Boxe, 50 anni senza Carnera: il gigante che fece sognare l'Italia
di LUIGI PANELLAIl 29 giugno del 1967 moriva la prima vera icona del pugilato italiano. Una vita incredibile, dalla povertà alla gloria. Di lui si è detto di tutto: mito e campione, ma anche bluff e icona del fascismo. Di certo la sua popolarità resta immensa anche a mezzo secolo dalla scomparsa
Roma, maggio 1967: un uomo alto più di due metri scende da un aereo proveniente da New York. Gli restano altezza, orgoglio, anima, poco altro: il volto ormai sembra una maschera, rappresentazione tragica di un fisico devastato dalla malattia. E' persino difficile riconoscerlo, Primo Carnera, lui che è stato il campione del mondo dei pesi massimi. Eppure, nonostante sia passato tantissimo tempo dai fasti gloriosi, una folla enorme va ad accoglierlo. Perché, anche se forse non stato il più grande pugile della storia della boxe italiana (Duilio Loi, Bruno Arcari, Nino Benvenuti sono considerati superiori dalla critica), Carnera ne è stato il mito assoluto, l'inarrivabile, la punta di un iceberg in un'epoca in cui salire sul ring rappresentava uno stile di vita, un mezzo di emersione dalla povertà. In quel giorno di maggio ormai è un uomo gracile, si sforza di sorridere, ma sta per compiere l'ultimo passo: ormai in pianta st…
Roma, maggio 1967: un uomo alto più di due metri scende da un aereo proveniente da New York. Gli restano altezza, orgoglio, anima, poco altro: il volto ormai sembra una maschera, rappresentazione tragica di un fisico devastato dalla malattia. E' persino difficile riconoscerlo, Primo Carnera, lui che è stato il campione del mondo dei pesi massimi. Eppure, nonostante sia passato tantissimo tempo dai fasti gloriosi, una folla enorme va ad accoglierlo. Perché, anche se forse non stato il più grande pugile della storia della boxe italiana (Duilio Loi, Bruno Arcari, Nino Benvenuti sono considerati superiori dalla critica), Carnera ne è stato il mito assoluto, l'inarrivabile, la punta di un iceberg in un'epoca in cui salire sul ring rappresentava uno stile di vita, un mezzo di emersione dalla povertà. In quel giorno di maggio ormai è un uomo gracile, si sforza di sorridere, ma sta per compiere l'ultimo passo: ormai in pianta stabile negli Stati Uniti, sa di dover morire e sceglie l'Italia per il momento estremo, che arriverà pochi giorni dopo, il 29 giugno. Sono passati esattamente 34 anni da una notte ben più dolce, quella di Long Island, del trionfo mondiale contro Jack Sharkey.
Carnera mito, Carnera campione, Carnera icona del regime fascista, Carnera fenomeno da baraccone, Carnera costruito da arte e sfruttato dall'astuto impresario Léon See. Per il gigante italiano sono stati versati fiumi di inchiostro, spesso non convergenti nella stessa corrente. Solo una cosa è certa: la sua vita è stata un romanzo. Nasce a Sequals, dove si campa con l'arte del mosaico, e nei primi del Novecento condivide il destino con centinaia di migliaia di italiani. Emigra all'estero, sceglie la Francia, si guadagna da vivere grazie ad un fisico pazzesco che anche nell'era attuale -quella delle generazioni ipervitaminizzate- farebbe scalpore. Lavora in un circo e si presta al classico gioco del 'signori e signore, chi se la sente di sfidare questo gigante...". In pochi ovviamente se la sentono, ma gli occhi furbetti di un manager, Léon See, capiscono l'affare proiettato in un mondo che Primo ancora conosce poco, quello della boxe.
L'equazione montagna di muscoli-campione sul ring è tutt'altro che scontata, e Carnera, essendo già 'vecchio' per la nobile arte, deve necessariamente bruciare le tappe. E' questo il momento in cui emergono lungimiranza e mancanza di scrupoli di See. Primo combatte e vince, c'è più di un sospetto su qualche avversario 'accomodato', ma in fondo, e anche in epoche diverse, tante volte la carriera di un campione è stata inizialmente pilotata con opportuna gradualità nello scegliere gli avversari. Alla fine il grande salto arriva, e nella boxe degli anni trenta, salto significa attraversare l'oceano. Una svolta che sancisce l'uscita di scena di Léon See e l'entrata della malavita americana. Carnera arriva in un mondo che fatica a rialzarsi dalla crisi del '29: è l'America della Grande Depressione ma anche quella della vita frivola del Cotton Club, uscita da un proibizionismo che non ha fatto alto che rafforzare l'illegalità. Billy Duffy con la legge c'entra poco: è un uomo di Al Capone, ma se si vuole avere una chance mondiale bisogna strusciarsi a gente come lui. E la chance arriva nel giugno del 1933, contro un duro di origine lituana e dalla vita saltata da un mare agitato all'altro, Jack Sharkey.
