Donati: "Lotterò e farò emergere la verità su Schwazer"
di MARCO PASTONESIIl grande allenatore, nel corso dell'evento organizzato da "W la bici", Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza, torna sul controverso caso del marciatore altoatesino: "Vittima di ipocrisia e incapacità, colpita la mia volontà di demolire il mercato dei farmaci"
ROMA - "Voglio far emergere la verità, e lotterò finché ci riuscirò". Sandro Donati non è uomo che si arrende o si rassegna, che s'intimidisce o s'impaurisce, che subisce o svanisce. E' vero: il tecnico dello "scandaloso" Alex Schwazer ha detto "no, grazie" a festival di sport e scienza, di sport e letteratura, di sport e giornalismo, ma ha detto "sì, dai" all'incontro, oggi, con gli studenti romani di una seconda media dell'istituto comprensivo che - ironia del caso - ha il suo stesso cognome. Complice, la festa "W la bici" organizzata dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza nella Casa del Parco alla Pineta Sacchetti, a Roma, con il sostegno delle Biblioteche di Roma e della Manifattura Valcismon. Per spiegare, descrivere, raccontare. "I giovani - ha confidato Donati - sono più pronti e hanno meno pregiudizi, e possono ancora prendere la strada giusta"…
ROMA - "Voglio far emergere la verità, e lotterò finché ci riuscirò". Sandro Donati non è uomo che si arrende o si rassegna, che s'intimidisce o s'impaurisce, che subisce o svanisce. E' vero: il tecnico dello "scandaloso" Alex Schwazer ha detto "no, grazie" a festival di sport e scienza, di sport e letteratura, di sport e giornalismo, ma ha detto "sì, dai" all'incontro, oggi, con gli studenti romani di una seconda media dell'istituto comprensivo che - ironia del caso - ha il suo stesso cognome. Complice, la festa "W la bici" organizzata dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza nella Casa del Parco alla Pineta Sacchetti, a Roma, con il sostegno delle Biblioteche di Roma e della Manifattura Valcismon. Per spiegare, descrivere, raccontare. "I giovani - ha confidato Donati - sono più pronti e hanno meno pregiudizi, e possono ancora prendere la strada giusta".
Sandro Donati - e Eugenio Capodacqua di "Repubblica" a intervistarlo - l'ha presa alla lontana. La folgorazione: "Avevo 11 o 12 anni quando vidi una corsa in paese e tentai di inseguire gli atleti, almeno per un pezzetto, ma invano". La seduzione: "A Nettuno, durante una colonia estiva in una scuola di polizia, i militari si allenavano correndo, e mai avrei immaginato che quella curiosità sarebbe diventata la mia professione". La scelta: "Il liceo, la maturità, gli studi in scienze economiche, e invece la Scuola dello sport, diventai maestro di sport ed ebbi il privilegio di entrare subito nelle squadre nazionali giovanili". La fortuna: "Viaggiare, conoscere, apprendere, ereditare esperienze, dedicarmi alla ricerca e alla sperimentazione in tutti gli sport, dal ciclismo al canottaggio, dalla scherma al fondo". L'emozione: "Il giorno in cui Carlo Vittori mi affidò Pietro Mennea, anche se per un solo allenamento". Fino a quel convegno in cui incrociò Francesco Conconi: "Cercava collaborazione, invece per me fu una drammatica rivelazione. Il doping esisteva, appoggiato dalla Federazione e dal Coni".
