'Il pugile del Duce', un doc racconta l'atleta mulatto odiato dal regime / 1
Il 24 giugno allo Stadio Nazionale, l'attuale Flaminio, vanno in quarantamila per vedere la sfida con Bosisio, in un un incontro che è tutta una contrapposizione. Jacovacci è potente, nero, romano, del popolo. Bosisio è tecnico, biondo, bianco come il latte, milanese. E la gente canta una celebre canzoncina che ancora qualche anziano manda a memoria: ''Non ri arrabbiare, caro Bosisio, se Jacovacci, ti ha rotto il viso''. E' il primo vero scontro sociale della storia dello sport, dalla Lombardia vengono organizzati treni speciali. Uomini del fascismo come Balbo e Bottai sono in prima fila ad uso dei cinegiornali, nei giorni precedenti arriva una lettera di Gabriele D'Annunzio che annuncia la sua partecipazione. La qualità delle immagini, semplicemente straordinaria, viene alternata con ritagli di giornale, foto d'epoca e un album dove lo stesso Jacovacci tiene con scrupolo la lista dei suoi risultati. Eppure quel giorno lo segna in rosso, con meno attenzione ed enfasi rispetto agli altri. Perché forse percepisce che è proprio da quell'incontro che inizia il suo declino. Da campione d'Europa torna in Francia, viene isolato dal regime mentre Bosisio si fa intervistare sotto braccio al gerarca di turno per riaffermare l'ingiustezza di quel verdetto.
'Il pugile del Duce', un doc sulla storia del pugile Leone Jacovacci
Arriva nelle sale italiane da martedì 21 marzo – Giornata mondiale contro il razzismo – 'Il pugile del Duce', film documentario d’esordio di Tony Saccucci prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, che riscopre una storia misconosciuta e straordinaria, in cui convivono epica dello sport, fascino della caccia negli archivi, ingiustizia, e una rivincita postuma. Il doc racconta la storia di Leone Jacovacci: un pugile tecnicamente perfetto, agile, intelligente e potente. Leone parlava perfettamente quattro lingue, cinque col romanesco. Era italiano e forse anche fascista. Sicuramente non antifascista. La sera del 24 giugno 1928, allo stadio Nazionale di Roma, davanti a quasi 40.000 spettatori e in collegamento radio con le città d’Italia, Leone Jacovacci si laureava campione europeo dei pesi medi. Beniamino del pubblico internazionale in un periodo in cui il pugilato era lo sport per eccellenza, aveva un solo problema: era un italiano nero. Metà italiano e metà congolese
"Il merito di questo film va tutto al libro di 480 pagine di Mauro Valeri Nero di Roma. È lui che mi ha detto la spinta emotiva per questo lavoro a cui ho lavorato maniacalmente in maniera filologica", spiega Saccucci. Lui si sente Jacovacci, lo si capisce dal fervore con il quale ne parla, anche a proposito di un altro mito dell'epoca, quello sì amato dal regime, Primo Carnera. In particolare Saccucci prende spunto dalla scelta di Jack Dempsey (uno dei più grandi massimi delal storia) e di George Carpentier (mediomassimo naturale ma sfidante alla categoria più pesante) che, come documentato da alcune immagini del film, scelsero Jacovacci come sparring. ''Penso che se avessero dato la possibilità a Jacovacci di affrontare Carnera, lo avrebbe mandato al tappeto come fece Max Baer''. spiega. Una considerazione che non condividiamo, visto che c'è voluto quasi un secolo perché un mediomassimo (Michael Spinks) riuscisse nell'impresa di salire sul trono più ambito. Ma è il bello della democrazia, di quell'opinione diversa alla quale Jacovacci non ebbe diritto, denigrato da quei quotidiani sportivi che contro di lui costruirono una verità artificiosa.
"Il razzismo in Italia ha delle caratteristiche particolari, per noi è lo straniero in quanto tale, per altri paesi è invece solo un cittadino di colore diverso - spiega Valeri che, tra l'altro, ha un figlio di colore proprio come Jacovacci -. Nel 1940 i meticci prendevano per legge la cittadinanza del genitore indigeno aggiunge , una legge cambiata solo nel 1947. Ma in Italia non è stato sempre così. Nella prima guerra mondiale c'erano ben quattro generali di colore e anche il primo aviatore italiano è stato un nero".