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Elena Vaelbe, mito del fondo: "Doping, su di noi troppo livore. E le stupefacenti cinesi ai Giochi di Pechino?"

L'ex campionessa, ora dirigente della Federazione russa di Sci: "È solo una manovra politica che farà crescere i nostri giovani atleti col complesso d'inferiorità

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MOSCA - AL TELEFONO da Krasnojarsk, nel cuore della Siberia centrale, la voce di una delle atlete più amate di Russia suona preoccupata: "Sicuramente anche il nostro sport nazionale ha le sue colpe come molti altri al mondo. Ma tutto questo livore contro il nostro Paese, mi sembra solo una manovra politica. Le conseguenze le pagherano i nostri giovani sportivi che rischiano un complesso di inferiorità che non meritano". Adesso che ha 47 anni ed è dirigente della Federazione russa di Sci, Elena Vaelbe resta un mito per il fondo: 5 coppe del mondo, 7 medaglie olimpiche e 17 ai Mondiali. Per non parlare dell'impresa di Trondheim 1997: un oro in ognuna delle cinque specialità.

Momenti di gloria che il terremoto doping rischia di offuscare.
"Il prestigio dello sport russo, con tutti i successi che abbiamo avuto nella Storia, non è a rischio. Ma nell'inchiesta Wada vedo una persecuzione eccessiva nei nostri confronti. Non nego che la posizione della squadra di atletica sia molto difficile. Ma hanno cambiato i vertici, epurato decine di atleti sospetti. Che devono fare di più? In quello sport in particolare il pericolo doping è comune a molti altri paesi".

E nel suo invece? Ha mai dubitato di qualche rivale?
"Certo che sì. Ho visto strane rimonte, apparizioni sorprendenti di atlete sconosciute. Chi se ne intende lo sente se c'è qualcosa di anormale. Per esempio, quando mi battevano le italiane Belmondo o Di Centa, mi arrabbiavo ma non dubitavo: si capiva che faticavano onestamente in gara e in allenamento ".

Quali casi più clamorosi ha notato?
"Alle Olimpiadi di Pechino certi risultati di sconosciute atlete cinesi erano veramente stupefacenti".

E voi russi invece non avete mai barato?
"Ricordo la squalifica nel '97 della mia amica Ljubov Egorova. Fu un trauma per tutta la squadra. Non presi sonno per una settimana. Alla mia premiazione piansi e chiesi scusa al Re di Norvegia e al pubblico come se fossi io la responsabile".

Nel 2006 alle Olimpiadi di Torino, ha allenato la nazionale di fondo femminile. Mai avuto qualche sospetto su una sua atleta?
"Mai. La mia strategia era quella di bombardarle continuamente sui pericoli del doping per la salute. Dicevo: vale la pena di ammalarsi gravemente per una medaglietta o per un record in più?".

Che ci dice del laboratorio di Mosca e del dimissionario dottor Rodchenkov, accusato di aver manipolato migliaia di analisi?
"Conosco bene Rodchenkov. Ci ha aiutato molto a combattere la mentalità del doping fornendoci continuamente nuove statistiche ed elementi di valutazione. Credo che sia finito dentro a un gioco politico. I suoi insegnamenti sono serviti soprattutto a livello giovanile dove è più facile che il fenomeno doping prenda piede. C'è la voglia di emergere dei ragazzi abbinata al grande business dei farmaci che vengono propagandati senza alcuno scrupolo. Ma questo non certo solo in Russia".

La Wada ha spiegato i casi di corruzione e doping con un "residuo di mentalità sovietica".
"Assurdo. Ho cominciato a gareggiare sotto la bandiera dell'Urss. Eravamo tutti dopati ma di propaganda non di farmaci. Ci invitavano al Cremlino e ci dicevano come comportarci da patrioti sovietici, volenterosi per raccogliere allori per la Patria. Di doping reale neanche l'ombra. Ricordo una squalifica tragicomica di Nina Gavrilyuk nell'88. Le trovarono nel sangue un farmaco vietato. E lei disse: me l'ha prescritto il medico della nazionale contro il raffreddore. Si erano dimenticati che fosse proibito. Storie quasi tenere rispetto al doping di oggi".

Pensa che la Russia sarà alla fine ammessa alle Olimpiadi di Rio?
"Sarebbe assurdo se ci fosse un veto. E mi auguro che il rapporto che la Russia sta preparando per la Wada sia pieno di proposte su come guarire dal flagello del doping. Per noi e per gli altri".

Ha una sua proposta?
"Per come avanza la farmacologia bisognerebbe fare due Olimpiadi diverse. Una riservata ai dopati e un'altra a quelli onesti. Ma ovviamente non è realizzabile".
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