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Atletica, Schwazer fa pace con gli azzurri. E torna sul doping: "Diabolico, pensi solo a quello"

Domenica il d-day del grande ritorno dell'altoatesino alle marcia dopo la squalifica. Svanite le polemiche, grande cordialità anche con i 'senatori' del gruppo. E sul passato da dimenticare: "Diventi come un drogato: pensi solo alla prossima iniezione e non alle conseguenze"

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ROMA - Domenica sarà il "d-day" dopo quella squalifica infinita durata 1.104 giorni (tre anni e nove mesi: qualcosa come 26.496 ore; 1.589.760 minuti) per la positività alla vigilia dei Giochi di Londra. Per Alex Schwazer, il marciatore azzurro, non sarà una domenica qualunque. Con lo splendido scenario dei Fori Imperiali e delle Terme di Caracalla alle spalle, l'altoatesino è atteso al primo grande esame: la caccia ad un risultato che gli apra le porte della convocazione per i Giochi di Rio. Stando agli ultimi test,  l'atleta non dovrebbe avere problemi: il minimo richiesto per la 50 chilometri è sopra le quattro ore, del tutto alla sua portata. Ma lui ha nelle gambe ritmi da primi cinque al mondo in stagione. E chi lo ha visto marciare di recente, non può che ripetere e ripetersi la domanda che tutti si fanno: come ha fatto  a cadere nella trappola del doping un atleta con quelle qualità e con quel talento? Lui lo ha spiegato in una recente intervista alla Tv svizzera di lingua italiana: "Perché ad un certo punto pensi che il doping sia indispensabile; lo fanno gli altri e allora ti senti uno stupido a non farlo. Così lo fai anche tu. Anzi, pensi solo quello. A farlo. E' un'idea fissa: per partire alla pari con gli altri che si dopano. E' una cosa diabolica. Diventi come un drogato: pensi solo al doping, alla prossima iniezione e non alle conseguenze sia per te che per quelli che ti stanno vicini".

Un vortice irrazionale che ti prende e ti annienta; che ti trasforma in una sorta di Dr Jekyll e Mrs. Hyde. "Una follia. Mi sentivo sdoppiato; un Alex normale e un altro dopato". E, quando la convivenza delle due personalità si fa sempre più difficile, diventa insopportabile: "Mentire ai tuoi amici, ai genitori, alla tua fidanzata, a tutti. Alla fine non ne puoi più. Per questo la positività è venuta come una liberazione". Anche in questo la storia dell'alto atesino può essere un paradigma. Di quello che non si deve fare e di quello che si deve fare per uscire dal tunnel. "L'esperienza mi ha insegnato; ho preso delle belle botte, che mi hanno fatto riflettere. La vita non è solo sport e prestazione: io la pensavo così, adesso non lo penso più".

Niente più ossessione. "Sono uscito dalla depressione; sono uscito da tunnel dei farmaci. Questo il primo risultato. Poi sono tornato ad alto livello atletico. Ma solo dopo aver chiarito tutto con me stesso: la colpa è stata solo mia ed è stato giusto che abbia pagato".  Vita da certosino: strada, allenamenti, marcia e poi ancora allenamenti e strada.  Strethcing puntuale la mattina appena alzato. La bici (sui rulli) per sciogliere le gambe dopo i lunghi chilometri fra il Parco delle Valli e l'altipiano "delle cornacchie" nei pressi di Sambuci, alle porte della capitale. Sempre con il suo mentore a fianco: Sandro Donati, l'uomo che più di ogni altro ha creduto in lui e più di ogni altro in Italia e nel mondo probabilmente ha combattuto contro il doping. Quasi un secondo padre. Per dimostrare che senza doping si può. A patto di avere il talento giusto.

Sono stati mesi lunghissimi. Difficili. Contornati da mille polemiche alimentate da un'atletica provincialotta, ancora divisa fra gli epigoni delle vecchie furberie (dai salti truccati, al doping prima finanziato e poi tollerato per lustri) e il nuovo che cerca immagine dopo gli scandali. Una vicenda in cui il marciatore è diventato, nelle intenzioni dei detrattori, mero strumento per attaccare il suo mentore, chiaramente inviso per le sue scelte di pulizia. Ora il traguardo è lì ad un passo, ma con una nuova consapevolezza: "Rio? Si: è importante, molto importante. Ma non è tutto per me. Era importante provarci; non poteva finire così dopo la squalifica. Ed eccomi qui. I sacrifici? Li dovevo a me stesso. Li ho fatti. Ho pagato. E non poco. Il mio amore per la marcia non è cambiato, però. Ho ancora il piacere di fare fatica". 50 chilometri di sudore aspettano l'azzurro, ma sullo storico rettilineo dei Fori si celebra anche qualcosa di più e di diverso: la resurrezione di un uomo prima ancora che di un atleta. La competizione è stata fortemente voluta dalla Federatletica nostrana che si è prontamente offerta, dopo lo scandalo doping che ha messo fuori causa la Russia, designata in precedenza all'organizzazione: "Perché - ha spiegato il presidente Giomi nella conferenza di presentazione - la marcia da noi ha una tradizione fortissima e dalla prima edizione, nel 1961 a Lugano, l'Italia non è mai mancata a questa manifestazione". Un vero e proprio festival del punta e tacco, dunque, con 57 paesi al via e ben 423 atleti nelle varie categorie. La gara delle donne sarà dedicata ad Anna Rita Sidoti, recentemente scomparsa; mentre una delle competizioni giovanili sarà un "memorial" per Marco Troiani, ex marciatore azzurro di ottima caratura, portato via da poco da un male incurabile.

L'Italia mette in campo due buone formazioni; può ben figurare sia in campo femminile che maschile. Ma gli occhi di tutti saranno su di lui, l'uomo che ha avuto il coraggio di confessare e rinnegare il proprio doping. E' tornato nell'ambiente azzurro nel pomeriggio di venerdì. Le polemiche della vigilia (alcuni azzurri erano contrari alla sua convocazione in nazionale) sono subito evaporate, al sole del Parco dei Medici. "Ha parlato con i compagni - racconta Marco Sicari, capo ufficio stampa della Fidal - è stato accolto con grande cordialità, anche dai "senatori" della formazione azzurra, Vizzoni e Donato". A riprova che gli atleti sanno capire e voltare pagina. "La sua forza mentale e la sua determinazione hanno colpito tutti". Ce n'è voluta davvero tanta per arrivare fin qui.  Auguri.
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