta scomoda”. E’ arrivato a Pechino masticando amaro, il campione anglo-somalo, ma senza rinunciare alla meticolosa preparazione, schiacciato e insieme stimolato dai guai, inclusi quelli mediatici. Approfittando della sempre meno affidabile personalità degli etiopi, anche loro gravati di qualche anno e non più brillanti, appena disturbato dal solenne Ndiku, roscio malpelo kenyano (diciamo pure senza veri avversari), a Pechino Mo Farah si è trasformato in una macchia di luce sui destini delle distanze di pista più lunghe: invadente come un olio. Santo. Condimento indispensabile per la futura atletica di Rio de Janeiro.
"Ora i Giochi di Rio, il prossimo anno sarà speciale, insieme con le olimpiadi avrò anche un altro figlio". Ha fatto doppietta a Londra 2012, doppietta a Mosca 2013, doppietta a Pechino 2015. “Triple-double”: mai successo prima. Legittimi il selfie che scatta con i tifosi dietro e il dito in bocca a mo’ di biberon. A Daegu 2011 si dovette inchinare nei 10 mila all’etiope Jeilan, minimo cedimento in quattro anni di puro e imbarazzante dominio. E pensare che per mesi il 2015 di Mo Farah era stato pieno di nuvole, solo da poco spazzate dal vento. Era finito nel mirino angosciante dei sospetti: le accuse contro il suo coach Salazar lo avevano messo al centro di una possibile indagine per doping, legata al suo gruppo di allenamento, al Nike Project in Oregon, indagine che non è mai scattata perché non sono emersi elementi a suo carico, al di là di vaghe allusioni. «Mi dovrà spiegare», dichiarò alla stampa temendo che il suo coach potesse travolgerlo. Farah è stato prima interpellato e successivamente difeso dalla sua federazione, che non voleva perderlo ma al tempo stesso non voleva rischiare di essere infangata, in caso di “provetta scomoda”. E’ arrivato a Pechino masticando amaro, il campione anglo-somalo, ma senza rinunciare alla meticolosa preparazione, schiacciato e insieme stimolato dai guai, inclusi quelli mediatici. Approfittando della sempre meno affidabile personalità degli etiopi, anche loro gravati di qualche anno e non più brillanti, appena disturbato dal solenne Ndiku, roscio malpelo kenyano (diciamo pure senza veri avversari), a Pechino Mo Farah si è trasformato in una macchia di luce sui destini delle distanze di pista più lunghe: invadente come un olio. Santo. Condimento indispensabile per la futura atletica di Rio de Janeiro.