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Schwazer a Rio, Donati: "Grande vittoria, contro di noi un carico d'odio"

Il tecnico della rinascita del marciatore si toglie qualche sassolino dalla scarpa: "Qualcuno si è impegnato perfino per far credere che marciava male, che correva. Contro di lui un cumulo di menzogne. Volevano far credere che i compagni non lo volevano in nazionale e non era vero"
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ROMA - Quasi uno schiaffo in faccia a tutti. Agli  avversari, quelli dominati sugli storici rettilinei di Caracalla. Il secondo, il vicecampione olimpico Tallent relegato a oltre 3 minuti e mezzo . E hai voglia a dire come ha detto l'australiano strabattuto: "Ancora una vittoria di un ex dopato". Parole che sanno di rabbia, astio immotivato e null'altro. Uno schiaffo anche ai detrattori che da quando l'altoatesino ha cominciato il suo cammino di riscatto un anno fa con Sandro Donati al fianco e il suo team, non hanno mai smesso di alimentare polemiche assurde, infondate e (purtroppo) mai sopite. La vittoria di Alex Schwazer al mondiale di marcia romano  rappresenta prima di tutto la favola bella di un persona, di un uomo sul crinale della depressione e del fallimento totale, riportata in vita dallo sport. Lo stesso sport che lo aveva giustamente condannato a tre anni e nove mesi di penitenza. E sottolinea un importante assioma per lo sport del futuro: s…
ROMA - Quasi uno schiaffo in faccia a tutti. Agli  avversari, quelli dominati sugli storici rettilinei di Caracalla. Il secondo, il vicecampione olimpico Tallent relegato a oltre 3 minuti e mezzo . E hai voglia a dire come ha detto l'australiano strabattuto: "Ancora una vittoria di un ex dopato". Parole che sanno di rabbia, astio immotivato e null'altro. Uno schiaffo anche ai detrattori che da quando l'altoatesino ha cominciato il suo cammino di riscatto un anno fa con Sandro Donati al fianco e il suo team, non hanno mai smesso di alimentare polemiche assurde, infondate e (purtroppo) mai sopite. La vittoria di Alex Schwazer al mondiale di marcia romano  rappresenta prima di tutto la favola bella di un persona, di un uomo sul crinale della depressione e del fallimento totale, riportata in vita dallo sport. Lo stesso sport che lo aveva giustamente condannato a tre anni e nove mesi di penitenza. E sottolinea un importante assioma per lo sport del futuro: senza doping si può. Ed è qualcosa che va al di là e al di sopra della schiacciante vittoria, dell'ottimo tempo, della marcia in stile quasi perfetto, della prospettiva medaglia a Rio. Ciò che autorizza il presidente del Coni Malagò, che non ha voluto mancare all'evento, a dire: "E' stata scritta una pagina storica. Tre anni e nove mesi doverosamente allontanato dalle gare (per il doping prima dei Giochi di Londra n.d.r.); osteggiato come non si fa col peggiore nemico; un risultato che ha la certificazione di un certo Donati, dal sempre in prima linea nella lotta al dopig. Non era facile". E non era facile neppure la splendida affermazione di squadra: oro nella competizione mondiale: "La marcia non tradisce mai - ha aggiunto in n. 1 del Foro Italico e adesso deve prevalere il buonsenso sulle polemiche". Sandro Donati cerca di contenere il giusto senso di rivalsa, ma ci riesce a stento. Sono stati giorni intensi e notti senza sonno per lui che ha fatto da cuscinetto alle mille pressioni sull'atleta . "E' stata una bella giornata. Sono contentissimo, ma anche amareggiato: abbiamo dovuto combattere con l'odio di gente che ha scaricato contro di me e contro Alex una violenza inaudita, un tentativo di fermarci, di farci saltare i nervi continuo e questo mi pare sia il lato più brutto. Spero che ora ci sia una riflessione, ma non ci conto". Il risultato di Roma non è solo un acconto del grande potenziale dimostrato prima in allenamento e oggi in gara dall'altoatesino. Secondo i tecnici Schwazer ha nelle gambe il record del mondo dei 50 km (del francese Diniz: 3h 32'33"). E per la facilità con ha disposto degli avversari a Roma l'obbiettivo non sembra utopistico.  Allora la domanda che circola di più nel parterre dello stadio Martellini alle Terme di Caracalla è una sola. Come mai un atleta così dotato (gli ultimi dieci chilometri in assoluta decontrazione guadagnando costantemente) è caduto nella trappola del doping?

