AMSTERDAM - E' la quarantesima medaglia d'oro dell'atletica azzurra in Europa. Libania Grenot conferma il titolo di Zurigo 2014 nei 400. Non bellissima ma efficace. Vince con 50"73, primo oro italiano di questa rassegna. Ci voleva. Il cuore della pantera e le gambe della pantera. Poi anche il sorriso. Ma se ieri avesse corso più tranquilla oggi sarebbe arrivato anche un tempo sotto i 50", che è ciò che la 33enne italo-cubana vale dopo aver migliorato la propria velocità con il record italiano nei 200 (22"56). Non potevano insidiarla più di tanto la francese Guei e la britannica Ohuruogu. Non hanno quella spinta, non hanno nemmeno quella resistenza nel finale, era chiaro che mai sarebbero riuscite a scendere sotto i 51". Si è indurita, Libania, ma solo perché ieri ha forse spinto troppo.
C'era comunque troppa differenza con le altre. L'Italia si muove nel medagliere grazie alla sua stella. L'occasione della vita Matteo Galvan se l'è invece giocata con una complicazione supplementare, non da poco: che lui la finale europea dei 400 in pratica l'aveva già corsa. In semifinale però. Ieri. L'aveva detto, se lo sentiva: "Forse ho accumulato un po' troppo acido lattico". Del resto se in una semifinale europea si corre al limite, eguagliando se stessi e il fresco record italiano (45"12), è possibile che una notte non basti per recuperare tutte le energie, tutto quello che serviva per ripresentarsi attivo e competitivo. I muscoli parlano. Chiedono pietà. L'entusiamo vuol dire tanto. L'adrenalina può curare ferite e assorbire fatiche. Ma questi elementi invisibili possono non bastare. Galvan avrebbe potuto raggiungere il podio. Ma avrebbe dovuto risparmiarsi un po'. La finale dei 400 era facilmente leggibile: tre o quattro favoriti, Rooney, Maslak, Galvan, Borlée. Qualcuno di questi più abituato degli altri a sostenere psicologicamente e fisicamente los stress dei turni. Non Galvan, che già di suo tende a indurirsi negli ultimi centocinquanta metri. Poi gli oustider.
E' andata come era presumibile che andasse: sono finiti davanti quelli che hanno aspettato di più gli eventi, ossia la crisi dei precipitosi. Il tempo non era dei migliori, non faceva caldo, c'era un vento pazzo. Borlée è partito come un matto avendo proprio Galvan come riferimento nella corsia davanti: poco sopra i 21" al passaggio ai 200. Galvan ha spinto sperando in Dio e in se stesso. In settima sembrava gasatissimo l'olandese Bonevacia, istigato dallo stadio. Rooney e Maslak invece hanno preferito agire accorti. Si sono quasi nascosti. Poi sono sfilati via. La finale dei 400 di una grande manifestazione arriva quando sei mediamente cotto. Non puoi sparare tutto all'inizio perché quasi sempre la paghi. Rooney ha cambiato marcia ai 230 metri e non l'hanno più preso. Il ceco Maslak è uscito negli ultimi quaranta bruciando per l'argento sia Bonevacia che Kevin Borlée, uno della dinastia belga, il quale nel frattempo ha pagato l'ardire dei primi metri di gara ed è praticamente scoppiato. Galvan non ha mai detto la sua.
E' rimasto intrappolata tra speranze che non si sono mai concretizzate, in nessun punto della pista, né prima, né durante, né dopo. E ha chiuso ultimo in 45"80. Peccato. Il tempo del britannico vincitore (45"29), per lui secondo oro europeo consecutivo, e soprattutto il tempo dell'olandese Bonevacia terzo (45"41), dimostrano che il podio, al netto dell'acido lattico, non era vaga illusione. Aveva consistenza, era lì. Ma quando le gambe non ci sono più, l'atletica purtroppo diventa un altro sport. Manenti finisce 6° nella finale dei 200 (dove il veterano Churandy Martina aveva doppiato l'oro dei 100 e poi è stato squalificato per invasione di corsia lasciando l'oro allo spagnolo Hortelano) e Benedetti va in finale negli 800. Nell'asta la superstar Lavillenie fa una di quelle cose che un campione non dovrebbe fare: entra a gara (degli altri) finita. Ma con il vento in faccia sbaglia tre volte a 5,75 e chiude senza misura. Succede, rischiava così anche la Isinbaeva.