E' il match più atteso, che però rischia di non svolgersi mai. Ernie Schaaf, battuto da Carnera nell'incontro prededente, perde infatti la vita dopo essere andato al tappeto. In realtà i colpi, sia pure pesanti, dell'italiano non c'entrano nulla: Schaaf infatti sale sul ring con il cervello già distrutto dai colpi di Max Baer, personaggio istrionico dai dubbi atteggiamenti che si sta facendo largo insieme al fratello minore Buddy. E' la stessa madre di Schaaf che in una lettera convince Carnera a non lasciare la boxe. Contro Sharkey è storia: Carnera rischia di andare al tappeto al quarto round, ma poi prende il sopravvento. Ormai non è solo una montagna di muscoli, ma anche un buon pugile: lo dimostra con un razionale uso del jab sinistro e con il montante destro (colpo mai banale nel pugilato) con il quale chiude la sfida. L'eco in Italia è enorme, e il regime fascista non perde l'occasione per cavalcare l'onda. Sono tante le immagini in cui Carnera fa il saluto romano: lo fa lui, come lo fanno gli azzurri del calcio bi-campioni del mondo (1934 e 1938) e tanti altri sportivi dell'epoca. Per l'esaltazione della 'razza italica' il fascismo sceglie uno scenario indimenticabile. La difesa del titolo si tiene nel cuore della città: a Villa Borghese, a Piazza di Siena. Roma si ferma, l'Italia si ferma in una sera di ottobre del 1933: Benito Mussolini non perde di certo l'occasione per esserci, e poi c'è chi ha il posto a bordo ring, chi lontano, mentre i ragazzini si aggrappano agli alberi del parco. Basta anche solo una sbirciata, fotografia nella mente di quei muscoli così atipici per una nazione che nella statura media non ha certo il suo forte. Carnera fa il suo dovere nonostante un problema alla mano destra, battendo un avversario ostico ma non irresistibile, il basco Paolino Uzcudun.
Piazza di Siena è l'apice. Il ritorno degli Stati Uniti, fatta eccezione per la vittoriosa difesa contro Tommy Loughran, è amaro. Ma se contro Jack Sharkey, Carnera aveva fatto capire a tutti di non essere solo muscoli, contro Max Baer (proprio lui) mostra orgoglio e dignità senza eguali. Si fa male alla caviglia e perde qualsiasi forma di mobilità, Baer è spietato e infierisce: Carnera va undici volte al tappeto, eppure si rialza sempre fino a quando l'arbitro pone fine allo strazio. Nel pugilato degli anni trenta è difficile avere una seconda chance, ma il nome di Primo fa ancora comodo e viene 'usato' per il lancio di un giovane pugile in ascesa. E' Joe Louis, 'The black bomber', che sta per instaurare il regno nei pesi massimi, record di durata tuttora imbattuto: Carnera gli resiste sei round, e non è poco.
Il sipario del ring è ormai è calato, me se ne alzano tanti altri, primo tra tutti quello del cinema. A direi il vero la celluloide aveva sedotto Carnera quando ancora era pugile (nel film l'Idolo delle Donne del 1933, ironia della sorte interpretato accanto a Max Baer), ma la storia ha un seguito. Interpreta altre sedici pellicole, piccolo cult il duello con Totò ne 'Due cuori tra le belve'. Ma c'è anche un altro cinema che si interessa a lui, ferendolo nell'animo. Quando il regista Mark Robson fornisce una libera interpretazione di Carnera ne 'Il Colosso d'argilla' (interpretato tra gli altri da Humprey Bogart e Rod Steiger), esaltando la figura di un pugile gigantesco portato in alto grazie a incontri combinati, il friulano ci soffre. Avrebbe meritato quel rispetto che invece Roma gli aveva tributato nella sera in cui, tornato da lottatore nel 1951, si era esibito al campo Artiglio. Un rispetto evidentemente percepito dallo stesso Carnera, fino alla scelta dell'Italia per l'ultimo capitolo della sua straordinaria esistenza.
Carnera mito, Carnera campione, Carnera icona del regime fascista, Carnera fenomeno da baraccone, Carnera costruito da arte e sfruttato dall'astuto impresario Léon See. Per il gigante italiano sono stati versati fiumi di inchiostro, spesso non convergenti nella stessa corrente. Solo una cosa è certa: la sua vita è stata un romanzo. Nasce a Sequals, dove si campa con l'arte del mosaico, e nei primi del Novecento condivide il destino con centinaia di migliaia di italiani. Emigra all'estero, sceglie la Francia, si guadagna da vivere grazie ad un fisico pazzesco che anche nell'era attuale -quella delle generazioni ipervitaminizzate- farebbe scalpore. Lavora in un circo e si presta al classico gioco del 'signori e signore, chi se la sente di sfidare questo gigante...". In pochi ovviamente se la sentono, ma gli occhi furbetti di un manager, Léon See, capiscono l'affare proiettato in un mondo che Primo ancora conosce poco, quello della boxe.
