ROMA - Siamo onesti: viene il sospetto che, salvo i casi in cui restano impigliati atleti di grande popolarità o i casi di grossolana e rozza malafede (il rugbista positivo a 11 sostanze), del doping non importa niente a nessuno. Forse nemmeno alla Wada. I dirigenti dell'unico organismo (foraggiato in gran parte da denaro proveniente dal governo degli Stati Uniti, quindi non precisamente un organismo "terzo"), preposto alla vigilanza e alla repressione del fenomeno non hanno armi sufficienti. Dispongono di pochi milioni di euro all'anno a fronte di una ricerca farmacologica, dalla quale il doping proviene, e soprattutto dalla quale emanano le sue incontenibili evoluzioni, che può contare su almeno 6 miliardi di euro annuali destinati alla ricerca. Immaginate quanti principi attivi possono finire sul mercato prima che venga messo a punto un modo per rilevarli. Non c'è simultaneità tra la produzione e l'agente di controllo. La Wada indaga per "soffiate", apre fascicoli in conseguenza di informazioni ricevute da organi di stampa, di solito i più sensibili all'argomento sono quelli inglesi. Ma l'amministrazione dei casi è sempre più sospetta, non limpida, almeno quanto le provette che dovrebbero inchiodare i colpevoli.
La Wada si limita a "monitorare", è il verbo più usato. Monitorava il "meldonium" da mesi, ma la sostanza circolava da quasi 30 anni, dentro e fuori la borsa nera e nessuno, come ha ammesso il creatore della molecola, il lettone Kalvins, ha mai parlato di dosaggi. Come credere alla loro efficienza? Lo spettacolo del doping è abbastanza degradante e non è soltanto per colpa di chi se ne serve. Ora la Wada "monitora" dei nuotatori cinesi, su cui pare che anche la Fina, la federnuoto internazionale, stia effettuando dei controlli. L'agenzia mondiale anti-doping va a macchia di leopardo, continua a diffondere il messaggio che il doping sia una questione "nazionale", o meglio "governativa", per sottrarsi allo scomodo compito, si può presumere, di doversi impelagare in una caccia al singolo individuo. Possono essere attendibili entrambe le soluzioni, ma una non può automaticamente escludere l'altra. C'è di più. Poco tempo fa, senza clamori, ma clamorosamente, e ben prima del caso Sharapova, il direttore del reparto scientifico della Wada Oliver Rabin ha messo, chissà se involotariamente, una pietra tombale sugli attuali metodi dell'azienda per cui opera: "Il doping? Noi facciamo riferimento a un numero abbastanza consistente di suggerimenti di esperti". Ma chi sono questi esperti? Li chiamano "stakeholders", persone interessate. Ma in che modo interessate? "Conoscono il loro mestiere". Il quadro che emerge è che la Wada si affida a consigli esterni di personaggi per i quali fa fede la loro reputazione, ma sulle cui opinioni esiste, come ha ammesso anche Rabin, sempre il "ragionevole dubbio". Vero o falso sono facce della stessa medaglia. Dipende dal punto di osservazione. Ossia potrebbero essere interessati non soltanto a pulire lo sport ma anche a qualcos'altro? Non viene spiegato. Agghiacciante.
Rimane così il dubbio che il grande inquisitore non sia altro che un'allargata chat all'interno della quale viene deciso, in modo spesso, come è emerso dalle parole di Rabin, "discrezionale", se un farmaco deve o meno entrare nella black list, in quella stanza del peccato che, per contrasto, tiene in piedi la legalità dello sport agonistico a qualunque livello. Non proprio una notizia rassicurante. In più, appare evidente che fra questi esperti possa non esserci concordanza di pareri. Lo dice Rabin. I dubbi non sono dissipati. Anzi. Come a dire che, ascoltando atleti, esperti, medici e scienziati, non è escluso che da domani, per somma di alzate di mano, anche il paracetamolo potrebbe finire tra i principi proibiti. Senza tenere conto che la frontiera del presunto "doping" continua ad allontanarsi, sfuggendo con metodo e sempre più raffinata destrezza, agli eventuali controlli del sistema, il quale deve anche fronteggiare le diverse sensibilità alla questione (fattore ingestibile). Se in un paese si riconosce l'uso, ad esempio, della camera ipobarica e in un altro no, come legiferare? Se le farmacie di un paese vendono le pseudoefedrine e in un altro sono proibite, come legiferare? Esistono una ragione assoluta e un torto marcio assoluto? Può esistere un doping basato sui confini di stato? E inoltre, tanto per dire: se fosse vero che esiste, e fosse già praticato, come probabilmente è, il "brain doping", basato in molti casi sulle "stimolazioni transcraniche", le stesse usate per curare i parkinsoniani e, come si fa già in alcune scuole di recupero nel Regno Unito, i bambini con difficoltà di coordinazione motoria (i "disprassici" per esempio), quale controllo potrebbe certificare l'avvenuta stimolazione e con quale pretesto definirla doping? Per non parlare del doping genetico, quello che ti cambia direttamente il dna. Cosa cercare? Del doping non importa niente a nessuno. O forse fra un po' nessuno ne parlerà più. Sarà un tema tramontato. Monitoreranno il nulla.
