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Atletica, doping: tutti assolti. Tanto rumore per nulla

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ROMA - Abbiamo scherzato. Quindici mesi di indagini e processi con accuse pesanti e infamanti: eluso controllo (il che equivale per il regolamento antidoping alla positività); richieste di pena pesantissime (2 anni di sospensione); deposizioni e testimonianze a raffica e alla fine: tutti assolti. Neppure lo straccio di un richiamo, una semplice ammonizione. Finisce così il giudizio di primo grado di 8 dei 26 deferiti da parte della Procura Coni per la nota vicenda dei cosiddetti "whereabouts", cioè la mancata reperibilità per i test antidoping a sorpresa. Daniele Meucci, Fabrizio Donato, Daniele Greco, Ruggero Pertile, Andrew Howe, Silvia Salis, Anna Incerti e Andrea Lalli non hanno eluso un bel nulla. Tutti assolti:  le accuse di Tammaro Maiello e della Procura Coni sono carta straccia. Mesi e mesi di ansie, preoccupazioni, da parte degli atleti, messi pesantemente all'indice dell'opinione pubblica e degli stessi dirigenti federali per concludere senza neppure un buffetto. Una sentenza contraddittoria se è vero, come racconta il tam tam del Foro Italico, che la deposizione dell'ex impiegata della Fidal Rita Bottiglieri confermerebbe  le accuse della Procura.

I solleciti inviati agli atleti distratti e dimentichini nel fornire le coordinate per i controlli a sorpresa non sarebbero stati generici, ma specifici per coloro che più frequentemente se ne infischiavano della regola. Dunque confermerebbero la violazione. La sentenza però assolve tutti. E sarà interessante vedere con quali motivazioni si sosterrà questa decisione che era nell'aria da tempo. Nella cosiddetta giustizia sportiva siamo abituati ai salti mortali doppi e tripli. Ma in questo caso ci vorrà tutta l'abilità leguleia del presidente Polidori e degli altri membri del tribunale per legittimare l'assoluzione. In attesa di particolari più dettagliati nelle motivazioni e degli immancabili e annunciati ricorsi (Procura Coni e Wada) resta la legittima soddisfazione degli atleti. Che nella vicenda una qualche responsabilità sia pure una semplice distrazione o sottovalutazione ce l'hanno.

Il processo sportivo è nato male. Ha puntato sempre e solo su di essi trascurando quello che emergeva via via anche dall'indagine penale di Bolzano (sulla positività di Schwazer prima di Londra 2012). E cioè: il coinvolgimento anche di dirigenti e responsabili a livello federale e delle stesse istituzioni antidoping. Nella stessa deposizione la Bottiglieri avrebbe raccontato di aver sempre informato dei suoi messaggi di sollecito agli atleti sia il segretario federale, sia il responsabile della Commissione Controlli dell'epoca. Per questo adesso le carte tornano alla Procura Coni che dovrà approfondire questo aspetto. E' la parte buona della sentenza. Impensabile che tanta leggerezza e trascuratezza degli atleti nel fornire al reperibilità possa essersi realizzata senza che le strutture deputate al controllo e alla verifica se ne accorgessero. La Bottiglieri avrebbe sostenuto che tutti erano informati dei problemi. Ed è giusto che si accertino altre responsabilità. L'ipotesi è favoreggiamento (art. 3 del regolamento Wada). Ma, come la si rigiri, la  vicenda fa amaramente riflettere sul ruolo, i compiti e l'efficienza della giustizia sportiva, mai così in difficoltà di fronte a regolamenti spesso rigidi oltre ogni immaginazione e poi regolarmente aggirati o disinnescati. Un sistema da rivedere e ripensare perché così com'è rasenta la barzelletta.  
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