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Doping, la seduzione del male. Due secoli di battaglie senza speranza

Già nel rapporto olimpico di St.Louis (1904) si parlava già della 'utilità' delle droghe. Da allora, forse anche da prima, una infinita evoluzione che sembra non avere fine. E la percezione di un miglioramento della rete dei controlli appare decisamente falsa

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ROMA - Doping, un "amico prezioso". Nel rapporto della maratona olimpica del 1904 a St. Louis si leggeva: "Da un punto di vista medico la maratona ha dimostrato come le droghe possano essere molto utili agli atleti nelle gare di lunga distanza". Etiche fluttuanti, percezioni che cambiano col tempo. Durante quella gara accaddero due fatti straordinari (almeno secondo l'attuale idea di sport). Il vincitore, l'americano Fred Lorz, venne squalificato perché si scoprì che qualcuno lo aveva "trasportato" per quasi 18 chilometri (senza che nessuno se ne fosse accorto...). Il suo connazionale Thomas Hicks andò in crisi acuta mentre era nettamente al comando: il suo allenatore lo soccorse con una siringa. L'atleta reagì e comunque finì secondo. Al termine della competizione il tecnico di Hicks confessò che le iniezioni erano state due e il loro contenuto era un milligrammo di solfato di stricnina. Il doping era sbarcato ufficialmente ai Giochi Olimpici e ufficialmente tutti erano contenti. Non esistevano leggi. E Hicks vinse l'oro.

L'uso di "propellenti" per correre a lungo era già in voga nell'Ottocento. I "pedestrians", i marciatori milionari su cui si scommetteva negli Stati Uniti e in Europa, e che gudagnavano fior di quattrini, ricorrevano al laudano per restare svegli durante le loro performance. E fra i primi ciclisti non mancavano gli arditi che decidevano di affidarsi alla nitroglicerina, per i suoi effetti bronco-dilatatori, anch'essi esplosivi. Nel 1924 la stampa francese portò alla luce l'evidenza: non si può correre il Tour de France senza sostegni chimici. Il vincitore dell'edizione del '23, Henri Pelissier, ammise di aver fatto uso regolare di cocaina e cloroformio.
 
La prestazione è "minata" o "abbellita". Ed è connaturata con il ricorso a prodotti stimolanti o dopanti. Paragonata a quanto accadeva in passato, magari fino agli anni Cinquanta, nel torbido di convenzioni e di regolamenti fragili, l'attuale diffusione del doping sembra niente: per quanto insufficiente, la sorveglianza ha creato uno spartiacque tra il rintracciabile e ciò che mai si troverà, indicando come colpevoli un centinaio di balordi presuntuosi o sprovveduti, i meno protetti dal loro governo sportivo o i protetti malamente. E per questo la sensazione è che di doping ne circoli di meno. Ma è falsa. Quello che girava ai tempi delle corse delle bighe è certo di inestimabili proporzioni, anche perché bisognava "nutrire" sia uomini che cavalli. E non c'era un protocollo di divieti. Ora le soluzioni sono più raffinate, almeno quanto lo sono diventati i divieti. Se non altro, i parametri di controllo e di censura rendono la vita dell'imbroglione un po' più complicata.
 
Si discute anche sull'origine della parola "doping", ossia del sostantivo inglese "dope" e del conseguente verbo "to dope". Nel Settecento in Sudafrica circolava una potente bevanda alcolica chiamata "dop": veniva consumata in alcune danze propiziatorie. Un termine dello slang americano, derivato da una antico infuso olandese ("doop"), descriverebbe la pozione usata dai ladri per stordire le vittime, un composto di alcaloidi. Non era stata ancora fatta una valutazione sui rischi per la salute: Il primo a collegare il doping con i rischi per la salute fu il dottor Robert Goldman: "La maggior parte degli atleti cui ho chiesto se accettassero l'idea di vincere per morire cinque anni prima hanno risposto: sì".
 
La benzedrina fu isolata da Gordon Alles nel 1934, ma di fatto esisteva dal 1887. L'ingresso ufficiale delle anfetamine nello sport si fa coincidere con i Giochi di Berlino del '36, nella letteratura con Kerouac. L'uso più conclamato del prodotto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, quando soltanto le truppe britanniche assunsero 72 milioni di pasticche. Durante la guerra lo sport proseguiva la sua difficile strada. Ma con gli stessi sistemi. E' noto che Coppi abbia usato dell'anfetamina nel '42 per battere il record dell'ora. Gli effetti dell'anfetamina erano a volte spaventosi: "Vedemmo uno dei nostri ragazzi trasformarsi in una bestia feroce e si stava soltanto allenando", raccontarono gli olandesi di un ciclista della loro squadra. Erano i primi anni Cinquanta. Le anfetamine avrebbero ucciso Tommy Simpson sul Ventoux nel '67, una delle prime vittime dirette del contatto col doping massiccio e sistematico.

