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A pranzo con Jake LaMotta: le due vite di Toro scatenato

Una trattoria all'angolo fra la terza e la cinquantacinquesima strada di New York, il pugile di origini italiane allora 79enne, la sua fidanzata Denise e un paio d'ore passate tra racconti e ricordi. Ecco il resoconto di un incontro, non di boxe, del 2001
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NEW YORK - "Piacere, Giacomino e questa splendida creatura è Denise, la mia fidanzata: se si deciderà a sposarmi, sarà la numero sette". Croce e delizia della sua vita, le donne: roso dalla gelosia per Vickie, la numero due, nel ' 47 quasi ammazzò di pugni il suo migliore amico; per una bimba di 14 anni, che secondo l'accusa aveva costretto a prostituirsi, si è fatto diversi mesi di galera; e su Viola, una ragazza del Bronx che nella sua autobiografia ammette di aver stuprato, ora se ne viene fuori con la più incredibile delle ritrattazioni: "Quella storia è una balla, l'ho messa nel libro per dargli un po' di pepe".

Un bullo di settantanove anni. Questo è Jake LaMotta, Giacobbe per l'anagrafe e per la mamma ("solo lei mi chiamava così"), Giacomino per i paesani del Bronx e Toro scatenato per Martin Scorsese e Bob De Niro.

Borsalino nero in testa, una Winston light perennemente accesa e naso schiacciato da caricatura di un pugile, fa gli onori di casa in una trattoria mezza italiana e mezza no all'angolo fra la terza e la cinquantacinquesima. Questo è il posto dove ha conosciuto Denise, anni fa, e dove oggi schiere di avventori gli stringono la mano, gli offrono da bere e gli strappano autografi. Lui si concede compiaciuto - "sono ancora una leggenda" - prima di regalare a tutti la stessa battuta: "...e se qualcuno ti dà fastidio tu dimmelo, che io chiamo Mike Tyson".

Certo, campione. Campione nel senso stretto del termine LaMotta non lo è più da cinquant'anni esatti. Da quel 14 febbraio 1951 in cui a Chicago perse la corona dei medi sotto la gragnuola di pugni di Sugar Ray Robinson. Ko tecnico alla tredicesima ripresa, con l'arbitro che interviene a fermare un match che passerà alla storia come il "massacro di San Valentino".

Narra la storia che lei arrivò a quell' incontro completamente debilitato, distrutto dal tentativo di rientrare nel peso.
"Ed è vero. Ho sempre avuto quel problema, tra un match e l'altro ingrassavo terribilmente. Lungo l'arco della mia carriera ho dovuto buttar giù 4 mila libbre (poco meno di due tonnellate, ndr), e tutte le volte era una tortura. Con Robinson fu peggio del solito: dovevo scendere a 72 chili e mezzo, e quando cominciai la preparazione ne pesavo 85. Per settimane mi allenai mangiando appena e quasi senza bere. Il giorno prima del match ero ancora 4 chili sopra il limite, e la mattina dopo c'era l'appuntamento col peso, che avevo ottenuto di far anticipare alle 10 nella speranza di poter recuperare un po' di forze. Decisero che il solo modo per farcela era la sauna: dentro e fuori, in continuazione, e io che morivo di sete ma non potevo bere, perché disidratato com'ero il mio corpo avrebbe ritenuto tutto. Mi lasciarono succhiare un cubetto di ghiaccio (mentre racconta mima con le labbra un gesto disperato, ndr) e resistetti. Ma ero distrutto. Poi, finalmente, la bilancia: 72 chili e mezzo spaccati. Cercai di mangiare qualcosa, ma avevo lo stomaco chiuso. Mi diedero del brandy".

Del brandy? Mica avrà combattuto ubriaco...
"No, questo fu ore prima del match. Anzi, a dire il vero se avessi preso un sorsetto di brandy tra una ripresa e l'altra forse non sarei crollato. Oppure mi sarei fatto ammazzare, non lo so. Certo, avessi saputo allora quel che so adesso magari le cose sarebbero andate diversamente: avrei potuto smettere di bere acqua solo l'ultimo giorno, il risultato in termini di peso sarebbe stato lo stesso ma non mi sarei indebolito a quel punto".

Siamo al match. Salendo sul ring aveva paura?
"No, paura no. Ero ansioso di combattere, questo sì, anche se sapevo bene quel che rischiavo. Robinson era un avversario fortissimo, lo avevo già incontrato cinque volte, ma ero l'unico che fosse riuscito a mandarlo al tappeto. Lo avevo battuto nel nostro secondo incontro, nel '43, e a dire la verità avevo vinto anche quello successivo, tre settimane dopo. Ma gli diedero la vittoria ai punti perché il giorno dopo partiva per la guerra".

E poi Robinson l'ha riempita di botte.
"Un passo alla volta. Le prime dieci riprese le stavo vincendo io. Poi crollai, e presi la peggior bastonata della mia vita. Ero alle corde, non riuscivo nemmeno più ad alzare le braccia. Robinson continuava a riempirmi di pugni, mi ha colpito 30, 40 volte, ma erano pugni che non facevano tanto male perché a quel punto era stravolto pure lui. Se l'arbitro non avesse fermato l'incontro durante la tredicesima ripresa, alla fine sarebbe crollato Robinson, per la stanchezza. Mai preso tante botte in vita mia, ma non volevo andare al tappeto e non ci andai. Nessuno è mai riuscito a mandarmi al tappeto. A parte le mie mogli, s'intende".

