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Atletica, Iaaf e Wada tra fretta e caos: ora nel mirino antidoping c'è il Kenya

Rio si avvicina e da parte delle massime istituzioni internazionali si avverte la necessità di porre rimedio ad anni di immobilismo. Prima la Russia, ora il paese africano, ma passa il messaggio che le pratiche illecite siano quasi un affare di stato più che di singoli

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ROMA - Dopo la Russia il Kenya. Dopo arriveranno altre nazioni canaglia, ammesso che le nazioni siano tutte uguali di fronte alla giustizia sportiva (c'è soltanto il 7% delle possibilità che lo siano). Senza il gps della tempestività, spesso brancolando al buio, situazione ideale perché le spinte politiche non vengano individuate in tempo e a occhio nudo, la Iaaf e la Wada stanno cominciando a fare piazza pulita fra i colpevoli dell'atletica mondiale, trascurando chi lo è e non si può scovare, o non ancora, o forse mai. Fanno ciò che avrebbero dovuto fare da anni, se loro stesse non fossero rimaste invischiate nei sospetti. E adesso la corsa alla mondatura, a pochi mesi dai Giochi di Rio, suscita uno strano sentimento di rabbia e tenerezza. Con l'inevitabile conseguenza di far credere al mondo che il doping sia un affare di stato, anzi di stati, e che non riguardi i singoli comportamenti. Tagliare le teste in ritardo, inclusa quella di Isaac Mwangi, dirigente colluso della federatletica keniana, comporta un gesticolare affannoso che non fa onore al valore dell'operazione, specie se il tutto avviene in un momento delicato, quando sono ancora in corso le indagini per stabilire quanto della tendenza a nascondere "gli scheletri" delle vecchia amministrazione federale dell'ex presidente della Iaaf Lamine Diack, con la sua corte di corrotti, a cominciare dal figlio Papa Massata, la nuova amministrazione di Lord Sebastian Coe abbia ereditato.

Dalla Russia stanno ancora aspettando segnali di ravvedimento concreti. Quando arriveranno, e arriveranno, il paese sarà riabilitato globalmente e i suoi atleti potranno disputare le gare olimpiche. Il pentimento si presume debba arrivare dai gangli del potere. Quando il Cremlino ammetterà colpe e dichiarerà aperta una nuova, più limpida stagione, solo allora sarà possibile annunciare il tana libera tutti. Il Kenya ha tempo sino al 5 aprile per mettersi in regole con il codice della Wada. Ma i danni di chi indaga vanno spesso ad aggiungersi a quelli degli indagati. E' da un anno che in Kenya è esploso il caso doping. Un anno fa la maratoneta Jetpoo veniva squalificata, un anno fa alcuni ex atleti kenyani, fra cui Wilfred Bungei, oro olimpico negli 800 a Pechino, e John Ngugi, oro nell'88 a Seul sui 5000, accusarono la loro federazione di corruzione, di aver coperto per anni l'introduzione del doping nel loro paese, attraverso l'assunzione (e la conseguente assoluzione morale) dei tanti manager stranieri, ben 32, chiamati ad allenare e rinfocolare il mito degli "uomini degli altipiani", in realtà senza rispettare una carta normativa, senza controllo.
 
Si domandavano Bungei e gli altri, inclusa tutta l'Associazione degli atleti professionisti del Kenya: "Lo immaginate un ragazzo kenyano che entra in una farmacia del paese e si compra l'eritropoietina?". Non solo non esistono le sostanze, in Kenya, ma spesso neppure le farmacie. Quindi la regia sarebbe stata altrove, quindi qualcuno importava, "qualcuno nasconde, sa e non si oppone". Accusarono il marito della Jeptoo, il suo allenatore, sono risaliti a tutti gli altri possibili complici, chiesero giustizia, sanzioni penali, avrebbero voluto decapitare i vertici della federatletica kenyana, a cominciare dal suo capo Kiplagat, e infine se la presero con la stessa Iaaf, l'impero dei dirigenti friabili. E adesso la Iaaf indaga, ma con quale credibilità? Due nazioni per dimostrare di poterle prendere tutte senza avere in realtà le capacità per farlo? Il conto potrebbe anche non tornare più. E l'atletica a Rio diventerebbe quasi una barzelletta, minata da anni di complicità seguiti da mesi di inflessibilità. Con risata finale di Usain Bolt.
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