C'era comunque troppa differenza con le altre. L'Italia si muove nel medagliere grazie alla sua stella. L'occasione della vita Matteo Galvan se l'è invece giocata con una complicazione supplementare, non da poco: che lui la finale europea dei 400 in pratica l'aveva già corsa. In semifinale però. Ieri. L'aveva detto, se lo sentiva: "Forse ho accumulato un po' troppo acido lattico". Del resto se in una semifinale europea si corre al limite, eguagliando se stessi e il fresco record italiano (45"12), è possibile che una notte non basti per recuperare tutte le energie, tutto quello che serviva per ripresentarsi attivo e competitivo. I muscoli parlano. Chiedono pietà. L'entusiamo vuol dire tanto. L'adrenalina può curare ferite e assorbire fatiche. Ma questi elementi invisibili possono non bastare. Galvan avrebbe potuto raggiungere il podio. Ma avrebbe dovuto risparmiarsi un po'. La finale dei 400 era facilmente leggibile: tre o quattro favoriti, Rooney, Maslak, Galvan, Borlée. Qualcuno di questi più abituato degli altri a sostenere psicologicamente e fisicamente los stress dei turni. Non Galvan, che già di suo tende a indurirsi negli ultimi centocinquanta metri. Poi gli oustider.
E' andata come era presumibile che andasse: sono finiti davanti quelli che hanno aspettato di più gli eventi, ossia la crisi dei precipitosi. Il tempo non era dei migliori, non faceva caldo, c'era un vento pazzo. Borlée è partito come un matto avendo proprio Galvan come riferimento nella corsia davanti: poco sopra i 21" al passaggio ai 200. Galvan ha spinto sperando in Dio e in se stesso. In settima sembrava gasatissimo l'olandese Bonevacia, istigato dallo stadio. Rooney e Maslak invece hanno preferito agire accorti. Si sono quasi nascosti. Poi sono sfilati via. La finale dei 400 di una grande manifestazione arriva quando sei mediamente cotto. Non puoi sparare tutto all'inizio perché quasi sempre la paghi. Rooney ha cambiato marcia ai 230 metri e non l'hanno più preso. Il ceco Maslak è uscito negli ultimi quaranta bruciando per l'argento sia Bonevacia che Kevin Borlée, uno della dinastia belga, il quale nel frattempo ha pagato l'ardire dei primi metri di gara ed è praticamente scoppiato. Galvan non ha mai detto la sua.
E' rimasto intrappolata tra speranze che non si sono mai concretizzate, in nessun punto della pista, né prima, né durante, né dopo. E ha chiuso ultimo in 45"80. Peccato. Il tempo del britannico vincitore (45"29), per lui secondo oro europeo consecutivo, e soprattutto il tempo dell'olandese Bonevacia terzo (45"41), dimostrano che il podio, al netto dell'acido lattico, non era vaga illusione. Aveva consistenza, era lì. Ma quando le gambe non ci sono più, l'atletica purtroppo diventa un altro sport. Manenti finisce 6° nella finale dei 200 (dove il veterano Churandy Martina aveva doppiato l'oro dei 100 e poi è stato squalificato per invasione di corsia lasciando l'oro allo spagnolo Hortelano) e Benedetti va in finale negli 800. Nell'asta la superstar Lavillenie fa una di quelle cose che un campione non dovrebbe fare: entra a gara (degli altri) finita. Ma con il vento in faccia sbaglia tre volte a 5,75 e chiude senza misura. Succede, rischiava così anche la Isinbaeva.