Piccoli pezzi, alcuni quasi invisibili, da rimettere insieme. Emozioni individuali e collettive da rinforzare. Strutture da ripensare. Senso del gruppo e spirito di squadra da riaffermare anche quando i fari sono spenti, soprattutto quando i fari sono spenti (perché è lì che si mette fieno in cascina). L’atletica sparita, l’atletica trasognata e leggera che una volta era ufficialmente colorata d’azzurro e che ogni tanto faceva sì che l’azzurro diventasse una tinta di grido, una specie di dernier cri della moda agonistica, e soprattutto si quantificasse in medaglie “outdoor” addirittura di caratura mondiale, prova a riapparire sulla scena mettendo in campo tutto il bene(ssere) auspicabile che può sconfiggere il male(ssere) già sperimentato. Del medio-grande passato del nostro sport possono ancora oggi, più che mai oggi, testimoniare le bacheche di atleti come Alberto Cova, Francesco Panetta, Maurizio Damilano, Michele Didoni, Annarita Sidoti, Ivano Brugnetti, Fabrizio Mori, Fiona May e, da ultimo, anche Giuseppe Gibilisco.
Il loro mondiale questi bravi ragazzi l’hanno vinto, alcuni anche più di una volta. Cos’altro chiedergli? Di essere da esempio. Il dichiarato obiettivo, per un possibile riscatto dopo tanta carestia, sono gli Europei di Berlino del prossimo anno (passando magari in qualche disciplina anche per i Mondiali indoor di Birmingham e contando sul fatto che il 2018 sarà il classico anno di passaggio fra un mondiale “outdoor” e l’altro, da Londra 2017 a Doha 2019 che rende i Giochi di Tokyo del 2020 una sorta di chimera, di fantasia seducente, abbastanza vicini per cominciare a rimboccarsi le maniche ma ancora abbastanza lontani per non doversi già preoccupare di quale figura si farà). Sarà la situazione ideale per verificare la bontà dell’elite nazionale, composta da un manipolo di ragazzi più o meno navigati, con buone doti di base, spesso con un’ottima carriera da junior, ma con una capacità di durare nel tempo assai limitata, inclini agli alti e ai bassi come andar su e giù fosse una legge della natura. No, bisogna invertire la rotta. Tenere nel tempo, fare da assoluti ciò che si era promesso in gioventù (salvo impedimenti clamorosi) e limitare al massimo gli infortuni: “A Berlino ci riterremo soddisfatti se saremo protagonisti in tantissime finali. E avere giovani che facciano bene per il futuro. Berlino è l'esame vero verso le Olimpiadi di Tokyo 2020. Se si fallisce a Berlino, inutile andarci”, spiega il presidente della Fidal Alfio Giomi.
Ieri il dt Elio Locatelli è partito per Berlino per una “site visit”: “Contiamo di ufficializzare la squadra per gli Europei già il 16 luglio, ovvero 24 ore dopo il termine fissato per conseguire il minimo di partecipazione. Se Tortu punterà sui 200, a Berlino può giocarsi il podio”. Un atleta del suo livello non va in una manifestazione del genere solo per arrivare a correre la finale. Ha intorno a lui un grande staff che lo segue a 360 gradi. Durante l'inverno, come quest'anno, farà giusto un'incursione sui 60 indoor, ma penso che nei 100 metri possa scendere sotto i 10.10”. Tutti insieme appassionatamente. Con una bella sensazione in fondo alla bottiglia nella quale è stato infilato il messaggio di speranza per il futuro (pensando con affetto a Tortu, Aceti, Forolunso, Tamberi, Siragusa, Randazzo, Trost, Palmisano, Dallavalle): che peggio di com’è stato scritto ed elaborato in questi ultimi faticosi anni di amarezze, che più triste di come è stato in queste ultime grandi manifestazioni, in cui siamo rimasti inchiodati spesso allo “zero tituli” non riuscendo a capire come sia possibile che tanti “under” finiscano sempre per arenarsi alla loro vita da “under”, il racconto non si può scrivere. Quindi allegria e coraggio ragazzi. E appena abbiamo finito di allenarci cantiamo i Rolling Stones: time is on our side. Loro sanno perché".
Il loro mondiale questi bravi ragazzi l’hanno vinto, alcuni anche più di una volta. Cos’altro chiedergli? Di essere da esempio. Il dichiarato obiettivo, per un possibile riscatto dopo tanta carestia, sono gli Europei di Berlino del prossimo anno (passando magari in qualche disciplina anche per i Mondiali indoor di Birmingham e contando sul fatto che il 2018 sarà il classico anno di passaggio fra un mondiale “outdoor” e l’altro, da Londra 2017 a Doha 2019 che rende i Giochi di Tokyo del 2020 una sorta di chimera, di fantasia seducente, abbastanza vicini per cominciare a rimboccarsi le maniche ma ancora abbastanza lontani per non doversi già preoccupare di quale figura si farà). Sarà la situazione ideale per verificare la bontà dell’elite nazionale, composta da un manipolo di ragazzi più o meno navigati, con buone doti di base, spesso con un’ottima carriera da junior, ma con una capacità di durare nel tempo assai limitata, inclini agli alti e ai bassi come andar su e giù fosse una legge della natura. No, bisogna invertire la rotta. Tenere nel tempo, fare da assoluti ciò che si era promesso in gioventù (salvo impedimenti clamorosi) e limitare al massimo gli infortuni: “A Berlino ci riterremo soddisfatti se saremo protagonisti in tantissime finali. E avere giovani che facciano bene per il futuro. Berlino è l'esame vero verso le Olimpiadi di Tokyo 2020. Se si fallisce a Berlino, inutile andarci”, spiega il presidente della Fidal Alfio Giomi.
Ieri il dt Elio Locatelli è partito per Berlino per una “site visit”: “Contiamo di ufficializzare la squadra per gli Europei già il 16 luglio, ovvero 24 ore dopo il termine fissato per conseguire il minimo di partecipazione. Se Tortu punterà sui 200, a Berlino può giocarsi il podio”. Un atleta del suo livello non va in una manifestazione del genere solo per arrivare a correre la finale. Ha intorno a lui un grande staff che lo segue a 360 gradi. Durante l'inverno, come quest'anno, farà giusto un'incursione sui 60 indoor, ma penso che nei 100 metri possa scendere sotto i 10.10”. Tutti insieme appassionatamente. Con una bella sensazione in fondo alla bottiglia nella quale è stato infilato il messaggio di speranza per il futuro (pensando con affetto a Tortu, Aceti, Forolunso, Tamberi, Siragusa, Randazzo, Trost, Palmisano, Dallavalle): che peggio di com’è stato scritto ed elaborato in questi ultimi faticosi anni di amarezze, che più triste di come è stato in queste ultime grandi manifestazioni, in cui siamo rimasti inchiodati spesso allo “zero tituli” non riuscendo a capire come sia possibile che tanti “under” finiscano sempre per arenarsi alla loro vita da “under”, il racconto non si può scrivere. Quindi allegria e coraggio ragazzi. E appena abbiamo finito di allenarci cantiamo i Rolling Stones: time is on our side. Loro sanno perché".