ROMA - Mentre ci sono ragazzi che in Alabama corrono i 60 in 6"47 (Ronnie Baker), oppure figli d'arte (Cameron Burrell, marmocchio di Leroy) che sfrecciano sul traguardo appena pochi centimetri dietro (6"48), a Portland si aprono nella notte italiana tra giovedì e venerdì (ore 3.00), con le due gare di salto con l'asta e con i riflettori puntati su Suhr, Murer e Lavillenie, i Mondiali Indoor di atletica. Mancheranno i russi, appiedati dalla Iaaf dopo lo scandalo doping.
Per lo sport, comunque la si voglia vedere, Portland è un luogo di culto. Ci si può ispirare a seconda delle inclinazioni. Il mistico potrebbe alzare lo sguardo e commuoversi alla vista del bianco Mount Hood, vetta isolata e lontana che governa il panorama guardando a levante. Il "commerciale" dovrebbe ricordarsi che qui è nato Phil Knight, l'inventore (se così possiamo dire) della Nike e con la Nike (la cui sede è poco fuori città, a Beaverton) un nuovo modo di vedere e promuovere l'abbigliamento sportivo. Il nostalgico farebbe bene a non dimenticare che a Portland è nato Dick Fosbury, uno che qualcosa all'atletica ha dato: ha semplicemente rivoluzionato il salto in alto e di questo Gianmarco Gimbo Mezzabarba Tamberi, capofila mondiale di specialità con 2,38, farebbe bene a nutrirsi, per volare nel presente e per prenotare rispetto nel futuro (chissà che non arrivi ai Giochi di Rio con lo stesso ranking...). A volte l'impalpabile fa andare più su.
Sono 547 gli iscritti, siamo nella media. Ma certo i Mondiali Indoor che si disputano nell'anno olimpico non possono essere considerati alla stregua delle altre manifestazioni: arrivano troppo presto se uno pensa ad agosto e il primo obiettivo degli atleti che hanno voglia e possibilità di essere competitivi in Brasile è di mantenere la forma per quella data, dunque potrebbe anche darsi che qualcuno rinuncia alle gare al coperto (a Portland mancheranno, tra gli altri, Bolt, Gatlin, l'eclettico Van Niekerk, il triplista Taylor) o non sia aspetta più di tanto. Tamberi ha già fatto i suoi programmi: "Non farò tante gare e soprattutto non quelle che impongono viaggi lunghi e faticosi. E inoltre non devo preoccuparmi se nelle prime gare outdoor magari non vado oltre i 2,30". Alto maschile nella notte tra sabato e domenica, alto femminile alle 22 di domenica.
Solo cinque, per prudenza, costi, umiltà e limiti tecnici, gli azzurri al via: oltre Tamberi e Fassinotti, la Trost nell'alto femminile (dove la giovane americana Cunningham è salita a 1,99), la Hooper nei 60 e Chiara Rosa nel peso. Attesa nei 60, sia al maschile, dove mancherà il campione del mondo in carica il britannico Kilty, che al femminile, dove l'americana Pierre e la fenomenale olandese Schippers (campionessa del mondo dei 200 lo scorso anno a Pechino) se la giocano con un personale appena ritoccato da entrambe (7"00) e entrambe sembrano pronte a scendere sotto il muro dei sette secondi netti, cosa riuscita soltanto a otto velociste nella storia (Privalova, che detiene il primato del mondo con 6"92, Devers, Jones, Ottey, Thanou, Jones-Ferrette, Fraser-Pryce (campionessa in carica ma assente) e Ahouré. Ma attenti all'inglese Asher-Smith, all'americana Bartoletta (allenata dallo stesso tecnico che allena la Hooper e la Grenot, Loren Seagrave) e alla tedesca Pinto. Tra gli uomini guida Asafa Powell con 6"49 (i ragazzini americani, ultimi fulmini di pace a campionati nazionali americani, non sono iscritti).
