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Caso Schwazer, le provette restano a Colonia: "Iaaf e Wada hanno fatto di tutto per bloccare l'iter"

Elusa la richiesta del Gip di Bolzano, che ne chiedeva la consegna per il decisivo test sul Dna. Duro il commento del legale del marciatore, l'avvocato Brandstaetter

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ROMA - Alla fine le provette non sono partite da Colonia. Il laboratorio antidoping non ha consegnato, come richiesto dal Gip di Bolzano i test di Alex Schwazer, relativi alla discussa positività del 1° gennaio 2016,  che gli è costata l'esclusione dalle Olimpiadi di Rio e la squalifica per 8 anni. Avrebbero dovuto essere portate al laboratorio del Ris di Parma (Carabinieri) per un test sul Dna decisivo. Ma, secondo i difensori del marciatore azzurro, la federazione internazionale si sta opponendo con tutti i mezzi. Lo conferma l'avvocato del marciatore altoatesino, Gerhard Brandstaetter. "Nei giorni scorsi Iaaf e Wada hanno fatto di tutto per bloccare l'iter". E viene spontaneo chiedersi perché. Non sarebbe pieno interesse delle stesse organizzazioni sportive fare finalmente chiarezza? Il test del Dna sarebbe un contributo importante.  Decisivo. Ma lo sport non vuole cedere neppure davanti alle legittime richieste della giustizia italiana. Fa resistenza. E forse non è neppure tanto difficile ipotizzare il motivo. Infatti siamo di fronte ad un duplice scenario. Se da quelle provette dovesse emergere solo il Dna del marciatore azzurro, per lui sarebbe il ko definitivo. E la teoria del complotto sarebbe archiviata come pura fantasia. Non avrebbe, dunque, interesse anche della Iaaf a mettere la parola fine? Ma se si dovessero riscontrare altre tracce incompatibili con la fisiologia dell'atleta, allora sarebbe l'intero sistema di controllo sportivo ad essere messo sotto accusa. Un sistema già in crisi di credibilità per la sua struttura autoreferente, che salterebbe del tutto. Specie dopo gli scandali del doping di stato russo coperto dagli stessi dirigenti della federazione internazionale. Uno scandalo di cui, raccontano le ultime agenzie, era al corrente anche l'attuale presidente Sebastian Coe, ai tempi vice di quel Lamine Diack, l'ex numero uno, che assieme al suo entourage di familiari e famigli, per anni si è fatto corrompere per nascondere il doping dei russi e non solo. 

Il laboratorio di Colonia sostiene che la consegna delle provette non possa avvenire senza l'autorizzazione di un giudice tedesco. Ma siamo in presenza di una rogatoria internazionale sottoscritta anche dalla giustizia tedesca. E opporsi potrebbe comportare anche conseguenze penali. Prima o poi quei test dovranno essere consegnati. E integri. "E' un comportamento molto strano, una situazione che ci lascia molto perplessi e amareggiati", dice l'avvocato Brandstaetter, ricordando che "C'è stato un preciso ordine del giudice di Bolzano e in quell'udienza non sono state avanzate eccezioni. Ora valuteremo i nostri prossimi passi".
Sandro Donati, l'allenatore che ha condotto Schwazer verso la riabilitazione sportiva prima della nuova squalifica, allarga le braccia. La situazione: "E' la rappresentazione della pochezza che il sistema sportivo sta dando di se stesso. Un sistema - dice - che nel momento in cui è chiamato a confrontarsi con quello giudiziario sa fare emergere solo arroganza e autoreferenzialità. E' chiaro che la gestione dei procedimenti sportivi sui casi di doping caratterizzata da uno squilibrio totale tra l'accusa fatta dalle istituzioni sportive e le possibilità di difesa".

"Finora sul caso Schwazer è stato tutto molto sommario ma adesso - sostiene Donati - la musica è cambiata. Fino ad oggi abbiamo dovuto subire le imposizioni del sistema sportivo, molti hanno taciuto per vigliaccheria ma ora con la magistratura abbiamo la possibilità di difenderci adeguatamente e far valere tutte le prove. Mi pare che il sistema sportivo stia perdendo le staffe, si sono spinti troppo in la e ora vogliono a tutti i costi cancellare questo atleta".
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