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Risponde Donati: "Era caduto talmente in basso con allenamenti così dequalificati che non riusciva più a fare risultati". "Vedevo i russi doparsi, mi dicevano: vieni con noi, prendi la nostra cittadinanza: E non volevo dare loro un vantaggio",  spiega per l'ennesima volta il marciatore. E siccome Donati è abituato a motivare con i fatti le parole spiega: "Il 25 febbraio del 2012 sotto l'influenza del doping aveva percorso 40 chilometri in 3 ore e 17 con una frequenza cardiaca finale di 130 battiti. Oggi con la stessa  frequenza copre la stessa distanza in 3 ore 1' 58". Il significato è chiaro: Il talento deve essere seguito e non lasciato a se stesso. E ancora: il talento ben allenato può competere anche contro il doping diffuso. "Bisogna rifletterci bene su", dice Donati. E sullo Schwazer attuale, all'acqua e sapone testimoniano in molti: ben al di là degli oltre 50 test antidoping fatti in un una sola stagione. Schwazer ha le sue colpe, ma non c'è solo lui.

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"Come si fa a lasciare che un atleta si rintani da solo all'estero un mese prima dei Giochi, quando i segnali per tenerlo sott'occhio e sotto controllo c'erano tutti?". E' un "j'accuse" pesantissimo verso la dirigenza dell'atletica di allora. "Sapevano che andava dal discusso medico Ferrari, ma nessuno è intervenuto. Facile, troppo facile lasciare che gli atleti imbocchino la strada sbagliata e girarsi dall'altra parte". Del resto che prima andasse dall'altrettanto discusso Conconi nessuno, i suoi allenatori di allora in testa, aveva alcunché da ridire. Così contro l'uomo e l'atleta che inseguiva (e a buon motivo) una seconda chance dopo aver pagato l'errore senza il minimo sconto  e nel rispetto di tutte le regole attuali è nata una vera e propria guerra: "Qualcuno si è impegnato perfino per far credere che marciava male, che correva,  quando per gli stessi giudici il suo gesto è considerato esemplare - dice ancora Donati - Contro di lui un cumulo di menzogne. Volevano far credere che i compagni non lo volevano in nazionale e non era vero. Lo hanno accolto con grande familiarità, salvo qualche rada polemica pretestuosa. Volevano far credere che avesse violato chissà quali regole prima della gara romana e si è dimostrato che non era vero: sono stati rispettati alla lettera tutti i regolamenti. Tante persone si sono gratuitamente prestate a fare critiche infondate". Resta il quesito principe.

In definitiva perché si è dopato? "Perché è stato lasciato solo. Perché gli è mancata una persona vicina prima di tutto. Una persona: di questo aveva bisogno per tirare fuori il suo talento". Perché, se la filosofia imperante era quella del risultato ad ogni costo era fin troppo facile e consequenziale sconfinare nella farmacia proibita. Perché lavorare su un talento richiede una competenza e una cura che non sono state per anni il verbo dei tecnici nostrani. Troppo comoda la scorciatoia. Perché anni di equivoci, di medici discussi (Conconi, Ferrari e compagnia) , hanno prodotto il vuoto pneumatico anche nelle coscienze di chi dovrebbe essere osservatore esterno e imparziale.  E alimentato critiche astiose e senza senso. Ma Alex ha avuto una grande fortuna: aver trovato una "persona" come Donati che si è fatto carico di trattarlo come persona. Prima ancora che come pedina da prestazione. Una persona che ha fra mille difficoltà ha saputo mettere in piedi uno staff (dall'ematologo Ronchi, al biochimico D'Ottavio, al tecnico della marcia Debendictis, ecc.) che ora può giustamente celebrare il proprio successo.