A che punto le fu chiaro che aveva perso?
"Per un po' pensai che potevo ancora farcela, in fondo ero in vantaggio ai punti. Invece...".

Perso il titolo dei medi fece ancora 10 incontri. Ma la sua carriera nei fatti era finita. Quanto ci mise per capirlo?
"Nei giorni immediatamente successivi all'incontro pensavo solo a recuperare. Poi, pian piano, ho cominciato a rendermi conto che avevo problemi sempre maggiori di peso (mentre racconta, dopo aver giurato di essere nuovamente a dieta, mi ruba le patate dal piatto, ndr) e che forse cominciavo ad essere appagato".

Se il problema era rientrare nel peso, perché non passò mai ai medio-massimi? Per non lasciare vacante il titolo dei medi?
"Chissà, forse anche per quello. Ma il problema vero è che lì non c'erano soldi. Di medio-massimi ne ho incontrati e stesi tantissimi, allora si combatteva contro chiunque, ma alla fine le borse grosse c'erano solo nei medi e nei massimi. E io ero il campione dei medi, il campione, l'unico. Mica come adesso, che hanno moltiplicato le categorie e che ci sono tutte quelle sigle diverse: ai miei tempi le categorie erano otto, e otto i campioni. Fine. E poi, quali medio-massimi... Io ero troppo pesante anche per quella categoria, a volte arrivavo quasi a 90 chili quando il limite dei medio-massimi era 80. Solo che nei massimi non ci potevo combattere, perché quelli erano troppo alti. Joe Louis, per esempio, era un gigante".

A proposito di Louis. È stato lui il più grande massimo di tutti i tempi?
"Lui, assieme a Rocky Marciano e Muhammed Ali".

Mike Tyson?
"Poteva diventare il migliore di tutti, ma ha combinato troppi casini. Ma chi lo sa, magari torna un'altra volta e batte quell'inglese, come si chiama... Lewis".

E i tre medi migliori?
"Di pesi medi ce ne sono stati solo due: io e Sugar Ray Robinson. A proposito, l'anno scorso sono stato eletto mascella più resistente della storia".

E Monzon? E Hagler?
"Bravi, ma avevano avversari molto meno forti dei nostri".

Nino Benvenuti?
"Bravo anche lui. Ma Tiberio Mitri era meglio". (E ti pareva: Mitri sfidò LaMotta, e perse, nel 1950...)

Oggi la boxe è dominata dai pugili di colore. Allora meno, c'erano gli italiani, gli irlandesi, i francesi... Si sentiva molto il razzismo nel giro della boxe?
"Joe Louis fu quello che ruppe il muro della segregazione, che fino ad allora era stata la regola. Di neri quando combattevo io cominciavano ad essercene abbastanza, e io li ho incontrati tutti perché i bianchi contro di me non volevano combattere. Certo, anche nella boxe c'era il razzismo, ma non da parte mia: per Robinson avevo un tale rispetto che l'ho fatto mio testimone di nozze quando ho sposato la mia sesta moglie".

Le sue innumerevoli mogli... Com' era già la storia dei funghi?
"Lascia che ti rinfreschi la memoria. La mia prima moglie è morta per aver mangiato funghi avvelenati. Anche la seconda è morta per aver mangiato funghi avvelenati. La terza invece è morta con la testa fracassata, e sai perché? Perché non voleva mangiare i funghi".

Facciamo un passo indietro. Per arrivare al titolo (conquistato nel ' 49) dovette scendere a patti con la mafia...
"...e vendermi il match con Billy Fox. Il patto fu quello: "Perdi e ti diamo una chance". E così mi lasciai picchiare. Ero lo sfidante numero uno da quattro anni, ma c'era sempre qualcuno che mi passava davanti. Poi, come se non bastasse, perché organizzassero la sfida per il titolo con Marcel Cerdan dovetti ancora tirar fuori di tasca mia 20 mila dollari. Li consegnai a mio fratello Joey, che mi faceva da manager, perché li girasse a chi di dovere. Bell'affare è stato: sai quant'era la mia borsa per il titolo? 20 mila dollari, esattamente quanti ne avevo spesi per poter combattere. Per fortuna avevo scommesso 10 mila dollari su me stesso contro Cerdan. Mi davano 8 a 5, così ne ho recuperati 16 mila. Comunque alla fine dei conti ne ho persi 4 mila". (L'aritmetica non regge, ma al terzo bicchiere di merlot, e nonostante i buoni uffici di Denise, non c'è verso di farlo recedere).

Perché la costrinsero a perdere con Fox? Per dimostrare che era in loro potere?
"No, per le scommesse. Fox aveva un buon record, ma era fasullo e lo si sapeva. Io ero strafavorito, e i boss puntarono un sacco di soldi contro di me".

Le è mai venuto il dubbio che per lo stesso motivo qualcuno possa essere andato volontariamente al tappeto contro di lei?
"Macché. Io mi dovetti vendere il match perché altrimenti non mi avrebbero lasciato combattere per il titolo. Ma poi sono diventato il numero uno, e chi saliva sul ring con me lo faceva per vincere. Voleva diventare il campione".
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