Ma l'eroe del momento è Kim Collins, il 40enne (li compirà il prossimo 5 aprile) più veloce della storia dello sprint. Da due mesi corre quasi senza sosta intorno ai 6"51/2, poi ha avuto un crampo nella finale del meeting di Glasgow, ha un personale di 6"47 ottenuto lo scorso anno in Polonia, è una pietra miliare in movimento dell'atletica mondiale, con una storia personale da brividi, infinita. Diciotto anni fa, ai Giochi di Atlanta, il più importante sportivo di St. Kitts & Nevis, che allora aveva 20 anni, arrivò in semifinale nei 100. Sette anni dopo vinse il titolo mondiale a Parigi (era l'anno dell'oro di Gibilisco nell'asta), primo atleta del suo paese a vincere un titolo sportivo. Nel 2009 aveva deciso di ritirarsi. Si è pentito quasi subito, le gambe gli dicevano di continuare, lui ha nicchiato per un paio di mesi perché si era convinto che a 35 anni uno può anche fare scelte diverse. Non era il caso. Nel 2011 ai Mondiali di Daegu, anche grazie alla falsa partenza di cui si rese protagonista Bolt, è bronzo nei 100. Ma è bronzo anche nella 4x100. A Londra nel 2012 litiga con la sua federazione che lo accusa di aver fatto entrare sua moglie nel parco olimpico. Una storia da ridere, ma alla fine Collins annuncia che quella sarebbe stata la sua ultima gara come rappresetante di St Kitts & Nevis. Nel 2014, sempre a Londra, a 38 anni, leggero come una piuma, potente come un razzo, corre il 100 più veloce della sua vita per la prima volta scende sotto i 10": 9"96. Sogna di diventare giornalista e raccontare l'atletica. Ma forse bisogna ancora aspettare per leggere i suoi articoli.
Altre star: la Adams nel peso, i tre quattrocentisti fratelli belgi Borlée, il ceco Maslak e Gordon di Trinidad & Tobago sempre nei 400, Souleiman nei 1500 (Gibuti), l'etiope Aman negli 800, i francesi, molto competitivi, fra Lavillenie, gli ostacolisti Martinot-Lagarde e Bascou, e il triplista Compaoré, Eaton nell'eptathlon, la Adams nel peso, la Beitia e la Licwinko nell'alto, la Dibaba e Defarnei 3000.
Per lo sport, comunque la si voglia vedere, Portland è un luogo di culto. Ci si può ispirare a seconda delle inclinazioni. Il mistico potrebbe alzare lo sguardo e commuoversi alla vista del bianco Mount Hood, vetta isolata e lontana che governa il panorama guardando a levante. Il "commerciale" dovrebbe ricordarsi che qui è nato Phil Knight, l'inventore (se così possiamo dire) della Nike e con la Nike (la cui sede è poco fuori città, a Beaverton) un nuovo modo di vedere e promuovere l'abbigliamento sportivo. Il nostalgico farebbe bene a non dimenticare che a Portland è nato Dick Fosbury, uno che qualcosa all'atletica ha dato: ha semplicemente rivoluzionato il salto in alto e di questo Gianmarco Gimbo Mezzabarba Tamberi, capofila mondiale di specialità con 2,38, farebbe bene a nutrirsi, per volare nel presente e per prenotare rispetto nel futuro (chissà che non arrivi ai Giochi di Rio con lo stesso ranking...). A volte l'impalpabile fa andare più su.
Sono 547 gli iscritti, siamo nella media. Ma certo i Mondiali Indoor che si disputano nell'anno olimpico non possono essere considerati alla stregua delle altre manifestazioni: arrivano troppo presto se uno pensa ad agosto e il primo obiettivo degli atleti che hanno voglia e possibilità di essere competitivi in Brasile è di mantenere la forma per quella data, dunque potrebbe anche darsi che qualcuno rinuncia alle gare al coperto (a Portland mancheranno, tra gli altri, Bolt, Gatlin, l'eclettico Van Niekerk, il triplista Taylor) o non sia aspetta più di tanto. Tamberi ha già fatto i suoi programmi: "Non farò tante gare e soprattutto non quelle che impongono viaggi lunghi e faticosi. E inoltre non devo preoccuparmi se nelle prime gare outdoor magari non vado oltre i 2,30". Alto maschile nella notte tra sabato e domenica, alto femminile alle 22 di domenica.
