ROMA - Il grande controsenso. La decisione dell'Aiba (la federazione internazionale boxe dilettanti) di aprire fin da Rio le Olimpiadi ai pugili professionisti, è destinata a lasciare il segno a livello mediatico, ma non regge a livello tecnico. Iniziamo subito con respingere il paragone, che sicuramente a qualcuno verrà in mente di avanzare, con altri sport. I professionisti del tennis, del ciclismo, del calcio che vanno ai Giochi, hanno solo - giustamente - sconfitto una eterna ipocrisia. Considerare ai nostri giorni le Olimpiadi con lo spirito di De Coubertin è una cosa che si commenta da sola... Ma per il pugilato i fattori sono diversi. La boxe sulle tre riprese e quella dei campioni del professionismo (che si combatte sulle dodici a livello mondiale) sono infatti due sport praticamente diversi. Diversa durata, diversa preparazione, diverse percentuali di rischio, diverso tutto. L'Aiba ha preparato la strada con le Wolrd Series, un ibrido tra regole professionistiche e dilettantistiche che non ha lasciato segni tangibili. Ora però arriva la decisione drastica.
La metafora più usata dagli addetti ai lavori è quella dell'atletica leggera. Può uno che fa i 100 metri essere catapultato sui 10.00 e viceversa? Decisamente no. Ma qui non si tratta di correre, ma di dare e soprattutto prendere cazzotti. Immaginiamo se Wladimir Klitschko, che per dieci anni ha dominato la scena mondiale tra i professionisti, andasse a Rio. Un dilettante, sia pure di buon livello, correrebbe oggettivi rischi al cospetto della potenza dei suoi colpi. E' troppo diversa la filosofia. Il dilettante solitamente va di scherma, colpisce per portare a casa il round: ce lo ha confermato Roberto Cammarelle, alfiere della nostra boxe in canottiera, quando ha confessato di non avere mai cercato il ko nella sua lunghissima carreira. Il professionista è diverso: per lui l'assoluto è la soluzione prima del limite.
Inoltre c'è il problema della grandi federazioni dei professionisti. Nel caos quotidiano dei tanti campioni citiamo Wbc, Wba, Ibf e Wbo. Se uno dei loro campioni scende alla legge dell'Aiba, non esiterebbero a squalificarlo, con tutte le problematiche economiche che ne derivrebbero. Altro esempio. Wladimir Klitschko il 9 luglio combatterà per la rivincità mondiale conbtro Tyson Fury. A Manchester, match dal battage pubblicitario ed economico enorme, sarà probabilmente una battaglia. Quando l'ucraino troverebbe tempo e modo di fare le qualificazioni per Rio? Tanti, troppi dubbi. I Giochi sono vicinissimi, il mondo della boxe deve interrogarsi sulla confusione che regna sovrana.
La pensa così anche Nino Benvenuti, leggenda del pugilato sia a livello dilettantistico (oro a Roma nel 1960) che professionistico (campione del mondo dei superwelter e dei medi): "E' una decisione che non va bene, il dilettantismo è una parte importantissima della boxe, ma è il preludio alla boxe professionistica. Il professionista, per quantità espressa sul ring e maturità psico-fisica, è troppo superiore al dilettante. E' come se io a Roma nel 1960 avessi dovuto combattere contro il grandissimo Sugar Ray Robinson: sarebbe stato un incontro impensabile".
La metafora più usata dagli addetti ai lavori è quella dell'atletica leggera. Può uno che fa i 100 metri essere catapultato sui 10.00 e viceversa? Decisamente no. Ma qui non si tratta di correre, ma di dare e soprattutto prendere cazzotti. Immaginiamo se Wladimir Klitschko, che per dieci anni ha dominato la scena mondiale tra i professionisti, andasse a Rio. Un dilettante, sia pure di buon livello, correrebbe oggettivi rischi al cospetto della potenza dei suoi colpi. E' troppo diversa la filosofia. Il dilettante solitamente va di scherma, colpisce per portare a casa il round: ce lo ha confermato Roberto Cammarelle, alfiere della nostra boxe in canottiera, quando ha confessato di non avere mai cercato il ko nella sua lunghissima carreira. Il professionista è diverso: per lui l'assoluto è la soluzione prima del limite.
Inoltre c'è il problema della grandi federazioni dei professionisti. Nel caos quotidiano dei tanti campioni citiamo Wbc, Wba, Ibf e Wbo. Se uno dei loro campioni scende alla legge dell'Aiba, non esiterebbero a squalificarlo, con tutte le problematiche economiche che ne derivrebbero. Altro esempio. Wladimir Klitschko il 9 luglio combatterà per la rivincità mondiale conbtro Tyson Fury. A Manchester, match dal battage pubblicitario ed economico enorme, sarà probabilmente una battaglia. Quando l'ucraino troverebbe tempo e modo di fare le qualificazioni per Rio? Tanti, troppi dubbi. I Giochi sono vicinissimi, il mondo della boxe deve interrogarsi sulla confusione che regna sovrana.
La pensa così anche Nino Benvenuti, leggenda del pugilato sia a livello dilettantistico (oro a Roma nel 1960) che professionistico (campione del mondo dei superwelter e dei medi): "E' una decisione che non va bene, il dilettantismo è una parte importantissima della boxe, ma è il preludio alla boxe professionistica. Il professionista, per quantità espressa sul ring e maturità psico-fisica, è troppo superiore al dilettante. E' come se io a Roma nel 1960 avessi dovuto combattere contro il grandissimo Sugar Ray Robinson: sarebbe stato un incontro impensabile".