ROMA - E' una vecchia storia ma non tutti la conoscono. C'era una volta il 200 indoor. Si corre ancora per la verità, ma soltanto nelle piccole manifestazioni, nelle categorie giovanile o fra i master. Non ad alto livello, e dunque, come da regolamento, neppure ai prossimi Europei di Belgrado (3-5 marzo). Ci sono campionati nazionali in cui il 200 ancora si trova, per esempio in Gran Bretagna, in altri non più, per esempio in Italia. Perché togliere una gara? Cosa spinge o ha spinto a farlo? Fu una scoperta relativamente semplice ma terribilmente dolorosa. In pratica venne certificato scientificamente o quasi ciò che era già da tempo diventata una sensazione diffusa fra i partecipanti: a parità di tempo, ossia con al via atleti dal "personal best" più o meno simile, le gare dei 200 indoor vengono vinte quasi sempre da chi ha avuto in sorte le corsie più alte, la quinta o la sesta, la quarta nelle piste indoor a quattro corsie. A meno di clamorosi sbilanciamenti qualitativi, è praticamente scontato che una finale venga vinta da chi parte più in alto.
Capiamoci. La pista indoor è lunga esattamente 200 metri ed è strutturata con curve paraboliche che prevedono un piccolo pezzo di salita, alla fine del rettilineo, e una discesa quando la curva torna ad essere rettilineo. La differenza sta proprio qui. La quinta e la sesta corsia consentono all'atleta di sfruttare, in uscita dalla seconda curva, la discesa, che è più consistente e garantisce una sorta di "super velocità" nelle corsie più alte, mentre in quelle più basse, è tutto più stretto (tanto è vero che quando si disputano, laddove possibile, nelle categorie di cui sopra, nessuno parte dalla prima corsia, che ha un raggio di curva spaventoso (anche se poco parabolica). Si è calcolato che al cronometro la differenza all'arrivo sia di quasi quattro decimi fra seconda e sesta corsia. A volte di più. Un abisso. Troppo.
L'unico intervento possibile consisteva nel cancellare la disciplina nei grandi appuntamenti. Il primo "orfano" dei 200 fu il Mondiale Indoor di Birmingham del 2007. A lungo le finali sono state sistematicamente, irrimediabilmente ingiuste, anzi nascevano ingiuste al momento di sorteggiare le corsie. Si sarebbe dovuto, per evitare scompensi, ricorrere a più finali, con "finaline" a due partenti dalla quinta e dalla sesta. Ma i tempi delle manifestazioni e il decoro, così come il rispetto della tradizione, lo sconsigliavano. Oltretutto c'era anche da considerare che gli atleti che sviluppavano le velocità più alte erano fortemente contrastati dalla forza centrifuga che rischiava spesso di sbatterli fuori, facendo loro prendere, letteralmente, la tangente e facendo rischiare infortuni per la precarietà degli appoggi.
Così i 200 indoor, che hanno avuto interpreti eccezionali come il leggendario Frank Fredericks che ancora detiene il record del mondo con 19"92, un "crono" ottenuto nel '96 (ed è l'unico nella storia ad essere sceso sotto i 20") o come i nostri Tilli (il migliore azzurro con 20"52), Mennea (un 20"74 record del mondo nel 1983, ma drammaticamente corso nella corsia sbagliata, quindi da non omologare!!) e Torrieri, sono diventati un patrimonio dell'umanità. E per qualcuno anche un gran bel ricordo. Mentre i 200 all'aperto cercano una guida dopo la rinuncia di Bolt e Gatlin. Due i nomi: Andre De Grasse, il baby americano Tyrese Cooper e soprattutto Wayde Van Niekerk. Ma nel 2018 aspettiamo anche Filippo Tortu.
Capiamoci. La pista indoor è lunga esattamente 200 metri ed è strutturata con curve paraboliche che prevedono un piccolo pezzo di salita, alla fine del rettilineo, e una discesa quando la curva torna ad essere rettilineo. La differenza sta proprio qui. La quinta e la sesta corsia consentono all'atleta di sfruttare, in uscita dalla seconda curva, la discesa, che è più consistente e garantisce una sorta di "super velocità" nelle corsie più alte, mentre in quelle più basse, è tutto più stretto (tanto è vero che quando si disputano, laddove possibile, nelle categorie di cui sopra, nessuno parte dalla prima corsia, che ha un raggio di curva spaventoso (anche se poco parabolica). Si è calcolato che al cronometro la differenza all'arrivo sia di quasi quattro decimi fra seconda e sesta corsia. A volte di più. Un abisso. Troppo.
L'unico intervento possibile consisteva nel cancellare la disciplina nei grandi appuntamenti. Il primo "orfano" dei 200 fu il Mondiale Indoor di Birmingham del 2007. A lungo le finali sono state sistematicamente, irrimediabilmente ingiuste, anzi nascevano ingiuste al momento di sorteggiare le corsie. Si sarebbe dovuto, per evitare scompensi, ricorrere a più finali, con "finaline" a due partenti dalla quinta e dalla sesta. Ma i tempi delle manifestazioni e il decoro, così come il rispetto della tradizione, lo sconsigliavano. Oltretutto c'era anche da considerare che gli atleti che sviluppavano le velocità più alte erano fortemente contrastati dalla forza centrifuga che rischiava spesso di sbatterli fuori, facendo loro prendere, letteralmente, la tangente e facendo rischiare infortuni per la precarietà degli appoggi.
Così i 200 indoor, che hanno avuto interpreti eccezionali come il leggendario Frank Fredericks che ancora detiene il record del mondo con 19"92, un "crono" ottenuto nel '96 (ed è l'unico nella storia ad essere sceso sotto i 20") o come i nostri Tilli (il migliore azzurro con 20"52), Mennea (un 20"74 record del mondo nel 1983, ma drammaticamente corso nella corsia sbagliata, quindi da non omologare!!) e Torrieri, sono diventati un patrimonio dell'umanità. E per qualcuno anche un gran bel ricordo. Mentre i 200 all'aperto cercano una guida dopo la rinuncia di Bolt e Gatlin. Due i nomi: Andre De Grasse, il baby americano Tyrese Cooper e soprattutto Wayde Van Niekerk. Ma nel 2018 aspettiamo anche Filippo Tortu.