Solo cinque, per prudenza, costi, umiltà e limiti tecnici, gli azzurri al via: oltre Tamberi e Fassinotti, la Trost nell'alto femminile (dove la giovane americana Cunningham è salita a 1,99), la Hooper nei 60 e Chiara Rosa nel peso. Attesa nei 60, sia al maschile, dove mancherà il campione del mondo in carica il britannico Kilty, che al femminile, dove l'americana Pierre e la fenomenale olandese Schippers (campionessa del mondo dei 200 lo scorso anno a Pechino) se la giocano con un personale appena ritoccato da entrambe (7"00) e entrambe sembrano pronte a scendere sotto il muro dei sette secondi netti, cosa riuscita soltanto a otto velociste nella storia (Privalova, che detiene il primato del mondo con 6"92, Devers, Jones, Ottey, Thanou, Jones-Ferrette, Fraser-Pryce (campionessa in carica ma assente) e Ahouré. Ma attenti all'inglese Asher-Smith, all'americana Bartoletta (allenata dallo stesso tecnico che allena la Hooper e la Grenot, Loren Seagrave) e alla tedesca Pinto. Tra gli uomini guida Asafa Powell con 6"49 (i ragazzini americani, ultimi fulmini di pace a campionati nazionali americani, non sono iscritti).
Ma l'eroe del momento è Kim Collins, il 40enne (li compirà il prossimo 5 aprile) più veloce della storia dello sprint. Da due mesi corre quasi senza sosta intorno ai 6"51/2, poi ha avuto un crampo nella finale del meeting di Glasgow, ha un personale di 6"47 ottenuto lo scorso anno in Polonia, è una pietra miliare in movimento dell'atletica mondiale, con una storia personale da brividi, infinita. Diciotto anni fa, ai Giochi di Atlanta, il più importante sportivo di St. Kitts & Nevis, che allora aveva 20 anni, arrivò in semifinale nei 100. Sette anni dopo vinse il titolo mondiale a Parigi (era l'anno dell'oro di Gibilisco nell'asta), primo atleta del suo paese a vincere un titolo sportivo. Nel 2009 aveva deciso di ritirarsi. Si è pentito quasi subito, le gambe gli dicevano di continuare, lui ha nicchiato per un paio di mesi perché si era convinto che a 35 anni uno può anche fare scelte diverse. Non era il caso. Nel 2011 ai Mondiali di Daegu, anche grazie alla falsa partenza di cui si rese protagonista Bolt, è bronzo nei 100. Ma è bronzo anche nella 4x100. A Londra nel 2012 litiga con la sua federazione che lo accusa di aver fatto entrare sua moglie nel parco olimpico. Una storia da ridere, ma alla fine Collins annuncia che quella sarebbe stata la sua ultima gara come rappresetante di St Kitts & Nevis. Nel 2014, sempre a Londra, a 38 anni, leggero come una piuma, potente come un razzo, corre il 100 più veloce della sua vita per la prima volta scende sotto i 10": 9"96. Sogna di diventare giornalista e raccontare l'atletica. Ma forse bisogna ancora aspettare per leggere i suoi articoli.
Altre star: la Adams nel peso, i tre quattrocentisti fratelli belgi Borlée, il ceco Maslak e Gordon di Trinidad & Tobago sempre nei 400, Souleiman nei 1500 (Gibuti), l'etiope Aman negli 800, i francesi, molto competitivi, fra Lavillenie, gli ostacolisti Martinot-Lagarde e Bascou, e il triplista Compaoré, Eaton nell'eptathlon, la Adams nel peso, la Beitia e la Licwinko nell'alto, la Dibaba e Defarnei 3000.