L'equazione montagna di muscoli-campione sul ring è tutt'altro che scontata, e Carnera, essendo già 'vecchio' per la nobile arte, deve necessariamente bruciare le tappe. E' questo il momento in cui emergono lungimiranza e mancanza di scrupoli di See. Primo combatte e vince, c'è più di un sospetto su qualche avversario 'accomodato', ma in fondo, e anche in epoche diverse, tante volte la carriera di un campione è stata inizialmente pilotata con opportuna gradualità nello scegliere gli avversari. Alla fine il grande salto arriva, e nella boxe degli anni trenta, salto significa attraversare l'oceano. Una svolta che sancisce l'uscita di scena di Léon See e l'entrata della malavita americana. Carnera arriva in un mondo che fatica a rialzarsi dalla crisi del '29: è l'America della Grande Depressione ma anche quella della vita frivola del Cotton Club, uscita da un proibizionismo che non ha fatto alto che rafforzare l'illegalità. Billy Duffy con la legge c'entra poco: è un uomo di Al Capone, ma se si vuole avere una chance mondiale bisogna strusciarsi a gente come lui. E la chance arriva nel giugno del 1933, contro un duro di origine lituana e dalla vita saltata da un mare agitato all'altro, Jack Sharkey.
E' il match più atteso, che però rischia di non svolgersi mai. Ernie Schaaf, battuto da Carnera nell'incontro prededente, perde infatti la vita dopo essere andato al tappeto. In realtà i colpi, sia pure pesanti, dell'italiano non c'entrano nulla: Schaaf infatti sale sul ring con il cervello già distrutto dai colpi di Max Baer, personaggio istrionico dai dubbi atteggiamenti che si sta facendo largo insieme al fratello minore Buddy. E' la stessa madre di Schaaf che in una lettera convince Carnera a non lasciare la boxe. Contro Sharkey è storia: Carnera rischia di andare al tappeto al quarto round, ma poi prende il sopravvento. Ormai non è solo una montagna di muscoli, ma anche un buon pugile: lo dimostra con un razionale uso del jab sinistro e con il montante destro (colpo mai banale nel pugilato) con il quale chiude la sfida. L'eco in Italia è enorme, e il regime fascista non perde l'occasione per cavalcare l'onda. Sono tante le immagini in cui Carnera fa il saluto romano: lo fa lui, come lo fanno gli azzurri del calcio bi-campioni del mondo (1934 e 1938) e tanti altri sportivi dell'epoca. Per l'esaltazione della 'razza italica' il fascismo sceglie uno scenario indimenticabile. La difesa del titolo si tiene nel cuore della città: a Villa Borghese, a Piazza di Siena. Roma si ferma, l'Italia si ferma in una sera di ottobre del 1933: Benito Mussolini non perde di certo l'occasione per esserci, e poi c'è chi ha il posto a bordo ring, chi lontano, mentre i ragazzini si aggrappano agli alberi del parco. Basta anche solo una sbirciata, fotografia nella mente di quei muscoli così atipici per una nazione che nella statura media non ha certo il suo forte. Carnera fa il suo dovere nonostante un problema alla mano destra, battendo un avversario ostico ma non irresistibile, il basco Paolino Uzcudun.
Piazza di Siena è l'apice. Il ritorno degli Stati Uniti, fatta eccezione per la vittoriosa difesa contro Tommy Loughran, è amaro. Ma se contro Jack Sharkey, Carnera aveva fatto capire a tutti di non essere solo muscoli, contro Max Baer (proprio lui) mostra orgoglio e dignità senza eguali. Si fa male alla caviglia e perde qualsiasi forma di mobilità, Baer è spietato e infierisce: Carnera va undici volte al tappeto, eppure si rialza sempre fino a quando l'arbitro pone fine allo strazio. Nel pugilato degli anni trenta è difficile avere una seconda chance, ma il nome di Primo fa ancora comodo e viene 'usato' per il lancio di un giovane pugile in ascesa. E' Joe Louis, 'The black bomber', che sta per instaurare il regno nei pesi massimi, record di durata tuttora imbattuto: Carnera gli resiste sei round, e non è poco.
Il sipario del ring è ormai è calato, me se ne alzano tanti altri, primo tra tutti quello del cinema. A direi il vero la celluloide aveva sedotto Carnera quando ancora era pugile (nel film l'Idolo delle Donne del 1933, ironia della sorte interpretato accanto a Max Baer), ma la storia ha un seguito. Interpreta altre sedici pellicole, piccolo cult il duello con Totò ne 'Due cuori tra le belve'. Ma c'è anche un altro cinema che si interessa a lui, ferendolo nell'animo. Quando il regista Mark Robson fornisce una libera interpretazione di Carnera ne 'Il Colosso d'argilla' (interpretato tra gli altri da Humprey Bogart e Rod Steiger), esaltando la figura di un pugile gigantesco portato in alto grazie a incontri combinati, il friulano ci soffre. Avrebbe meritato quel rispetto che invece Roma gli aveva tributato nella sera in cui, tornato da lottatore nel 1951, si era esibito al campo Artiglio. Un rispetto evidentemente percepito dallo stesso Carnera, fino alla scelta dell'Italia per l'ultimo capitolo della sua straordinaria esistenza.