La Wada si limita a "monitorare", è il verbo più usato. Monitorava il "meldonium" da mesi, ma la sostanza circolava da quasi 30 anni, dentro e fuori la borsa nera e nessuno, come ha ammesso il creatore della molecola, il lettone Kalvins, ha mai parlato di dosaggi. Come credere alla loro efficienza? Lo spettacolo del doping è abbastanza degradante e non è soltanto per colpa di chi se ne serve. Ora la Wada "monitora" dei nuotatori cinesi, su cui pare che anche la Fina, la federnuoto internazionale, stia effettuando dei controlli. L'agenzia mondiale anti-doping va a macchia di leopardo, continua a diffondere il messaggio che il doping sia una questione "nazionale", o meglio "governativa", per sottrarsi allo scomodo compito, si può presumere, di doversi impelagare in una caccia al singolo individuo. Possono essere attendibili entrambe le soluzioni, ma una non può automaticamente escludere l'altra. C'è di più. Poco tempo fa, senza clamori, ma clamorosamente, e ben prima del caso Sharapova, il direttore del reparto scientifico della Wada Oliver Rabin ha messo, chissà se involotariamente, una pietra tombale sugli attuali metodi dell'azienda per cui opera: "Il doping? Noi facciamo riferimento a un numero abbastanza consistente di suggerimenti di esperti". Ma chi sono questi esperti? Li chiamano "stakeholders", persone interessate. Ma in che modo interessate? "Conoscono il loro mestiere". Il quadro che emerge è che la Wada si affida a consigli esterni di personaggi per i quali fa fede la loro reputazione, ma sulle cui opinioni esiste, come ha ammesso anche Rabin, sempre il "ragionevole dubbio". Vero o falso sono facce della stessa medaglia. Dipende dal punto di osservazione. Ossia potrebbero essere interessati non soltanto a pulire lo sport ma anche a qualcos'altro? Non viene spiegato. Agghiacciante.
Rimane così il dubbio che il grande inquisitore non sia altro che un'allargata chat all'interno della quale viene deciso, in modo spesso, come è emerso dalle parole di Rabin, "discrezionale", se un farmaco deve o meno entrare nella black list, in quella stanza del peccato che, per contrasto, tiene in piedi la legalità dello sport agonistico a qualunque livello. Non proprio una notizia rassicurante. In più, appare evidente che fra questi esperti possa non esserci concordanza di pareri. Lo dice Rabin. I dubbi non sono dissipati. Anzi. Come a dire che, ascoltando atleti, esperti, medici e scienziati, non è escluso che da domani, per somma di alzate di mano, anche il paracetamolo potrebbe finire tra i principi proibiti. Senza tenere conto che la frontiera del presunto "doping" continua ad allontanarsi, sfuggendo con metodo e sempre più raffinata destrezza, agli eventuali controlli del sistema, il quale deve anche fronteggiare le diverse sensibilità alla questione (fattore ingestibile). Se in un paese si riconosce l'uso, ad esempio, della camera ipobarica e in un altro no, come legiferare? Se le farmacie di un paese vendono le pseudoefedrine e in un altro sono proibite, come legiferare? Esistono una ragione assoluta e un torto marcio assoluto? Può esistere un doping basato sui confini di stato? E inoltre, tanto per dire: se fosse vero che esiste, e fosse già praticato, come probabilmente è, il "brain doping", basato in molti casi sulle "stimolazioni transcraniche", le stesse usate per curare i parkinsoniani e, come si fa già in alcune scuole di recupero nel Regno Unito, i bambini con difficoltà di coordinazione motoria (i "disprassici" per esempio), quale controllo potrebbe certificare l'avvenuta stimolazione e con quale pretesto definirla doping? Per non parlare del doping genetico, quello che ti cambia direttamente il dna. Cosa cercare? Del doping non importa niente a nessuno. O forse fra un po' nessuno ne parlerà più. Sarà un tema tramontato. Monitoreranno il nulla.