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Pugilato, Foreman divide gli Usa: "Voto Trump, se vince ci divertiremo"

George Foreman 
L'ex leggenda dei pesi massimi, avversario storico di Alì, prende posizione a favore del discusso candidato repubblicano. Da Messico 1968 passando per Kinshasa, una vita che ha sempre fatto discutere l'opinione pubblica
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"Spero che Donald Trump sia il prossimo presidente degli Stati Uniti, sarebbe divertente per quattro anni". In un'intervista al Daily Telegraph, George Foreman prende posizione sulla volata finale verso la Casa Bianca. Ed è l'ennesima circostanza in cui una delle massime leggende del pugilato divide l'America. Lo fa con quella sicurezza in se stesso che lo ha accompagnato quasi sempre nelle tante avventure della sua vita. L'unico in grado di scrivere quel 'quasi' fu Muhammad Alì, che minò le certezze di big George in quella epopea di boxe, spaccato sociale, cinematografico e musicale che fu la sfida mondiale dei massimi di Kinshasa, nell'allora Zaire, la celebratissima 'Rumble in the Jungle'. Alì mandò Foreman al tappeto e nel contempo lo introdusse in un tunnel di dubbi dal quale uscì con difficoltà. Per tutto il resto però, Foreman è sempre stato forma e sostanza. La forma di un signore dai modi gentili, dall'aspetto pacioso e dalla voce rassicurante, la sostanza di uno che aveva pugni d'acciaio, assassini al punto da trattare come un fuscello (sbattendolo sette volte al tappeto) un tipetto come Joe Frazier.

Foreman sul ring, Foreman alle prese con i temi caldi della società. Giuste o sbagliate che siano, sono le sue opinioni e le espone sempre senza tirarsi indietro. Questo sin dalle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Il mondo guarda a Tommy Smith e John Carlos che alzano il pugno avvolto in un guanto nero in segno di protesta contro la discriminazione razziale. Il terzo uomo sul podio è un bianco australiano, si chiama Peter Norman, sposa la causa dei suoi fratelli neri e così facendo sacrifica la sua vita civile in patria. Quello stesso mondo magari si aspetterebbe qualcosa di simile da un gigante texano che sta dominando il torneo di pugilato nei pesi massimi. Fa male Foreman, tanto che la leggenda vuole che in semifinale l'italiano Giorgio Bambini, messo a dura prova dai suoi colpi, si rifiuti di continuare perché 'sennò quello mi ammazza'. Vince l'oro contro il sovietico Cepulis (un lituano), sembra quasi non volere infierire per ko perché ''La mamma guarda la tv e non vuole che faccia male al prosssimo...". Niente Smith e Carlos però, niente guanto nero: Foreman prende la bandiera americana e la sventola come un bambino felice. I neri non gradiscono, paradossalmente Foreman piace molto di più alla borghesia bianca. E, più avanti, non piace neanche ai neri africani: quel pastore tedesco che porta al guinzaglio a Kinshasa al popolo della Zaire ricorda tanto l'oppressione sanguinosa belga ai tempi di re Leopoldo. Gli zairesi ne prendono atto: lui è il nemico, tifano tutto per Muhammad Alì.

''Non ho mai avuto interesse per la carriera politica -spiega Foreman nell'intervista -, ma Donald Trump è stato un amico, non solo per me, ma anche per la boxe''. Non fa una piega l'equazione: Trump è uomo di potere a Las Vegas, città che da parecchi anni la boxe più ricca ha eletto a propria patria. "Mi ricordo mia madre e mia zia preoccupate che Kennedy battesse Nixon. Kennedy ha vinto, ma alla fine non è successo niente". Quasi a voler tranquillizzare sui timori per una eventuale vittoria di Trump. "Per me è una gioia votare, mi piace dare il voto, sostenere il mio candidato". 

La sensazione è che Foreman veda in Trump una parte di se stesso, l'uomo a cui l'America dà sempre una chance. Del resto Foreman dopo i tanti guadagni con il pugilato, di quattrini ne ha fatti tantissimi vendendo griglie. Un volto rassicurante davanti alla tv, ma anche nelle chiese. Ma persino nella professione di fede è uno che divide: fa il predicatore, una scelta dovuta ad una apparizione mistica -come lui stesso racconta-, dopo l'incontro perso contro Jimmy Young. I dottori, scientificamente, parlarono però di una crisi di disidratazione. "La vita è divertente. Sono un predicatore, sono un evangelista, un venditore di griglie. La mia prossima missione è quella di vendere 'The George Foreman Shoe', il metodo che darà l'input alla gente della mia età ad alzarsi e camminare. Non va bene avere soldi in banca e una bella casa e auto se non si cammina. Ho intenzione di vendere l'arte del camminare". Chissà se quando lo farà il presidente degli Stati Uniti sarà il suo amico Donald Trump.

 
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