E' una mail subdola, piena di sottintesi, dai toni preoccupati e al tempo stesso supplichevoli, quella spedita il 19 luglio 2013 alle ore 16:11 dall'allora capo della comunicazione della Iaaf Nick Davies (e ora braccio destro del presidente Coe) al figlio dell'allora presidente Diack, Papa Massata Diack, consulente di marketing per la federazione (e già questo...), nonché sospettato di essere al centro del caso di corruzione che sta dilaniando la federazione internazionale dell'atletica leggera.
E' una mail che sa di colpa e di resa, quella che "Le Monde" ha riportato in superficie nonostante le raccomandazioni del mittente ("devo rimanere tutto strettamente riservato", scriveva Davies) e che potrebbe già affossare, infangare, deprimere o cancellare del tutto la nuova era dell'atletica mondiale, carica di speranze per il futuro e di vergogna per il passato, guidata proprio da quel Sebastian Coe che ha per tutta la vita ha cercato di costruirsi una carriera, prima da atleta poi da dirigente, usando i mattoni del lavoro, della trasparenza e dell'inflessibilità. Ma così non sembra, non completamente almeno. Se è vero, se è tutto vero quello che racconta quella mail dissepolta, se veramente Davies ha con quel messaggio cercato di minimizzare (o invitare a minimizzare) i casi di doping russo alla vigilia dei mondiali di Mosca, supponendo che fosse una strategia accettabile inquinare una grande manifestazione per poi, soltanto poi, denunciare le gravi infrazioni, l'atletica entrerà in coma.
C'era anche una volontà di mantenere il profilo basso, in quelle parole, per evitare che l'informazione arrivasse alla stampa, soprattutto quella inglese, molto temuta dall'inglese Davies. E per questo Davies scrive di voler provare a coinvolgere o a chiedere l'intercessione della Chime Sports Marketing, un'azienda di marketing che aveva un direttore dal nome che non poteva passare inosservato: Sebastian Coe. All'epoca Coe era anche vice-presidente della Iaaf. Come poteva non sapere che il capo della sua comunicazione stava, testualmente, "cercando di capire meglio dai responsabili dell'anti-doping chi siano "i cadaveri" che ci ritroviamo fra piedi", e quindi che stava cercando, con nomi e cognomi, di definire una strategia federale, ufficiale, per evitare il dispiacere del governo dello sport russo e per proteggersi da quella valanga che comunque non avrebbero evitato in seguito? Davies sembrava convinto di poter convincere Coe, attraverso la CSM, a influenzare i media per proteggere i mondiali di Mosca, evitando così che diventassero un fallimento o una gogna. Come poteva non sapere? "Coe non può rispondere a mail di cui non conosce l'esistenza", ribatte Jackie Brock-Doyle, ufficio stampa della CSM. Ma forse ne conosceva il contenuto.
Davies ha negato ("Le Monde" riporta un passo della sua replica) che la sua lettera avesse come obiettivo la nascita di un'alleanza fra Iaaf e CSM. Ma anche il minimo sospetto che Coe potesse essere stato a conoscenza dei "cadaveri" russi e averli, magari tacendo, coperti, aumenta il suo (e il nostro) disagio, a pochi mesi dalla sua entrata in carica (31 agosto). Da quando è in sella Coe sta combattendo come non avrebbe mai immaginato. Si è trovato in casa il clamoroso caso di corruzione in cui è stata coinvolta la famiglia Diack (i fondi per la politica in Senegal chiesti alla Russia). E fosse soltanto questo. Dopo che erano stati sollevati dubbi sul suo potenziale conflitto d'interessi, in qualità di presidente Iaaf e ambasciatore nel mondo per la Nike, dopo l'assegnazione, poco opportuna, dei Mondiali del 2012 a Eugene (la città del marchio Nike), il 26 novembre scorso Coe è stato costretto a scollegare definitivamente il proprio nome dal brand americano (dal quale percepiva quasi 150 mila euro l'anno). L'8 dicembre venne interpellato da una commissione cultura, media e sport del parlamento britannico circa un possibile caso di corruzione all'interno della Iaaf. Lui rispose: "No, non ne so niente". Sedici giorni dopo esplodeva lo scandalo. Ora la lettera "scarlatta" che potrebbe inchiodarlo, se venisse tutto confermato, a colpe lontane (ma non per questo meno gravi). Sarebbe una mazzata per l'atletica che sta cercando come il calcio di cambiare strada, inseguita dalle malefatte di atleti mascalzoni e dirigenti compiacenti o semplicemente ladri. Povero Coe, quanta storia in pista, quanti guai sulla scrivania. Un tragico inizio, per la sua corsa da dirigente. Ma se fosse tutto vero, se anche lui sapeva dei "cadaveri", Coe non può restare lì.