Sono stati i ragazzi a chiedergli di Schwazer. E Donati ha ripercorso la storia, da Londra 2012 a Rio 2016, giorno dopo giorno, i dubbi che si trasformavano prima in speranze e poi in certezze, fino a quando Donati fu costretto a porsi una domanda pesantissima: "Perché un atleta così forte è ricorso al doping?". E Donati così si rispose: "Se gli allenamenti sbagliati avevano spinto Schwazer a crisi e depressioni, gli allenamenti giusti gli avevano restituito fiducia e serenità". Poi il secondo caso di positività, secondo la giustizia sportiva, e invece la manipolazione di una provetta, secondo Donati: "Quella fu una bomba caricata a orologeria". Che il tecnico sta ancora, anzi, sempre cercando di chiarire e risolvere. Faticosamente, dolorosamente, appassionatamente. "Alex, distrutto, mi domandò: 'Prof, perché mi hanno fatto questo?'. Gli risposi, consapevole: 'Perché ci hanno fatto questo?'. Per la loro ipocrisia e incapacità, per la mia volontà di demolire il mercato dei farmaci. Per i loro silenzi e coperture, per la mia critica al sistema sportivo". E per la sua fede rivoluzionaria: "Un atleta di talento, adeguatamente allenato, può battere chi si dopa. Schwazer, ai Giochi di Rio, senza alcun bisogno o necessità di doparsi, avrebbe stravinto". Dei 34 studenti, c'è chi gioca a calcio o a tennis, chi nuota e chi fa pallavolo, tutti hanno la bici ma nessuno la usa per andare a scuola. "Lo sport - dice Donati - è divertimento, vicinanza, amicizia. Lo sport si fa con le proprie forze e con i propri limiti. Lo sport è migliorarsi senza cedere a tentazioni o scorciatoie". Campanella.
Sandro Donati - e Eugenio Capodacqua di "Repubblica" a intervistarlo - l'ha presa alla lontana. La folgorazione: "Avevo 11 o 12 anni quando vidi una corsa in paese e tentai di inseguire gli atleti, almeno per un pezzetto, ma invano". La seduzione: "A Nettuno, durante una colonia estiva in una scuola di polizia, i militari si allenavano correndo, e mai avrei immaginato che quella curiosità sarebbe diventata la mia professione". La scelta: "Il liceo, la maturità, gli studi in scienze economiche, e invece la Scuola dello sport, diventai maestro di sport ed ebbi il privilegio di entrare subito nelle squadre nazionali giovanili". La fortuna: "Viaggiare, conoscere, apprendere, ereditare esperienze, dedicarmi alla ricerca e alla sperimentazione in tutti gli sport, dal ciclismo al canottaggio, dalla scherma al fondo". L'emozione: "Il giorno in cui Carlo Vittori mi affidò Pietro Mennea, anche se per un solo allenamento". Fino a quel convegno in cui incrociò Francesco Conconi: "Cercava collaborazione, invece per me fu una drammatica rivelazione. Il doping esisteva, appoggiato dalla Federazione e dal Coni".
Sono stati i ragazzi a chiedergli di Schwazer. E Donati ha ripercorso la storia, da Londra 2012 a Rio 2016, giorno dopo giorno, i dubbi che si trasformavano prima in speranze e poi in certezze, fino a quando Donati fu costretto a porsi una domanda pesantissima: "Perché un atleta così forte è ricorso al doping?". E Donati così si rispose: "Se gli allenamenti sbagliati avevano spinto Schwazer a crisi e depressioni, gli allenamenti giusti gli avevano restituito fiducia e serenità". Poi il secondo caso di positività, secondo la giustizia sportiva, e invece la manipolazione di una provetta, secondo Donati: "Quella fu una bomba caricata a orologeria". Che il tecnico sta ancora, anzi, sempre cercando di chiarire e risolvere. Faticosamente, dolorosamente, appassionatamente. "Alex, distrutto, mi domandò: 'Prof, perché mi hanno fatto questo?'. Gli risposi, consapevole: 'Perché ci hanno fatto questo?'. Per la loro ipocrisia e incapacità, per la mia volontà di demolire il mercato dei farmaci. Per i loro silenzi e coperture, per la mia critica al sistema sportivo". E per la sua fede rivoluzionaria: "Un atleta di talento, adeguatamente allenato, può battere chi si dopa. Schwazer, ai Giochi di Rio, senza alcun bisogno o necessità di doparsi, avrebbe stravinto". Dei 34 studenti, c'è chi gioca a calcio o a tennis, chi nuota e chi fa pallavolo, tutti hanno la bici ma nessuno la usa per andare a scuola. "Lo sport - dice Donati - è divertimento, vicinanza, amicizia. Lo sport si fa con le proprie forze e con i propri limiti. Lo sport è migliorarsi senza cedere a tentazioni o scorciatoie". Campanella.