ROMA - "Non aspetteremo inermi davanti ad un muro, aspettando di essere fucilati dopo un processo sommario. Il modo migliore per affrontare la situazione è agire con granitica compattezza, e così faremo". Non ci stanno, i 26 azzurri dell'atletica deferiti lo scorso 2 dicembre dalla Procura Antidoping per irregolarità nei controlli. Non ci stanno, fanno gruppo e rilanciano. Si sono riuniti tutti all'Una Hotel Roma - mancava solo Howe, impegnato in Svezia - per trovare una linea comune di difesa, "confrontarsi sul futuro", affidarsi a un team condiviso di avvocati e "decidere come e se eventualmente agire per vie legali una volta affrontata la difesa in Procura". Perché in ballo ci sono danni di immagine e contratti, ma anche e soprattutto le Olimpiadi del prossimo anno all'orizzonte.
Finiti loro malgrado in una inaspettata bufera doping con l'accusa di aver volutamente omesso di compilare i documenti necessari per garantire la loro reperibilità (nello specifico si parla di "eluso controllo" e "mancata reperibilità"), "oggi ci siamo guardati in faccia per la prima volta dopo l'accaduto - spiega a nome di tutti i 26 la martellista Silvia Salis, alla quale il gruppo ha affidato il compito di coordinare la comunicazione - e abbiamo affidato la nostra tutela legale ad un gruppo di affermati professionisti". E cioè Giulia Bongiorno, Giovanni Fontana, Antonio Derensis e Fabio Milano. Vittime di fatto delle falle di un sistema di controllo - il sistema Wherabout, con il quale il Coni monitora lo spostamento di ogni atleta e gestisce i controlli antidoping - "che evidentemente troppo bene non ha mai funzionato", "noi atleti stiamo vivendo una situazione paradossale - continua Fabrizio Donato, il bronzo di Londra 2012 nel salto triplo, tra tutti i 26 l'atleta più rappresentativo - per colpa del malfunzionamento di un sistema sulla cui efficienza avrebbero dovuto vigilare Coni e Fidal. E non possiamo certo pagare noi per gli errori di qualcun altro".
In attesa di capire di più sui tempi della Procura, che per gli azzurri deferiti ha chiesto due anni di squalifica, in ballo per ora ci sono soprattutto enormi "danni di immagine ed economici", ma non solo. "Per ora pensiamo a difenderci - è la linea comune scelta dagli atleti - ma non escludiamo di intraprendere anche azioni volte a risarcirci, per quanto possibile, dei disastri che questa vicenda ci ha causato".
Il disastro è capitato nel pieno della stagione olimpica, e anche per questo la presa di posizione dei 26 deferiti ha ricevuto ancora oggi il supporto diretto della stessa federazione. Alla riunione romana erano presenti l'avvocato della Fidal Guido Valori e soprattutto il presidente federale Alfio Giomi. Che come lo stesso numero uno del Coni Malagò, da subito, nelle settimane scorse, impegnato a smorzare i toni della bufera, ha voluto tenere "ben distante il caso dalla parola doping". "Deve essere molto chiaro a tutti è che non stiamo in nessun modo parlando di assunzione di sostanze dopanti - è stata la dichiarazione del presidente Fidal - Ma ancora più importante è che la vicenda si risolva in tempi brevi, perché molti di questi ragazzi si stanno preparando all'Olimpiade di Rio e devono poterlo fare con la giusta condizione psicofisica".
Finiti loro malgrado in una inaspettata bufera doping con l'accusa di aver volutamente omesso di compilare i documenti necessari per garantire la loro reperibilità (nello specifico si parla di "eluso controllo" e "mancata reperibilità"), "oggi ci siamo guardati in faccia per la prima volta dopo l'accaduto - spiega a nome di tutti i 26 la martellista Silvia Salis, alla quale il gruppo ha affidato il compito di coordinare la comunicazione - e abbiamo affidato la nostra tutela legale ad un gruppo di affermati professionisti". E cioè Giulia Bongiorno, Giovanni Fontana, Antonio Derensis e Fabio Milano. Vittime di fatto delle falle di un sistema di controllo - il sistema Wherabout, con il quale il Coni monitora lo spostamento di ogni atleta e gestisce i controlli antidoping - "che evidentemente troppo bene non ha mai funzionato", "noi atleti stiamo vivendo una situazione paradossale - continua Fabrizio Donato, il bronzo di Londra 2012 nel salto triplo, tra tutti i 26 l'atleta più rappresentativo - per colpa del malfunzionamento di un sistema sulla cui efficienza avrebbero dovuto vigilare Coni e Fidal. E non possiamo certo pagare noi per gli errori di qualcun altro".
In attesa di capire di più sui tempi della Procura, che per gli azzurri deferiti ha chiesto due anni di squalifica, in ballo per ora ci sono soprattutto enormi "danni di immagine ed economici", ma non solo. "Per ora pensiamo a difenderci - è la linea comune scelta dagli atleti - ma non escludiamo di intraprendere anche azioni volte a risarcirci, per quanto possibile, dei disastri che questa vicenda ci ha causato".
Il disastro è capitato nel pieno della stagione olimpica, e anche per questo la presa di posizione dei 26 deferiti ha ricevuto ancora oggi il supporto diretto della stessa federazione. Alla riunione romana erano presenti l'avvocato della Fidal Guido Valori e soprattutto il presidente federale Alfio Giomi. Che come lo stesso numero uno del Coni Malagò, da subito, nelle settimane scorse, impegnato a smorzare i toni della bufera, ha voluto tenere "ben distante il caso dalla parola doping". "Deve essere molto chiaro a tutti è che non stiamo in nessun modo parlando di assunzione di sostanze dopanti - è stata la dichiarazione del presidente Fidal - Ma ancora più importante è che la vicenda si risolva in tempi brevi, perché molti di questi ragazzi si stanno preparando all'Olimpiade di Rio e devono poterlo fare con la giusta condizione psicofisica".