E' una mail che sa di colpa e di resa, quella che "Le Monde" ha riportato in superficie nonostante le raccomandazioni del mittente ("devo rimanere tutto strettamente riservato", scriveva Davies) e che potrebbe già affossare, infangare, deprimere o cancellare del tutto la nuova era dell'atletica mondiale, carica di speranze per il futuro e di vergogna per il passato, guidata proprio da quel Sebastian Coe che ha per tutta la vita ha cercato di costruirsi una carriera, prima da atleta poi da dirigente, usando i mattoni del lavoro, della trasparenza e dell'inflessibilità. Ma così non sembra, non completamente almeno. Se è vero, se è tutto vero quello che racconta quella mail dissepolta, se veramente Davies ha con quel messaggio cercato di minimizzare (o invitare a minimizzare) i casi di doping russo alla vigilia dei mondiali di Mosca, supponendo che fosse una strategia accettabile inquinare una grande manifestazione per poi, soltanto poi, denunciare le gravi infrazioni, l'atletica entrerà in coma.
C'era anche una volontà di mantenere il profilo basso, in quelle parole, per evitare che l'informazione arrivasse alla stampa, soprattutto quella inglese, molto temuta dall'inglese Davies. E per questo Davies scrive di voler provare a coinvolgere o a chiedere l'intercessione della Chime Sports Marketing, un'azienda di marketing che aveva un direttore dal nome che non poteva passare inosservato: Sebastian Coe. All'epoca Coe era anche vice-presidente della Iaaf. Come poteva non sapere che il capo della sua comunicazione stava, testualmente, "cercando di capire meglio dai responsabili dell'anti-doping chi siano "i cadaveri" che ci ritroviamo fra piedi", e quindi che stava cercando, con nomi e cognomi, di definire una strategia federale, ufficiale, per evitare il dispiacere del governo dello sport russo e per proteggersi da quella valanga che comunque non avrebbero evitato in seguito? Davies sembrava convinto di poter convincere Coe, attraverso la CSM, a influenzare i media per proteggere i mondiali di Mosca, evitando così che diventassero un fallimento o una gogna. Come poteva non sapere? "Coe non può rispondere a mail di cui non conosce l'esistenza", ribatte Jackie Brock-Doyle, ufficio stampa della CSM. Ma forse ne conosceva il contenuto.
Davies ha negato ("Le Monde" riporta un passo della sua replica) che la sua lettera avesse come obiettivo la nascita di un'alleanza fra Iaaf e CSM. Ma anche il minimo sospetto che Coe potesse essere stato a conoscenza dei "cadaveri" russi e averli, magari tacendo, coperti, aumenta il suo (e il nostro) disagio, a pochi mesi dalla sua entrata in carica (31 agosto). Da quando è in sella Coe sta combattendo come non avrebbe mai immaginato. Si è trovato in casa il clamoroso caso di corruzione in cui è stata coinvolta la famiglia Diack (i fondi per la politica in Senegal chiesti alla Russia). E fosse soltanto questo. Dopo che erano stati sollevati dubbi sul suo potenziale conflitto d'interessi, in qualità di presidente Iaaf e ambasciatore nel mondo per la Nike, dopo l'assegnazione, poco opportuna, dei Mondiali del 2012 a Eugene (la città del marchio Nike), il 26 novembre scorso Coe è stato costretto a scollegare definitivamente il proprio nome dal brand americano (dal quale percepiva quasi 150 mila euro l'anno). L'8 dicembre venne interpellato da una commissione cultura, media e sport del parlamento britannico circa un possibile caso di corruzione all'interno della Iaaf. Lui rispose: "No, non ne so niente". Sedici giorni dopo esplodeva lo scandalo. Ora la lettera "scarlatta" che potrebbe inchiodarlo, se venisse tutto confermato, a colpe lontane (ma non per questo meno gravi). Sarebbe una mazzata per l'atletica che sta cercando come il calcio di cambiare strada, inseguita dalle malefatte di atleti mascalzoni e dirigenti compiacenti o semplicemente ladri. Povero Coe, quanta storia in pista, quanti guai sulla scrivania. Un tragico inizio, per la sua corsa da dirigente. Ma se fosse tutto vero, se anche lui sapeva dei "cadaveri", Coe non può restare lì.