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Honda-Yamaha, la sfida è all'ultima meta

Ha stravinto Yamaha e adesso Honda è nei guai. A poche ore dalla gara di MotoGp, i due colossi giapponesi si sono affrontati in una sfida di rugby altrettanto sentita da queste parti

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MOTEGI -  Ha stravinto Yamaha, era tutto previsto. E adesso Honda è nei guai. A poche ore dalla gara di MotoGp, i due colossi giapponesi si sono affrontati in una sfida sportiva altrettanto sentita da queste parti, dove l'azienda è molto più di una famiglia e chi la rappresenta mette davvero in gioco l'onore suo e di tutti i colleghi. Naturalmente c'erano di mezzo degli ingeneri, ma niente motori. Rugby. Roba seria, perché il Giappone con la palla ovale ci gioca da più di un secolo (molto prima dell'Italia), ma negli ultimi anni ha fatto straordinari progressi e ai mondiali inglesi i Cherry Blossom hanno messo sotto pure il Sudafrica, facendo impazzire un paese intero.

Fra 3 anni ospiteranno la Coppa del mondo, e intanto sono dodicesimi nel ranking davanti agli azzurri, battuti nell'ultimo confronto diretto a Tokio 2 anni fa. Chiedete a John Kirwan, che dopo aver lasciato la guida della Nazionale era passato a quella dei Fiori di Ciliegio: "I giapponesi hanno una lunga tradizione di rugby no side: senza ruoli precisi, molto spettacolare. Adesso però si sono strutturati, anche fisicamente. Hanno una organizzazione straordinaria, una dedizione incredibile. Si sono innamorati di questo sport, vogliono diventare Grandi: ci stanno riuscendo". Una franchigia che partecipa al super torneo dei migliori club dell'emisfero sud, 110.000 tesserati. E la Japan Top League: campionato ricco, stadi pieni e dirette televisive, marketing impressionante, squadre farcite da fuoriclasse del Pacifico venuti a fare cassa ma poi piacevolmente sorpresi dal livello tecnico locale. Lo strano è che molte formazioni fanno capo alle più grandi aziende: Yamaha, Honda, Toyota. Che non sono sponsor, ma proprietarie. Anche del campo dove si gioca. E gli atleti, a parte gli stranieri, sono dipendenti: magari molto più pagati dei loro colleghi, ma formalmente tenuti a rientrare in ufficio dopo gli allenamenti e le partite, anche perché qui ci sono solo 10 giorni di ferie l'anno.

 Alla viglia della battaglia di Motegi, prima di Valentino e Marquez, Lorenzo e Aoyama (che per Honda ha preso il posto dell'infortunato Pedrosa), se le sono date di santa ragione allo Yamaha Stadium di Iwata. Una struttura costruita dalla Yamaha Motor company nel 1993, a poca distanza dai laboratori della R1 del Dottore. Con una particolarità, che dicono sia il segreto di tante vittorie: a differenza di tutti gli altri stadi giapponesi, le tribune sono direttamente a ridosso del terreno, niente pista d'atletica. C'erano 15.000 spettatori, e i "colleghi" del Dottore -   tutti ufficialmente impiegati o dirigenti (risorse umane, promozione, ricerca) - hanno segnato 7 mete a 3, vincendo 47-25. Adesso i "Jubilo" sono davanti con 6 vittorie in 6 incontri. Quelli della Honda, poveretti, dall'inizio della stagione hanno sempre perso. Ieri al fischio finale avevano certe facce da funerale. Dicono che per fare tornare il sorriso ai vertici della multinazionale di Tokio, bisogna assolutamente che Marquez vinca. Ad Iwata fanno gli scongiuri, e scommettono sul Dottore.
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