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Nuoto, le tre vite di Ervin: rock e droga in mezzo a due ori olimpici

A 35 anni ha vissuto due o tre vite, ha vinto a Sydney prima di lasciare lo sport e dedicarsi ad altro infilandosi nel tunnel di alcool e sostanze stupefacenti. La rinascita a Rio dove è arrivato un altro titolo a cinque cerchi

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GENOVA - Anthony Lee Ervin non ha il fisico del nuotatore. E neppure l'indole dello sportivo. Piuttosto l'espressione di un uomo che a 35 anni ha vissuto due o tre vite. Anche se lui ora preferisce parlare, coerente con la filosofia zen e la religione buddista che pratica, di "tappe diverse di un unico viaggio, un solo percorso fatto di momenti alti e momenti bassi". Quelli più alti sono le due medaglie d'oro olimpiche individuali nei 50 stile libero di nuoto, Sydney 2000 e Rio 2016. Quelli bassi, soprattutto, droga. L'atleta di origini afroamericane nato in una famiglia ebrea in questi giorni è a Genova per il 43esimo trofeo 'Nico Sapio', manifestazione che ogni anno porta in Liguria tanti pezzi grossi della vasca italiani (presenti i campioni tricolori Paltrinieri e Detti) e stranieri. Due anni fa toccò a Lochte, ora all'uomo che a 19 anni, dopo aver vinto l'oro, decise di abbandonare lo sport per darsi alla musica rock. Poi a lavori come tatuatore, o nei negozi di dischi, insieme a un uso spericolato di sostanze stupefacenti e alcool, come raccontato in un'autobiografia esplosiva. Impossibile pensare a un altro oro a 35 anni, in Brasile, e invece Ervin ce l'ha fatta. E in una mezz'ora filosofeggiante nell'hotel genovese in cui dorme prima di gareggiare al Nico Sapio ammette che in effetti sì, qualcosina in tutti questi anni in lui è cambiato.
 
Anthony Ervin, si possono paragonare Sydney e Rio?
"Esperienze troppo diverse. Da bambino per me un campione olimpico era quello che da una scintilla faceva scoppiare la fiamma, non immaginavo ciò che doveva essere. Poi successe tutto troppo velocemente: campione a 19 anni, prima di andare a Sydney non avevo neanche il passaporto, mai stato fuori dagli Stati Uniti. Tutti noi sogniamo di diventare eroi olimpico ma non pensiamo a cosa significhi esserlo davvero". Perché mollò tutto?
"Nel 2003 andai ai mondiali di Barcellona da campione olimpico in carica. Non arrivai nemmeno in semifinale. Avevo bisogno di stare per conto mio, di conoscere, di esplorare. Il fatto è che quando fai parte di una squadra olimpica è un po' come se fossi in un esercito, è molto organizzato, ti senti quasi dentro un processo industriale. Io non avevo voglia di essere continuamente esaminato, avevo capito quello di cui avevo bisogno e non mi interessava il pensiero degli altri".
Poi la sua vita ha preso una brutta piega...
"Sì, ho fatto molte cose... ma nel frattempo ho imparato a riconoscere il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Così come trasformare il dolore in energia positiva. Ho dato e ricevuto molto dolore, ma quando sei troppo giovane non sai nemmeno qual è la tua vera identità. Però in quel periodo diciamo che ho 'provato' la lealtà della mia famiglia, dei miei amici. Erano molto delusi per la mia scelta di lasciare, ma sono rimasti fino a quando ho deciso che era il momento di tornare a casa".
Però nel 2004 fa un gesto di grande altruismo: mette all'asta su Ebay la medaglia d'oro vinta a Sydney per le vittime dello tsunami nel sud-est asiatico. Farà qualcosa di simile con quelle di Rio?
"Le due medaglie brasiliane (oltre ai 50 stile libero la 4x100) sono a casa, le sta conservando mia nonna... mentre so chi ha comprato su Ebay quella di Sydney. Allora non volli saperlo ma dopo molti anni mi contattò il compratore. Comunque non so cosa farò con i due ori. Ogni cosa è temporanea, anche la vittoria. Come una rosa: quando uno la riceve è bellissima, è quello il momento migliore, ma poi il tempo passa e la rosa appassisce".
Come è stato il ritorno allo sport?
"Ho cominciato ad apprezzare quel che prima non riuscivo a capire, essere parte di qualcosa più grande di me. Negli ultimi due anni ho cercato di essere il leader di cui credo gli altri abbiano bisogno, e che solo il tempo può permetterti di essere. Questo è il mio nuovo ruolo. Prima di Rio non puntavo al podio, volevo solo tornare a casa". Che ne pensa della brutta avventura di Lochte a Rio? Lei in quanto a bravate...
"La mia storia è diversa, il mio era un desiderio di autonomia, la voglia di non essere controllato. Comunque quando una celebrità sbaglia tutti noi possiamo imparare qualcosa dal suo errore".
Da cittadino americano: Hillary Clinton o Donald Trump?
"Hillary senza dubbio. Credo nel progresso, anche se in un certo senso platonico mi piacciono le idee repubblicane. Ma è il momento che una donna guidi gli Stati Uniti, in più secondo me ha tutta l'esperienza necessaria. Su Donald Trump... in alcuni suoi aspetti potrei riconoscere me stesso e molti dei miei amici, e non è proprio il tipo di persona che vorrei come presidente degli Stati Uniti".
La vedremo fra quattro anni a Tokio?
"Arrivarci sarà molto dura. È sicuramente più facile salire al top che rimanerci".
La sua autobiografia non verrà tradotta in italiano...
"Meglio che i bambini non la leggano".
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