L'anti-doping era comparso nel 1928, in concomitanza con i Giochi di Amsterdam, per iniziativa della Federazione internazionale di atletica leggera (la Iaaf). Pochi anni dopo vennero identificati, isolati e sintetizzati gli steroidi anabolizzanti, una cura eccezionale per molte malattie croniche e di straordinaria efficacia per "alterare" la prestazione attraverso la crescita della massa muscolare, della forza e della resistenza (grazie a una migliore ossigenazione). L'anti-doping non è mai stato in grado di allinearsi alla ricerca scientifica e farmacologica. Come novant'anni fa, anche oggi l'evoluzione dei sistemi di controllo e la disponibilità economica che li foraggia sono insufficienti e tecnicamente in ritardo per contenere l'espansione della ricerca mondiale che sostiene, indirettamente, il doping. A fronte di 35 milioni a disposizione della Wada, l'agenzia mondiale anti-doping, ci sono 5 o 6 miliardi di ricerca su cui il doping può appoggiarsi (è il caso del doping genetico, del "brain doping" e dei lavori di stimolazione del sistema nervoso). Partita impari, partita persa in partenza, ipocrisia.
 
Comunque la prima apparizione degli steroidi nello sport, che sono spesso associati alla grande e lunga stagione del cosiddetto "doping di stato" del Patto di Varsavia e delle donne-uomo, coincide in realtà con una storia americana: e precisamente con quella del dottor John Ziegler, che nell'ottobre del 1954 sbarcò a Vienna con la squadra americani di sollevamento pesi. Confrontandosi con un collega russo scoprì che i russi assumevano testosterone ma dovevano sopportare alcuni effetti collaterali. Tornato negli Stati Uniti elaborò una sostanza senza effetti collaterali (o almeno così allora si credeva): il methandrostenolone. La Ciba lo avrebbe messo sul mercato nel 1958 come Dianabol. Sono passati quasi 60 anni. Il Dianabol ovviamente non esiste più. Sono spuntati migliaia di altri nomi, si è usato l'ormone della crescita, si fanno cocktail col bilancino dell'orologiaio, tanto l'ora giusta per doparsi la si trova sempre, al Laboratorio Balco l'ineffabile Victor Conte, ex-tastierista jazz, inventò la molecola teoricamente introvabile e per questo la soprannominò "The Clear", il THG, hanno imparato a caricare e scaricare con destrezza per evitare di fallire un test. Ci sono sport letteralmente invasi, dal ciclismo al sollevamento pesi. Alcune discipline non vengono toccate per meri interessi economici e così finisce che l'opinione pubblica sia spinta a immaginarle pulite. Ci sono gare dell'atletica divenute leggendarie con l'appellativo di "gare più dopate della storia": la finale dei 100 metri maschili ai Giochi di Seul '88, guidati da Ben Johnson (forse uno degli ultimi a servirsi del Dianabol), la finale dei 1500 metri femminili ai Giochi di Londra. Ci sono campioni assurti a simbolo del doping che nessun laboratorio ha mai trovato positivi: è il grande paradosso di Lance Armstrong.

L'altro paradosso è che nel 2003 Wade Exum, l'ex direttore del dipartimento di controllo farmacologico del Comitato olimpico americano, ammise che 100 atleti americani vennero dichiarati idonei a competere ma in realtà avevano fallito quasi tutti i test anti-doping. Fra questi c'era anche Carl Lewis. Nel tempo sono spuntate giustificazioni sempre più assurde alle positività: la crema di Borriello (anzi la crema di Belen...), il dentifricio di Bauman, il balsamo erogeno di Merritt, le bistecche di Contador e Schwazer. Alcuni superdopati sono andati in carcere per aver mentito davanti a un tribunale e non per essersi drogati come cavalli da biga. Ci sono paesi in cui una pratica è dopante, altri in cui la stessa pratica è stata sdoganata da anni (è il caso della camera ipobarica). In alcuni mercati, Francia e Norvegia per esempio, la Red Bull è fuorilegge perché tra i suoi ingredienti c'è il glucoronolattone che combinato alla taurina sostengono possa diventare nocivo (soprattutto se non associato ad attività fisica). Altrove si beve più della Coca-Cola. Passano gli anni, anzi i secoli, magari gli oppiacei tradizionali sono andati in pensione, ma per gli sforzi estremi, specie se profumatamente pagati, c'è sempre un estremo rimedio. Nella peggiore delle ipotesi cambi nazione e tutto s'aggiusta, l'inganno diventa lecito. Il trucco funziona ancora perché, di fatto, non c'è mai stata partita. Se vuoi il doping vince. Se non sei stupido il doping vince. Se conosci le regole il doping le aggira. Sta sempre un passo, due passi avanti. E' furbo, cattivo, vincente. E' come un atleta. Guarda in faccia gli avversari e dice: "Io sono più forte di te". E adesso sono arrivate le molecole che ti cambiano direttamente il dna. Cosa dovresti cercare, te stesso?
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