ROMA - "Voglio far emergere la verità, e lotterò finché ci riuscirò". Sandro Donati non è uomo che si arrende o si rassegna, che s'intimidisce o s'impaurisce, che subisce o svanisce. E' vero: il tecnico dello "scandaloso" Alex Schwazer ha detto "no, grazie" a festival di sport e scienza, di sport e letteratura, di sport e giornalismo, ma ha detto "sì, dai" all'incontro, oggi, con gli studenti romani di una seconda media dell'istituto comprensivo che - ironia del caso - ha il suo stesso cognome. Complice, la festa "W la bici" organizzata dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza nella Casa del Parco alla Pineta Sacchetti, a Roma, con il sostegno delle Biblioteche di Roma e della Manifattura Valcismon. Per spiegare, descrivere, raccontare. "I giovani - ha confidato Donati - sono più pronti e hanno meno pregiudizi, e possono ancora prendere la strada giusta".
Sandro Donati - e Eugenio Capodacqua di "Repubblica" a intervistarlo - l'ha presa alla lontana. La folgorazione: "Avevo 11 o 12 anni quando vidi una corsa in paese e tentai di inseguire gli atleti, almeno per un pezzetto, ma invano". La seduzione: "A Nettuno, durante una colonia estiva in una scuola di polizia, i militari si allenavano correndo, e mai avrei immaginato che quella curiosità sarebbe diventata la mia professione". La scelta: "Il liceo, la maturità, gli studi in scienze economiche, e invece la Scuola dello sport, diventai maestro di sport ed ebbi il privilegio di entrare subito nelle squadre nazionali giovanili". La fortuna: "Viaggiare, conoscere, apprendere, ereditare esperienze, dedicarmi alla ricerca e alla sperimentazione in tutti gli sport, dal ciclismo al canottaggio, dalla scherma al fondo". L'emozione: "Il giorno in cui Carlo Vittori mi affidò Pietro Mennea, anche se per un solo allenamento". Fino a quel convegno in cui incrociò Francesco Conconi: "Cercava collaborazione, invece per me fu una drammatica rivelazione. Il doping esisteva, appoggiato dalla Federazione e dal Coni".
Sono stati i ragazzi a chiedergli di Schwazer. E Donati ha ripercorso la storia, da Londra 2012 a Rio 2016, giorno dopo giorno, i dubbi che si trasformavano prima in speranze e poi in certezze, fino a quando Donati fu costretto a porsi una domanda pesantissima: "Perché un atleta così forte è ricorso al doping?". E Donati così si rispose: "Se gli allenamenti sbagliati avevano spinto Schwazer a crisi e depressioni, gli allenamenti giusti gli avevano restituito fiducia e serenità". Poi il secondo caso di positività, secondo la giustizia sportiva, e invece la manipolazione di una provetta, secondo Donati: "Quella fu una bomba caricata a orologeria". Che il tecnico sta ancora, anzi, sempre cercando di chiarire e risolvere. Faticosamente, dolorosamente, appassionatamente. "Alex, distrutto, mi domandò: 'Prof, perché mi hanno fatto questo?'. Gli risposi, consapevole: 'Perché ci hanno fatto questo?'. Per la loro ipocrisia e incapacità, per la mia volontà di demolire il mercato dei farmaci. Per i loro silenzi e coperture, per la mia critica al sistema sportivo". E per la sua fede rivoluzionaria: "Un atleta di talento, adeguatamente allenato, può battere chi si dopa. Schwazer, ai Giochi di Rio, senza alcun bisogno o necessità di doparsi, avrebbe stravinto". Dei 34 studenti, c'è chi gioca a calcio o a tennis, chi nuota e chi fa pallavolo, tutti hanno la bici ma nessuno la usa per andare a scuola. "Lo sport - dice Donati - è divertimento, vicinanza, amicizia. Lo sport si fa con le proprie forze e con i propri limiti. Lo sport è migliorarsi senza cedere a tentazioni o scorciatoie". Campanella.
Sandro Donati - e Eugenio Capodacqua di "Repubblica" a intervistarlo - l'ha presa alla lontana. La folgorazione: "Avevo 11 o 12 anni quando vidi una corsa in paese e tentai di inseguire gli atleti, almeno per un pezzetto, ma invano". La seduzione: "A Nettuno, durante una colonia estiva in una scuola di polizia, i militari si allenavano correndo, e mai avrei immaginato che quella curiosità sarebbe diventata la mia professione". La scelta: "Il liceo, la maturità, gli studi in scienze economiche, e invece la Scuola dello sport, diventai maestro di sport ed ebbi il privilegio di entrare subito nelle squadre nazionali giovanili". La fortuna: "Viaggiare, conoscere, apprendere, ereditare esperienze, dedicarmi alla ricerca e alla sperimentazione in tutti gli sport, dal ciclismo al canottaggio, dalla scherma al fondo". L'emozione: "Il giorno in cui Carlo Vittori mi affidò Pietro Mennea, anche se per un solo allenamento". Fino a quel convegno in cui incrociò Francesco Conconi: "Cercava collaborazione, invece per me fu una drammatica rivelazione. Il doping esisteva, appoggiato dalla Federazione e dal Coni".
Sono stati i ragazzi a chiedergli di Schwazer. E Donati ha ripercorso la storia, da Londra 2012 a Rio 2016, giorno dopo giorno, i dubbi che si trasformavano prima in speranze e poi in certezze, fino a quando Donati fu costretto a porsi una domanda pesantissima: "Perché un atleta così forte è ricorso al doping?". E Donati così si rispose: "Se gli allenamenti sbagliati avevano spinto Schwazer a crisi e depressioni, gli allenamenti giusti gli avevano restituito fiducia e serenità". Poi il secondo caso di positività, secondo la giustizia sportiva, e invece la manipolazione di una provetta, secondo Donati: "Quella fu una bomba caricata a orologeria". Che il tecnico sta ancora, anzi, sempre cercando di chiarire e risolvere. Faticosamente, dolorosamente, appassionatamente. "Alex, distrutto, mi domandò: 'Prof, perché mi hanno fatto questo?'. Gli risposi, consapevole: 'Perché ci hanno fatto questo?'. Per la loro ipocrisia e incapacità, per la mia volontà di demolire il mercato dei farmaci. Per i loro silenzi e coperture, per la mia critica al sistema sportivo". E per la sua fede rivoluzionaria: "Un atleta di talento, adeguatamente allenato, può battere chi si dopa. Schwazer, ai Giochi di Rio, senza alcun bisogno o necessità di doparsi, avrebbe stravinto". Dei 34 studenti, c'è chi gioca a calcio o a tennis, chi nuota e chi fa pallavolo, tutti hanno la bici ma nessuno la usa per andare a scuola. "Lo sport - dice Donati - è divertimento, vicinanza, amicizia. Lo sport si fa con le proprie forze e con i propri limiti. Lo sport è migliorarsi senza cedere a tentazioni o scorciatoie". Campanella.